mercoledì 21 dicembre 2011

Buon compleanno


Il mio blog compie un anno. Qualche mese fa, osservando il counter con la consueta sensazione di sorpresa e incredulità, mi ero convinta che avrei raggiunto i diecimila contatti e il primo compleanno più o meno contemporaneamente; poi per qualche misterioso motivo il counter è partito a razzo, e ha fregato il compleanno di un bel po'.

Diecimila contatti. Anzi, undicimila e fischia, a quello che ho appena visto. Se me l'avessero detto un anno fa, quando ho iniziato, non ci avrei creduto. So di avervi già ammorbato abbastanza a riguardo, ma continuo a non crederci tuttora. Mi guardo intorno e vedo blog con migliaia di iscritti e milioni di contatti; io mi tengo stretti i miei, pochi (anche se a me continuano a sembrare tanti) ma cari.

Va di moda dire "ho iniziato quasi per scherzo." Non io. Ricordo che un anno fa non ero per niente in vena di scherzare, per cui potrei dire "ho iniziato quasi sul serio," e sarebbe più giusto. In un anno sono successe un sacco di cose, posso dire di sentirmi per certi versi migliore di quando ho iniziato. E posso dire anche che buona parte del merito va alle persone che mi sono state accanto in questo anno.

Ovviamente parlo di persone che "frequentano certi ambienti", come si dice nella cronaca scandalistica. Alcune erano già presenti nella mia vita, avevano e hanno tuttora un ruolo molto importante; altre le ho conosciute grazie al blog, e devo dire che basta solo questo per ripagarmi della fatica (mamma mia quanto sono modesta, in realtà a scrivere mi ci diverto ;o).

Una l'ho conosciuta senza bisogno del blog (anzi, forse nonostante il blog, dato che si è dimostrata totalmente refrattaria ai miei scritti, per mia fortuna), a riprova del fatto che bloggare non è tutto nella vita, ovviamente.

Da tutte queste persone ho imparato molto, e credo che continuerò a farlo in futuro. Certo, qualcuna l'ho anche persa per strada nel frattempo, per "scelta di vita" (mia o loro) o impegni più o meno inderogabili, ma spero che prima o poi le nostre traiettorie si incrocino nuovamente.

Nel corso di questo anno mi sono successe cose strane e paradossali; c'è chi mi ha scambiato per una bio, chi mi ha fatto arrabbiare sul serio, chi invece mi ha fatto divertire. E poi il solito, eterno ossimoro: "ciao, ti trovo molto intelligente e interessante; ti va di scopare?" Ho persino ricevuto un'offerta di sponsorizzazione, che ho gentilmente declinato (forse non abbastanza gentilmente, mea culpa).

E' che non me la sento di appiccicare banner e pubblicità multicolori a questo orrendo guazzabuglio che chiamo "il mio blog" (non senza un pizzico di orgoglio), non me la sento di monetizzare come invece vedo fare ad altri - e come blogger.com continua subdolamente a suggerirmi - le cose che scrivo, che sono sempre molto personali, e l'interesse (senza alcun dubbio mal riposto) che i miei cari lettori hanno per esse.

Mi sembrerebbe un tradimento, per cui conto di proseguire in futuro così come ho fatto in passato. Con il vostro aiuto.

A tutti e tutte voi, che continuate a perdere il vostro insostituibile tempo leggendo le farneticazioni di una povera citrulla, va il mio più profondo ringraziamento.


La vostra Syuzee

P.S.
Ah, dimenticavo: come sempre, il dito della foto non è il mio.

sabato 26 novembre 2011

Lucy

Le coincidenze alle volte sono pazzesche.

Nel 1966 un bambino di quattro anni di nome Julian ritrae una sua compagna d'asilo in un disegno. Probabilmente il bambino ha preso una piccola sbandata per la sua amichetta perché la disegna in maniera ideale, in un cielo naif pieno di diamanti, come solo i bambini sanno immaginare e disegnare. La bambina si chiama Lucy.

Di disegni come questi i bambini degli asili ne fanno a quintali; uguali, diversi, spesso anche più fantastici, ma con una cosa in comune: quasi nessuno di questi disegni lascia mai una traccia, un ricordo durevole nel corso degli anni.

Se il disegno è eccezionalmente bello o il soggetto sta particolarmente a cuore è possibile che finisca incorniciato sul comodino della mamma, o sulla scrivania del papà; è il massimo della popolarità a cui può aspirare di arrivare questo pezzo di carta colorata.

Ma al disegno del bambino Julian spetta un destino più luminoso. Anzi, unico. Perché il papà del bambino si chiama John Lennon. Mi piace pensare che il foglio usato da Julian fosse di recupero, come succede in molti asili, come ad esempio un avanzo di modulo continuo a righe grigie e coi buchini ai margini, oppure il retro bianco della pagina di un manuale di manutenzione ormai obsoleto.

Forse mi illudo, perché il John Lennon del '66 aveva già abbastanza soldi per mandare il figlio in un qualche asilo esclusivo, dove magari facevano dipingere i bambini su costosi cartoncini bristol color crema. Ma in fondo spero che il leader dei fab four sia stato così anticonformista da mandare il figlio in un qualunque normale asilo inglese.

Ad ogni modo, papà John vede il disegno e chiede al piccolo Julian: "chi è?"; lui risponde "è Lucy nel cielo, coi diamanti." Questa frase ispira al famoso cantautore il titolo di una canzone, "Lucy in the sky with diamonds" appunto, che viene pubblicata l'anno successivo nell'LP Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band, e diventa un successo internazionale, ascoltatissima ancora oggi.

Lo so che tanti sono convinti che in realtà la canzone sia un inno all'LSD, a cui alluderebbero le iniziali delle parole Lucy, Sky e Diamonds. Anche il testo della canzone, volutamente onirico (si ispira al libro Alice nel paese delle meraviglie), rafforza questo sospetto, che all'epoca costò la messa al bando dalla BBC. Per uno stuolo di critici musicali e di fan il sospetto diventò certezza; e furono aiutati in questo anche da una "confessione" di quel grandissimo str...atega di Paul McCartney, il quale sostenne in un'intervista, che si trattava proprio di un inno alla droga. John Lennon invece per il resto della sua vita difese la propria versione, che anche a me piace di più. L'ipotesi dell'LSD mi sembra veramente cervellotica, e comunque triste rispetto alla bellezza dell'immagine di una bambina che vola in un cielo pieno di diamanti.

Già adesso la storia potrebbe bastare; il disegno e la bambina hanno avuto un successo e una popolarità veramente fuori dal comune, ben oltre le più rosee aspettative. Ma non è così, c'è un seguito, e anche importante.

Passiamo al 1974, per la precisione al 30 novembre. Un'equipe internazionale di paleontologi al lavoro lungo un fiume della depressione dell'Adar, in Etiopia, porta alla luce i resti fossili di un ominide di 3,2 milioni di anni fa. Questo ominide ha un cranio non ancora perfettamente sviluppato, ma può già camminare eretto sulle zampe (gambe) posteriori, e per questo motivo viene considerato l'anello di congiunzione tra l'uomo e la scimmia; la sua scoperta suscita clamore a livello mondiale.

Il fossile viene ribattezzato con la sigla AL 288-1, ma siccome è di sesso femminile e un'ignota anima bella tra i paleontologi della spedizione ha il vizio di ascoltare continuamente e a tutto volume una famosa canzone dei Beatles (certo, proprio "Lucy in the sky with diamonds") ecco che alla nostra progenitrice viene imposto lo stesso nome di battesimo della bambina compagna d'asilo di Julian Lennon!

E se pensate che sia finita, vi sbagliate. Facciamo un altro salto, l'ultimo, al 13 febbraio 2004, neanche troppo tempo fa. I ricercatori dell'università di Harvard annunciano di avere le prove che una nana bianca di nome BPM 37093, a 50 anni luce da noi nella costellazione del Centauro, è in realtà un gigantesco diamante del diametro di 4.000 Km e del peso di 2×1024 tonnellate (un 2 seguito da 24 zeri, per capirci).

Una nana bianca è cio che resta di una stella - come potrebbe essere il nostro sole - quando "muore"; questa qui in particolare è morta per aver consumato tutto il proprio materiale e averlo ridotto in ceneri di carbonio le quali - sottoposte ad altissime pressioni - si sono trasformate in diamante. E come pensate che abbiano soprannominato, gli scenziati, questo enorme diamante che vagola nel cielo? Esatto: Lucy, ancora una volta per via della canzone.

Questa storia ha due finali. Il primo, che avevo immaginato, è così:

"Da qualche parte nel mondo c'è una ragazza che da bambina è stata compagna d'asilo di Julian Lennon e che ha dato il titolo ad una celebre canzone dei Beatles, il nome ad un famosissimo australopiteco fossile e il soprannome ad un enorme diamante cosmico. Una ragazza che oggi è quasi cinquantenne. Auguri, Lucy."

Ma, come sempre, la realtà si è immischiata a rovinare tutto. Mentre cercavo un'immagine per illustrare il post, mi sono imbattuta nella foto della "vera" Lucy, una bella signora bionda dall'espressione felice e decisa. Come per tutte le cose che circondano e riguardano i Beatles, la sua identità è stata oggetto di studi e di ricerche. Anche il famoso disegno è stato rintracciato, e compare nel libro di qualche biografo particolarmente pignolo; potenza del fanatismo.

Si chiamava Lucy Vodden. E' morta nel settembre del 2009. Non è nemmeno riuscita ad arrivarci, ai cinquant'anni, come ingenuamente le ho augurato io, si è fermata a 46. L'obituary che ho letto riporta che Lucy ha lottato come un leone per alcuni anni contro il lupus, e di tanto in tanto Julian si è fatto vivo per sostenerla. Ma poi non ce l'ha fatta.

A me piace ricordarla com'era da bambina, con quel suo musetto sorridente e simpatico che faceva innamorare i suoi compagni d'asilo, con conseguenze veramente imprevedibili.

sabato 19 novembre 2011

La cruna dell'ago


Allora: qualcuno potrebbe trovare questo post un po' eccessivo, a partire dalla fotografia che pubblico in fondo. Ve lo concedo; l'argomento è abbastanza border line, e anche per questo motivo quella foto, che inizalmente pensavo di mettere all'inizio, l'ho spostata lì. Così puoi anche scegliere di non vederla, basta che ti fermi prima. Però questo post lo sento molto, voglio scriverlo e quindi lo scrivo.

Come forse hai intuito dal titolo e dalla foto, parlerò di aghi, e di "giochi" fatti con gli aghi. Non ci voglio girare attorno, adesso che lo sai sei libero di continuare a leggere oppure no.

Bene, visto che hai deciso di andare avanti devi sapere che una delle anime che, per me, sono presenti nell'SM è quella della sperimentazione. Intesa come continua ricerca di qualcosa di nuovo, mai provato prima perché sconosciuto o perché temuto. Anzi, più che una delle anime presenti, oserei direi che è uno dei motori principali del mio SM.

Non voglio dire che lo sia di chiunque perché, come giustamente mi è stato detto, ognuno ha il suo SM, ergo ne esistono tante varianti quante sono le teste che lo vivono o lo pensano. Probabilmente il segreto di una "felice vita di coppia SM" sta nel mettere insieme due persone con quasi lo stesso punto di vista sull'SM (anzi meglio: con punti di vistaopposti ma complementari), però ora sto divagando, meglio che rientro in carreggiata.

Come dicevo, la ricerca del superamento dei limiti e delle paure rientra nel mio concetto di SM. In generale sono pochissime le cose a cui dico (direi) di no a prescindere, proprio come il bambino a cui viene detto "non puoi dire «non mi piace» se prima non lo assaggi." Però qualcuna di queste cose che non vorrei mai fare c'è, e una di queste è sempre stata il gioco con gli aghi.
 
Il motivo è presto detto: ne ho sempre avuto una paura fottuta. Probabilmente si tratta di una paura inconscia, irrazionale: conosco abbastanza bene quei piccoli bastardi d'acciaio, con la loro punta acuminata tagliata di sbieco, e so bene che, al di là di quel pizzico particolare e acuto, non c'è molto altro da temere. Però tutte le volte che ho a che fare con loro (quelle poche volte, per fortuna), ad esempio per un prelievo di sangue, cerco sempre di non guardare, di non pensare a quel sottile tubicino di metallo che mi entra famelico nel braccio. E' più forte di me.

Però credo anche che quando il metallo incontra la carne, in quel momento si crea un rapporto contro natura, perverso. E quindi una cosa potenzialmente in grado di affascinarmi. Sembra un controsenso vero? Mi sa tanto che lo è, ma non ho voglia di stare qui ad esaminare i perché e i per come.

Qualche tempo fa per puro caso mi sono imbattuta su internet in un video molto cruento, in cui un master torturava la sua slave in maniera veramente orrenda. Parliamo di chiodi nei capezzoli, aghi di 20 cm. che trafiggevano il seno, e poi giù nerbate. Una cosa che, normalmente, mi fa accapponare la pelle e vomitare. Certo, hai voglia a dire che è tutto safe & consensual (consensual di sicuro, safe ho i miei dubbi...); è reale, le botte e il sangue sono veri, mica trucchi di Hollywood.

Però, ben nascosta sotto uno strato di disgusto, ho provato una strana eccitazione. Perversa, malata. Però è fuori di dubbio che l'ho provata e allora, come faccio di solito, ho iniziato a farmi domande, a esplorare e a sviscerare. La cosa in fondo era molto semplice: vedere i capezzoli trafitti dagli aghi mi ha eccitata. Vedere la slave immobilizzata ed impotente, helpless, mentre il master le perforava i capezzoli a volte lentamente, a volte con rapidità, mi ha fatto quasi venir voglia di essere io al suo posto, legata e trafitta come uno scarabeo.

Allora mi sono documentata (internet è una potenza per queste cose, se solo ci fosse stata vent'anni fa...) con un'idea fissa in testa: provare. Provare una cosa che considero terrificante, farla nonostante la mia paura, anzi proprio contro di essa, in sfida e in spregio. Ho studiato modi e precauzioni (una cosa che prego anche voi di fare molto attentamente se volete affacciarvi a questo mondo) e una sera, armata di una buona dose di coraggio, ho provato.

La prima volta, lo ammetto, sono stata una vigliacca. Ho puntato l'ago proprio al lato del capezzolo, con l'intenzione di attraversarlo da una parte all'altra proprio come avevo visto fare nel video, ma non ci sono riuscita che per un miserabile mezzo millimetro; mezzo millimetro! Dolore, nemmeno poi tanto. Fifa, parecchia. Uno a zero per l'ago, ma non mi sono arresa.

Qualche sera dopo ho raccolto ancora più coraggio, e stavolta ho fatto sul serio. Ho puntato, e spinto, spinto, spinto. L'ago ha vinto la resistenza della pelle con un pizzico del tutto sopportabile; un'altra spinta del polpastrello ed è finalmente entrato nella carne, all'improvviso, sorprendendomi.

Mi sono fermata per alcuni istanti a contemplare la scena: assurda. Il mio capezzolo con un ago piantato dentro. Mai successo, mai neanche lontanamente pensato che sarebbe successo, e invece eccolo lì. E adesso? Cosa fai, non vorrai mica tornare indietro? Vorrai mica toglierlo, dopo tutta la fatica che ti è costato?

Respiro profondo, e avanti. Le gambe tremano involontariamente, per fortuna sono seduta, spingo ancora, lentamente ma inesorabilmente. All'altro capo del capezzolo vedo lentamente spuntare qualcosa da sotto la pelle, come un piccolo foruncolo che pizzica dall'interno, altro piccolo dolore ed ecco che la punta esce, l'ago è passato. Con sollievo noto che non è uscita nemmeno una goccia di sangue.

Eccolo lì. Finalmente. Il babau che tanto temevo, alla fine è sconfitto. Ancora non ci posso credere. Provo un senso di profonda soddisfazione, e l'inizio di quella stessa sensazione di eccitazione che mi dava il video. Adesso sono lanciata, ora che ho visto che si può fare non mi ferma più nessuno. Un secondo ago mi penetra, andando ad incrociare il precedente ad angolo retto. Sempre lentamente, non ho il coraggio di tirare alla carne della mia carne le "pugnalate" che ho visto infliggere alla slave in tv.

Ripeto l'operazione sull'altro capezzolo; ho letto che "bucherellarsi" scatena un rilascio pazzesco di endorfine, lo posso confermare. Sento la testa leggera, una sensazione di felicità al centro del petto. Dolore zero. La sensazione dell'acciaio che viola l'intima morbidezza del mio seno è sconvolgente. "Il duro che vince sul morbido," proprio il contrario di quello che sosteneva Terzani; ciàpa, Tiziano. L'ago è passato attraverso di me, e finalmente io sono passata attraverso la sua cruna.

Qui bisogna immortalare l'evento e per una volta, quella nella foto, sono io. Se la vuoi proprio vedere, vai un po' più sotto.




















mercoledì 2 novembre 2011

Scusa, non è che hai 500 Euro?


Si dice in giro che le banconote da cinquecento rappresentino il 36% del totale in circolazione nell'area Euro; vuol dire oltre una ogni tre di tutte le altre. Una ogni tre. Due su tre sono tagli da mortaccioni, cinque, dieci, venti, anche cinquanta Euro; una su tre invece è una banconota VIP. Non credo che questa proporzione rispecchi correttamente quella della popolazione europea, se dovessi scommettere butterei lì un VIP ogni mille mortaccioni, al massimo millecinque. Oviamente io sto coi mortaccioni. E allora come mai questa sproporzione?

Una teoria molto accreditata sostiene che i biglietti da cinquecento siano stati stampati apposta per i trafficanti e i ricicloni, che non possono mettersi tutti quei soldi sporchi sui conti correnti (sarebbe una vera cafonata) e allora si portano in giro paccate di banconote sciolte. Quelle da cinquecento prendono meno spazio; in questo modo una valigetta 24 ore comoda e maneggevole può contenere circa sei milioni di Euro.

Il mio portafogli non ha mai avuto l'onore di ospitare un biglietto da cinquecento, il taglio più grande a cui sono mai arrivata (e mai arriverò) è - ovviamente - il cinquanta, che comunque rimane una creatura dall'esistenza effimera, costantemente minacciata e per questo sempre in via di estinzione.

Non avevo nemmeno idea di che colore avesse il cinquecento finché non sono andata a vedere su internet. Ecco, è color vinaccia. E ho scoperto anche una creatura di cui non sospettavo nemmeno l'esistenza, il giallone da duecento Euro.

Quello da cento invece una volta l'ho potuto osservare abbastanza da vicino; sarà stato un anno fa, alla cassa di un supermercato. La signora prima di me per pagare la spesa tirò fuori, a sorpresa, proprio un centone; era verde come un marziano e, per quel che mi riguardava, altrettanto alieno. Si fece silenzio all'improvviso, e tutti noi li intorno che stavamo assistendo al miracolo ci fermammo un istante, in attonita ammirazione, proprio come i magi davanti al bambinello.

mercoledì 12 ottobre 2011

Valori


In un mondo che va a rotoli c'è bisogno di eroi, valori, ideali. Quelli vecchi si sbriciolano, restarci attaccati è rischioso. Ho sempre pensato che le persone troppo legate alle proprie idee, mai disposte a metterle in dubbio o discussione, fossero un po' come il paguro abbarbicato al suo guscio (che poi in realtà non è nemmeno suo, è di recupero). Dure fuori ma molli dentro. D'altro canto non si può essere nemmeno delle banderuole, e cambiare idea ad ogni refolo di vento. Qualcosa ci vuole.

Tendenzialmente non mi va di esser presa ad esempio, di servire da modello, di fare l'evangelista. Però nel corso della mia vita ho elaborato dei punti fermi, solidi, abbastanza incontrovertibili, che adesso offro al mondo perché li usi come fondamenta, se proprio vuole:
- i gatti con tre colori sono femmine (è genetica, mica paglia);
- gli insetti hanno sei zampe, i ragni otto (e non sono insetti);
- se metti le banane in frigo diventano nere prima, e non dopo;
- se il polpo o le seppioline hanno il tentacolo che fa il "ricciolo" allora vuol dire che sono decongelati (nonostante il pescivendolo giuri che sono freschi);
- quello di Pinocchio era un pescecane, e non una balena (anzi, a voler essere esatti, un pescehane);
- De Gregori non ha scritto Buonanotte fiorellino per la fidanzata morta nella strage di Ustica. La canzone è del 1975, la strage è dell'80.

Se me ne vengono in mente degli altri ve li aggiungo.

lunedì 10 ottobre 2011

Io, Io, Io


Io, Io, Io.

Io di qua, io di la, io ho fatto, io ho detto, io???, io!, io non lo farei mai, io non credo proprio, io sì che ci sono stata, io non ci andrei nemmeno morta, io lo so bene! e poi ancora io, io, io...

Sono stufa, stufa, stufa di sentire continuamente questa solfa. Stufa e delusa. "Io io io" non è un modo per impressionare gli astanti, ma casomai per annoiarli e farli pentire di essersi seduti accanto a te.

Giudizi personali e gratuiti, elargiti a piene mani e spacciati per regole universali di vita, senza nemmeno preoccuparsi se chi ti sta attorno la pensa (o la vive) allo stesso modo. E magari ti ascolta con imbarazzo e annuisce per pura cortesia (quella che tu non hai).

Questo modo di fare non affascina, non attrae. Ti fa sentire grande, importante, ma è una sensazione che hai solo tu. Oltretutto non è nemmeno vera, e già sulla strada del ritorno, seduta nella solitudine della tua auto, ne avrai l'orribile sospetto che però scaccerai in un angolo.

"Io" non posso dire di essere proprio esente da tutto ciò, purtroppo. E' una brutta malattia che sto cercando di curare con dosi massicce di umiltà, ma ogni tanto ho delle ricadute. Però per lo meno me ne accorgo e cerco lentamente, faticosamente di migliorare.

Vorrei non dover mai più cominciare una frase dicendo "io". Tenterò. Ci ho riflettuto, tutti i termini che iniziano con "io" che conosco - egocentrico, egoista - sono brutte parole che servono ad indicare brutte persone. "Io" non è un bell'inizio.

Quant'è meglio invece qualcuno che ti mostra se stesso in silenzio, con un sorriso, con un abbraccio! Ecco, se potessi scegliere, vorrei essere sempre così...

martedì 27 settembre 2011

Declassata


Se questa fosse una storia, sarebbe una gran brutta storia. Ma è la verità. Da un po' di tempo tira una brutta aria, non solo da noi, ma un po' in tutto il mondo, e di sicuro ve ne sarete accorti. Sembra che prima o poi (più prima che poi) i cinesi ci si compreranno e ci si mangeranno, e tutto questo grazie (anche) alle agenzie di rating.

Standard & Poor's rules the world. Una settimana fa ha declassato l'Italia, poco dopo lo ha fatto con sette banche italiane (evabbè, non piangerò certo per loro), ieri ha ripetuto con città e regioni: Genova, Bologna e Milano, la provincia di Mantova e quella di Roma, la Sicilia, la Liguria, l'Emilia Romagna, il Friuli e le Marche, neanche fosse la guida Michelin. Pure l'Umbria, e proprio il giorno dopo la marcia della pace di Assisi: questi americani non guardano in faccia nemmeno i santi.

Me lo dovevo aspettare che prima o poi sarebbero arrivati anche a me. Anch'io mi sento declassata. Le mie prospettive di crescita sono a zero, semmai posso solo invecchiare. Ho una quota di mercato ridicola, oltretutto in un settore di nicchia - quello delle crossdresser - in declino e fortemente contestato dalla morale e dalla società.

I bei tempi di Lapo e Marrazzo, quando eravamo noi trav e crossdresser a metterlo in quel posto a politici e imprenditori, sono finiti. Adesso tutto è tornato come prima, sono loro che lo mettono in quel posto a noi.

La mia resistenza alle situazioni congiunturali difficili è minima. E' vero, ho raggiunto il pareggio del bilancio; tanti soldi entrano, tanti ne escono. Anzi, il pareggio lo raggiungo tutti i mesi, e ben prima della fine del mese; a volte anche troppo prima. Ma non basta.

E non bastano nemmeno i tagli che ho previsto nella mia prossima manovra finanziaria: drastica riduzione delle spese per i libri (i CD non li compro più da anni), azzeramento dei caffé in ufficio, niente cinema, niente cambio del telefonino anche se quello attuale passa ormai i cinque anni. L'ultimo concerto è stato negli anni novanta, ed era già gratis. Proverò anche a disdire il canone Rai, se ci riesco. Sì, sono una delle povere fesse che ancora lo paga.

Le gomme della macchina sono un po' lisce ma le cambierò a novembre, e solo perché ho la revisione. Il pensiero di cambiare magari la macchina tutta intera è pura fantascienza, conto di arrivare a immatricolarla come auto storica. Così la affitto per i matrimoni.

venerdì 23 settembre 2011

A bug's life


In natura esiste un fenomeno curioso, legato al mondo degli insetti. Di solito queste bestiole tentano di sfuggire ai predatori cercando di mimetizzarsi con l'ambiente circostante, per cui gli insetti che stanno sull'erba o sulle foglie tendono ad essere verdi, quelli che si posano sulla corteccia sono sul marrone scuro, eccetera.

Ci sono invece degli insetti in controtendenza, piuttosto colorati - e quindi visibilissimi - che però sono molto indigesti agli uccelli, e questi ultimi difatti li evitano come la peste. Però, all'inizio, gli uccelli non lo sanno; prima ne devono mangiare uno, stare male una nottata, dopo di che capiscono. Associano il "malessere" all'insetto colorato, e lo evitano. E voilà, il gioco è fatto: gli altri insetti non hanno più niente da temere.

Ma bisogna che uno si sacrifichi, che faccia da capro espiatorio e si lasci mangiare per buona pace di tutti gli altri insetti. E mi sembra che ultimamente la mia vita da crossdresser stia girando in questo modo. Agli inizi, quando qualcuno mi scambiava per una donna biologica (solo ed esclusivamente in internet, cosa credete?) la cosa un po' mi lusingava; adesso invece mi stufa.

Perché di solito il personaggio che cade nell'errore lo fa per superficialità, per pigrizia, non essendosi preso la briga di leggere gli avvertimenti che, col tempo, ho imparato a spargere copiosi nei profili dei siti che frequento. L'ultimo è di qualche giorno fa: un tale mi scrive e mi chiede se mi va di scambiare quattro chiacchiere. Rispondo "OK, ma hai capito cosa sono io?" (nel mio profilo ho scritto grande così: "sono una C R O S S D R E S S E R!", ma non si sa mai...)

E lui: "sì, ho capito che ti piace vestirti da uomo." (!) "No guarda, a me piace vestirmi da donna, semmai." E lui: per me va bene tutto, vive la France! Però mi sa che il dubbio gli viene, rilegge un po' meglio il profilo, e finalmente scopre l'inghippo, alleluia. Ennesime scuse, ennesima professione di stretta eterosessualità. E sicuramente la certezza che d'ora in avanti leggerà meglio i profili. Care sorelline, ve ne ho "educato" un altro, potete stare un po' più tranquille di ieri.

Però, a scanso di ulteriori equivoci, adesso ho aggiunto anche la frase: "sono un uomo; capito?" Uff, non c'è più spazio per il mistero, l'ambiguità, l'allusione, il sottinteso... Make it idiot proof, and someone will make a better idiot.


mercoledì 21 settembre 2011

Bavetta


Nella stazione di Sant'Agostino c'è una scala mobile. Certo, in tutte le stazioni del metrò c'è una scala mobile, ma questa è speciale. Si vede che il meccanismo che comanda gli scalini è un pò usurato, perché suona. Suona per modo di dire, in realtà emette un ticchettio ritmato che puoi sentire perfettamente già mentre scendi dal vagone.

Quel ticchettio non è un ticchettio qualunque, è nientemeno che il giro di basso di Riders on the storm dei Doors. Niente scherzi, è inconfondibile: ogni tic e ogni tac sono al posto giusto, è proprio lui. Lo è così tanto che ti viene in mente un pensiero assurdo, che forse Jim Morrison si è reincarnato in una scala mobile della metropolitana milanese come punizione per i suoi molti peccati.

Assurdo, ma forse poi mica tanto. In fondo come punizione ha il suo bel perché e poi dio a volte è un gran giocherellone. Senti il ticchettio, e non puoi fare a meno di iniziare a canticchiare, e riesci addirittura ad immaginare - sentire - il rumore dei tuoni e della pioggia dell'attacco della canzone, e ti sembra che fuori stia piovendo davvero anche se invece c'è il sole. E vai avanti a canticchiare per un bel pezzo, te la porti ben oltre i giardini di piazza Napoli, quasi fino in via Cola di Rienzo.

Alla base della scala mobile, ogni mattina, assieme a Jim Morrison c'è sempre lui. Bavetta. Ha un'età indefinita, probabilmente sui trenta-quaranta. Testa tonda, rapata quasi a zero, appoggiata su un corpo anch'esso del tutto rotondo. La barba è sempre di due giorni. Indossa sempre la stessa giacca a vento celeste e se ne sta lì, con la mano aperta tesa in avanti, il palmo verso l'alto a chiedere l'elemosina. Fermo e immobile come un paracarro.

Il viso è assolutamente inespressivo, gli occhi perennemente chiusi. Mai uno sguardo, un cenno, una parola, un giorno dopo l'altro. Un giorno dopo l'altro. Impossibile sapere come si chiama, io l'ho soprannominato "bavetta" perché ad un angolo della bocca ha perennemente incollato un rivolo di quella sostanza, una specie di stalattite iridescente di un colore indefinibile.

Gli passo davanti tutte le mattine, e mi chiedo se sia vivo davvero, se mai un lampo attraversi e illumini l'oscurità che gli riposa dietro agli occhi. Se anche lui riesca a sentire Riders on the storm come me, oppure no. Se riesca a immaginare il temporale anche in un giorno di sole. Ogni mattina lo saluto mentalmente, "ciao, Bavetta!"

Lui non mi risponde mai e se ne resta lì, con il suo secreto.

(Syuzee, 1996)

giovedì 15 settembre 2011

Post bianco

Stamattina il sito Legami.org è off-line. Io sono una frequentatrice un po' discontinua, però quando una cosa non c'è più senti che ti manca. C'è solo uno sfondo tutto bianco, abbacinante, su cui campeggia questa poesia di Fernando Pessoa:

«La morte è la curva della strada,
morire è solo non essere visto.
Se ascolto, sento i tuoi passi
esistere come io esisto.

La terra è fatta di cielo.
Non ha nido la menzogna.
Mai nessuno s’è smarrito.
Tutto è verità e passaggio.»

Un'amica mi ha spiegato che probabilmente è per via del "recente fatto di cronaca" (le virgolette sono mie, perdonatemi l'eufemismo ma non mi va di menzionarlo - visto che lo fanno già in tanti). Avrei potuto arrivarci anche da sola ma sono tarda a capire.

Però. Rispetto questo segno di lutto - e molto - ma non lo condivido. Non riesco a vedere la morte in maniera così poetica, anche se in un vecchio post ho pubblicato anch'io una poesia (non mia) sull'argomento. Non ce la faccio a pensarla come una continuazione e non un'interruzione. A volte non credo nemmeno che esista qualcosa dopo la vita.

E soprattutto sono convinta di questo: che la maledizione più grande nella vita sia sopravvivere ad una figlia. Una maledizione buia, spaventosa, che non potrei reggere.

martedì 13 settembre 2011

Lunaesole


Milano la mattina presto è un'altra città. Aria fresca, frizzante, quasi fredda. Cielo sereno, pulito. E' quasi bella, di una bellezza inafferrabile da chi non è nato e cresciuto in città.

Guidare nel traffico quasi inesistente ti da un sottile brivido di piacere: è come essere la regina di una città morta, come se una pestilenza si fosse portata via tutti tranne te, lasciando vuoti i viali solcati dai cavi della filovia, ormai inutili.

In uno squarcio di cielo tra due palazzi, davanti a me, vedo la luna, piena e ancora alta, non ancora tramontata. Il sole, caldo e arancione, sta sorgendo nel frattempo nello specchietto retrovisore. Una leggenda dice che sole e luna non si incontrano mai, ma è falsa.

giovedì 8 settembre 2011

Trans Girl Diaries

 Cari amici e amiche, come avrete forse già capito due interessi che ho nella vita sono le tematiche CD/TG e i fumetti. Potrebbero sembrare due argomenti che non hanno niente da spartire tra loro, e invece i punti di contatto ci sono, eccome.

Già da diversi decenni il fumetto si è scrollato di dosso l'etichetta di prodotto "per bambini" o per particolari sottoculture (leggi: nerd sfigati che collezionano le statuine di Star Wars), ed ha iniziato a trattare temi decisamente impegnati e complessi, e anche di forte impatto emotivo; tra tutti, cito per esempio Maus di Spiegelman, Piazza Fontana di Barilli e Fenoglio, e Gorazde Area Protetta di Sacco, tre "letture" che consiglio vivamente.

E i transgender? E i crossdresser? Devo ammettere che la parte del leone in questo campo la fanno le pubblicazioni pornografiche, che a onor del vero arrivano anche ad essere di un livello qualitativo che non ha nulla da invidiare ai grandi "maestri" (sto pensando per esempio a Xavier Duvet, Dmitrys, Baldazzini e Sarath) ma che però si limitano a toccare unicamente l'aspetto più esteriore, ludico e lubrico di questo "mondo".

La sfera interiore, più intima, dove covano conflitti, lacerazioni, traumi ma anche segrete speranze e piccole soddisfazioni, è ampiamente trascurata. Ed è un vero peccato. Per questo sono rimasta felicemente stupita quando ho scoperto un sito, Trans Girl Diaries, che - come dice il nome stesso - parla di noi TG e CD con delle "strisce" ironiche, senza falsi pudori, disegnate con naturalezza e scioltezza. Il sito è in inglese, e anche l'humour che lo pervade è a volte un po' british, sottile e impalpabile, ma strappa sempre almeno un sorriso, anche su argomenti molto seri come terapie ormonali e omofobia.

La vignetta che riporto all'inizio del post ne è un esempio, ed è stata tradotta dalla sottoscritta con l'incoraggiamento dell'autrice. Proprio l'autrice, Evelyn Poor, rappresenta un grande mistero. Il suo sito (ma anche l'intero web) è avarissimo di informazioni biografiche, e lei - per sua stessa ammissione - è troppo schiva e restia a darne, anche per email. Quasi certamente si tratta di una sorellina (CD o TG, non è chiaro - limite mio), e certamente ha un dono, un vero talento nel disegnare e nello scrivere, oltre ad avere un bel cervellino.

Se conosci bene l'inglese, è un sito che merita decisamente un giro. Enjoy.

lunedì 5 settembre 2011

Tutta colpa di una sedia

Mi sono domandata spesso se la "nascita" di Syuzee sia stata una cosa realmente imposta dell'esterno (pur abbracciata velocemente e senza remore) come a volte mi racconto illudendomi, o se in me esisteva già il seme della "follia"e Madame si è semplicemente presa l'incarico di farlo germogliare.

In alcuni post recenti ho raccontato alcune delle mie prime esperienze con Madame, e per farlo ho dovuto "scavare" abbastanza profondamente dentro di me e attingere ai ricordi e alle sensazioni legati a quel periodo ormai lontano quasi due decenni. Mi sono resa conto che un'operazione come questa ha smosso anche altre cose, e del resto non avrebbe potuto essere altrimenti: se tocchi l'anello di una catena non puoi impedire a tutti gli altri anelli - chi più chi meno - di non entrare a loro volta in risonanza.

E così sono andata alla ricerca delle mie radici, di quel primo seme e di quando venne impiantato. La ricerca è stata fruttuosa, forse anche troppo, visto che di semi ne ho trovati parecchi. Il primissimo ha a che fare con un breve episodio accadutomi in tenera età, e per ovvi motivi non può essere raccontato in questa sede.

Il secondo è legato ad alcuni giochetti (tutto sommato abbastanza innocenti) a cui mi sottoposero due miei cugini più grandi - in tempi diversi - sempre nella mia infanzia. Fu - forse - il loro modo per dare sfogo alle pulsioni di quella temporanea fase omosessuale che, gli psicologi dicono, molti se non tutti i maschietti attraversano durante l'adolescenza.

L'episodio che più avrebbe dovuto mettermi in guardia su ciò che mi doveva attendere accadde qualche tempo dopo, agli inizi degli anni ottanta, quando avevo intorno agli 11/12 anni. Stavo giocando nello scantinato di un palazzo assieme ad un amico - uno di quelli che si sono poi "persi per strada" - quando lui, ad un tratto, decise che doveva imprigionarmi. Mi immobilizzò legandomi mani e piedi con la camera d'aria di una bicicletta, "abbandonandomi" per alcuni minuti nella sua cantina piena di ciarpame.

Tra le carabattole c'era una cosa su cui avevo messo gli occhi: un casco giocattolo in plastica di Darth Vader, che però noi a quei tempi conoscevamo come Dart Fener. Vederlo e desiderare di indossarlo fu tutt'uno. Prima che il mio amico mi "abbandonasse" per finta, quando la legatura era ormai fatta, trovai la forza di chiedere, con un filo di voce, che mi rinchiudesse la testa nel casco, cercando di sembrare più naturale possibile.

Lui fece spallucce e mi accontentò, senza dare troppa importanza alla cosa. Ricordo ancora la fresca penombra della cantina, l'odore di gomma della camera d'aria, il mio respiro pesante dentro il casco e una crescente sensazione "elettrica" all'inguine e al perineo. Non era più una cosa del tutto innocente.

Passò ancora qualche anno e un pomeriggio, a casa di altri amici, scoprimmo sotto il lettone una fornitissima "biblioteca" di giornaletti porno; iniziammo delle sessioni di gruppo di lettura intensiva e so che forse non ci crederete, ma era davvero solo lettura. Eravamo troppo sfigati e provinciali anche solo per pensare di masturbarci a vicenda o altro, figuriamoci farlo.

Devo dire che a quell'epoca le mie conoscenze in campo sessuale erano praticamente pari a zero. E grazie a quei giornaletti riuscii a svelare finalmente alcuni dei misteri che circondavano l'universo femminile, più qualcos'altro.

Una volta, durante una lettura di gruppo, ci imbattemmo infatti in una fotografia che da allora mi ha sempre perseguitato. Si trattava di un'immagine che oggi definiremmo di bondage. Una donna era legata ad una sedia, con un vibratore saldamente infilato nella vagina e un bavaglio in bocca. Ho cercato a lungo quella fotografia ma, nonostante in internet si riesca a trovare praticamente di tutto, senza alcun risultato; il meglio che sono riuscita a fare è stato "ricostruirla" a memoria - con un po' di pazienza - in stile manga, e la vedete qui sopra.

La location domestica di quella foto (una cucina, se non ricordo male) sembrava alludere ad una sorta di sadica punizione applicata da uno spietato marito/padrone alla sua indifesa moglie/schiava, senza dubbio per un qualche tipo di torbida colpa (un tradimento?); tutto l'insieme - la postura del corpo, l'espressione sul viso della donna, i legacci e il bavaglio - emanava un senso di tremenda, inesorabile impotenza.

La visione durò pochi istanti prima che la pagina venisse inesorabilmente voltata, e non ebbi il coraggio di chiedere un secondo sguardo. Ma se è vero che gli occhi sono gli specchi dell'anima, è altrettanto vero che ne sono anche le porte: quella foto mi "colò" letteralmente dentro la testa come attraverso due imbuti (da allora non ne è più uscita) iniziando a tormentarmi.

Volevo essere io nella foto. Lo desideravo con ogni fibra del mio corpo. Ad un certo punto ricordo che arrivai persino a tentare di smontare una delle sedie della cucina per provare a ritrovarmi in quella posizione e ovviamente non ci riuscii. Ma poi successe dell'altro.

Durante un altro pomeriggio di "sane" letture i miei occhi si posarono su una creatura fantastica, mai vista prima, di cui ignoravo totalmente l'esistenza: viso d'angelo, corpo di donna, e sesso maschile. Credo di aver strabuzzato gli occhi, e chiesto cosa fosse. La risposta fu piena di ribrezzo: "è un travestito! Un uomo che si veste da donna!"

Ma io la trovai immediatamente la creatura più bella che avessi mai visto, e tenni rigorosamente per me questo apprezzamento. Dovevo aver già capito che questo faceva di me una persona "diversa", e che le persone "diverse" spesso e volentieri erano respinte ed emarginate, anche con la violenza.

Alcuni smaliziati esploratori del passato hanno raccontato di come certe popolazioni, prima della scoperta da parte dell'uomo "civilizzato", non conoscessero menzogne e inganni - e non avrebbe potuto essere altrimenti. Il primo contatto con i bianchi coincise con la loro perdita dell'innocenza; il primo contatto con quelle fotografie coincise con la perdita della mia. Presto sarebbero arrivati il primo rossetto, il primo reggiseno, il primo reggicalze...

Per questo motivo quando - un pomeriggio di molti anni dopo - Madame piantò il suo seme dentro di me, trovò un terreno decisamente fertile. E forse lo aveva intuito già in precedenza.

giovedì 1 settembre 2011

Decisamente eterosessuale


Com'è, come non è, gli etero sono sempre, invariabilmente, "decisamente etero". Nei forum. Nei moduli di iscrizione politically correct per modo di dire. Negli annunci. Nei profili.

Gay, lesbiche, bisex, trav/trans (questi ultimi le rare volte che sono contemplati) sono "solo" gay, lesbiche, bisex, trav/trans. Gli etero invece sono "decisamente".

Mi rivolgo a te, etero ignoto, se esisti. Perché quell'attributo così assoluto, categorico, definitivo? Perché tutto questo desiderio di voler mettere le cose in chiaro, senza alcuna ombra di dubbio, fin dall'inizio?

Questo mettere le mani avanti in maniera così plateale sa molto di insicurezza, sembra la coperta di Linus. "Etero" da solo basterebbe, aggiungergli il "decisamente" è forse l'unico caso in cui un rafforzativo, anzichè rafforzare, indebolisce.

Sarà mica che hai paura? Paura di quello che potresti fare se ti trovassi da solo con un gay, una lesbica, un bisex, un trav/trans?

Mica mordiamo, e poi anche se fosse non siamo contagiosi.

martedì 30 agosto 2011

Milano come Rio, Rio come Milano


Una sera (sul tardi) di fine luglio, la tv si ferma su Current. Mancano tre giorni e poi il canale chiuderà, spazzato via da Sky, c'è chi dice per vendetta, chi per fare un  favore al Cavaliere. Ma non è questo l'importante. Un giovane giornalista un po' rotondetto (che assieme al cameraman strizza un po' troppo l'occhio ai dettagli pruriginosi) vola in brasile per un servizio sui transessuali.

Parte l'intervista-verità a due prostitute trans, lo sfondo è l'habitat tipico di questa specie: i viali di Rio de Janeiro. La prima (non ricordo il nome), 53 anni di cui 43 passati sui marciapiedi, viso segnato dai tanti anni passati in trincea e dal botox. La seconda, Patricia Araujo, nota pornostar transessuale (è quella nella foto qui sopra), viso da bambola e un corpo che sembra fatto apposta per il peccato - pure troppo.

Di entrambe ti colpisce da subito un fatto: non sono doppiate, parlano un italiano perfetto, magari solo un po' accentato. Il motivo è presto detto: tutte le trans brasiliane, prima o poi, hanno avuto un periodo di "lavoro" in Italia. Perché? A quanto pare l'Italia è il primo paese al mondo per richiesta di prosituzione transessuale. Un dato curioso che emerge è che la maggior parte dei clienti si definisce eterosessuale, però poi chiede di essere passiva durante il rapporto.

Le storie di queste transessuali si assomigliano più o meno tutte: un passato di abusi, o di abbandono, o di povertà (o di tutte e tre le cose insieme), le prime marchette, i primi soldi, le prime operazioni (seno, naso, glutei, in Brasile sono all'avanguardia in questo campo), e poi il viaggio della speranza in Italia, prima sui marciapiedi e poi -  se si è brave e carine - in casa.

Per cercare di riuscire a farsi un nome, un sito internet, magari anche qualche film, e poi arraffare quanto più possibile, capitalizzando l'unica risorsa a propria disposizione, mettere da parte ogni centesimo per tornare in Brasile con una "dignitoso" gruzzolo. Ammesso poi che tra sfruttatrici e affitti vari (non solo la casa: ti affittano anche il pezzo di marciapiede su cui lavorare) ci si riesca.

Proprio come la Araujo, sotto trattamento ormonale fin dai 10 anni, fuggita di casa e subito marchettara, che sfoggia una conoscenza dei viali di Milano (e della loro fauna) meglio del tuttocittà. Prostituta, pornostar, una villa con vista su Copacabana pagata con gli euro degli italiani, e un sito internet dove puoi trovare, tra le tante, una gallery intitolata "Patricia Araujo e Camilla De Castro scopano fino alla morte."

La scelta del titolo denota un gusto veramente pessimo, ma chi dice che le trans debbano averne? In fondo sono persone come tutte le altre, sensibili o grezze, gentili o scorbutiche. E comunque al maschio medio quello che importa è ben altro... Pessimo gusto, dicevo, dato che la De Castro alla morte ci è arrivata davvero, si è suicidata nel 2005. Forse depressa, forse sotto stupefacenti, forse perché aveva scoperto di essere sieropositiva. E anche questo è uno degli infiniti altri lati della medaglia.


Per approfondimenti (leggete che ne vale la pena):
Preziosa, la prostituta trans che ha avuto il coraggio di denunciare i CPT
La tratta delle transessuali, business da 20 milioni al mese

venerdì 26 agosto 2011

Fenomenologia dello Strap-On



Sono orgogliosa di poter ospitare sul mio blog una mini antologia in quattro "capitoli" legata ad una tematica a me molto cara, quella dello strap-on.

I primi tre interventi sono stati pubblicati recentemente sul forum del sito Legami.org e sono qui presenti per gentilissima concessione dei loro autori. Colgo l'occasione per ringraziare profondamente Ileana e Femcurious06 per aver condiviso con noi i loro preziosi pensieri e per avermi dato il permesso di ripubblicarli qui. 

Il quarto "capitolo" invece è stato scritto dalla mia amica LadySweetLash appositamente per questo blog; le parole non bastano per esprimerle la mia gratitudine. LSL mi ha confessato di averlo scritto tutto d'un fiato, "di getto", a riprova dell'interesse profondo che nutre per questo argomento.

Questi quattro "discorsi brevi" sono così complementari tra loro da costituire a buon diritto una unica, armoniosa  dissertazione sullo strap-on e sulla sua percezione sia dalla parte passiva che da quella attiva; maschile la prima e femminile la seconda, in un universo capovolto di cui lo strap-on è allo stesso tempo artefice e strumento.

La vostra affezionata Syuzee condivide in larghissima parte ciò che state per leggere, dato che (per sua candida ammissione) è "una fiera sostenitrice dell'uso dello strap-on da tempo immemorabile,"  e aggiunge di non averne mai fatto mistero - e di non essersene mai vergognata.

Del resto, il complimento (indiretto) che più mi ha fatto piacere ricevere nel mondo BDSM è stato il vedere l'espressione sbalordita di una mia amica Mistress nel ricevere, dalle mie mani, uno strap-on come dono di compleanno - soprattutto dopo che nella sua vita aveva ricevuto dagli "schiavi" una sequenza di meno impegnativi (in tutti i sensi ;o) frustini...

Enjoy.

 

QUANDO IL CULO SI FA VAGINA
(Antropologia dello schiavo maschio anale)
di Ileana (7/05/2011)

La tipica relazione sadomasochistica è caratterizzata, come si sa, dall’interazione a livello non solo sessuale tra un soggetto dominante e uno sottomesso. All’interno però di questa schematica asserzione, il rapporto si sviluppa con dinamiche molto differenziate; certamente buona parte di queste pulsioni è messa a servizio della funzione sessuale che nell’ambito del contesto specifico ha una mansione importante da svolgere forse non secondaria però alla collocazione di ruolo dei due soggetti. La coppia sadismo-masochismo è considerata come una delle grandi polarità che caratterizzano la vita sessuale in generale, reperibile negli opposti attività/passività, maschile/femminile, fallico/castrato, aggressione/sottomissione.

Al maschio è tradizionalmente affidato il ruolo di “attivo” per la sua capacità di inseminare la femmina che quindi per cultura, per la stessa posizione subordinata nel coito, ma soprattutto per il suo lasciarsi penetrare, è considerata soggetto “passivo”. In questa logica la penetrazione sessuale sancisce sia la differenza sessuale, sia lo stato subalterno della donna nel sesso. In realtà, da queste differenze “secondo natura” si è sviluppata nei secoli una cultura che pone la donna in condizione subalterna oltre che nel sesso, anche e per estensione del concetto, in molti altri settori della sfera dei rapporti interpersonali e sociali.

E’ evidente quindi che per il “maschio slave” sia quasi automatica l’identificazione col soggetto considerato il più debole della coppia Dom/sub. Rimane però anche per lui il condizionamento sociale, l’educazione, i divieti culturali e parentali e anche religiosi che si oppongono a questa sua pulsione, perché penetrare, come indica il termine stesso, significa permettere a qualcun altro di entrare nel proprio corpo, cancellando così il confine consolidato tra il sé e il diverso da sé.

Infatti è perfettamente normale e scontato, agli occhi di un uomo, che egli “entri” nella donna e che una parte di lui “sfondi” letteralmente la barriera del corpo di lei. Sfondando questa barriera, come si è visto, si sfondano anche l’identità, l’autonomia e l’indipendenza del sé femminile. Lui è l’invasore che non viene invaso. Ecco perché il maschio trova inaudito e gli suscita solo spavento l’ idea di potere invece essere lui colui che viene invaso. Da questo complesso di tabù e timori irrisolti deriva quindi la metaforizzazione della sodomia come atto volto a conquistare e a sottomettere le donne e gli altri maschi nella lotta personale per l’affermazione e per il predominio.

Per l’uomo schiavo invece, il desiderio (spesso inconscio) di essere comunque "posseduto" da chi loro stessi eleggono a figura dominante, è una costante in quanto metaforizza una condizione di totale spersonalizzazione a partire dal genere. Vincere, superare quindi i divieti, rappresenta il punto d’arrivo del suo percorso mentale, al quale accede attraverso molti dubbi e molta sofferenza, superando anche la paura di “quella” specifica sofferenza fisica, la cui idea nell’uomo può anche essere terrificante. Ci sono quindi molti ostacoli da superare che però non possono non esercitare su di lui che un sicuro e continuo fascino.

Così, aprirsi al pene sia pur finto di una Padrona o, a maggior ragione al pene di un Padrone, significa nell’immaginario maschile e ancor più nell’immaginario dello slave maschio, rinunciare al proprio genere, alla propria dignità di uomo e di persona per assumere un’identità indefinita aperta a ogni degrado. E’ insomma, per lo slave molto più che per la slave, il capitolo finale di un percorso tutto mentale teso all’annullamento del proprio “sé” in favore, forse, di una personalità dominante che dal nulla lo possa ricostruire secondo schemi spesso inconsci che gli facciano trovare una collocazione migliore nel mondo.

E il sesso? Il sesso è uno strumento, non il fine; il suo è un sesso di “donazione” al dominante di turno nella speranza spesso disattesa di un approdo a una consapevolezza migliore di se stesso. In fondo, quella dello “slave”, è una ricerca mistica di una qualche propizia “Divinità” alla quale assoggettarsi. E a questa Divinità lui, come il pellegrino quando va al Santuario, porta in dono le sue pene e le sue angosce e i suoi peccati per ricevere punizione e perdono.
Ecco allora che il suo culo si trasforma in accogliente vagina !


STRAPON - UNA SENSAZIONE DI TESTA...
di Femcurious06 (4/06/2011)

Un mese fa avevo letto con estrema attenzione il bell'articolo di Ileana sulla penetrazione F/m e sulle dinamiche psicologiche "maschili" dello strapon viste da una donna. "Antropologia dello schiavo maschio anale" era il sottotitolo. Interessanti molti passaggi fra i quali: "(...) è perfettamente normale e scontato, agli occhi di un uomo, che egli “entri” nella donna e che una parte di lui “sfondi” letteralmente la barriera del corpo di lei. Sfondando questa barriera, come si è visto, si sfondano anche l’identità, l’autonomia e l’indipendenza del sé femminile. Lui è l’invasore che non viene invaso. Ecco perché il maschio trova inaudito e gli suscita solo spavento l’ idea di potere invece essere lui colui che viene invaso. (...)"

Ora... noi uomini conosciamo (per esperienza vissuta) o possiamo intuire all'interno di noi stessi il "percorso" mentale "maschile". Inutile aggiungere altro. Ma quello femminile? Non è la classica e stereotipata vulgata dell'"invidia del pene" di freudiana memoria. Al contrario - invece - sono le sensazioni più intime e del tutto psicologiche, com'è ovvio. Qual è stato il primum movens, la "molla" che ha fatto scattare il tutto? Scavando a ritroso... Pentimenti? Esitazioni? Gioie? Fobie? Ce ne sono state?

E' certo un vissuto del tutto godibile e - come dire? - di riporto. Ma estremamente  "interno", "femminile." Estasiarsi al piacere/dolore altrui. Compenetrarsi... immagino. Sul sito [Legami.org, ndr] negli archivi dei forum (di vissuto, immaginato ed "esternato") non c'è molto... quasi niente. Quelli che leggerete più sotto sono solo alcuni excerpts di una mia breve e frettolosa ricerca. Un invito al "femminile" -quindi- ad esprimersi. Se lo si desidera. Grazie.

* * * * * *
"(...) Adoro il contatto e il cercare di inondare l'anima di chi viene penetrato... Parlando di donne, anche io preferisco il dildo manovrato a mano, ma le volte che ho indossato lo strapon, l'ho fatto in questo modo. Sono sicura di non avere perso nulla, sono sicura di avergli regalato l'illusione di essere posseduto davvero. Lo strapon indossato mi piace molto anche per altri tipi di umiliazione. Il tenere lo slave per i capelli, con fermezza e senza violenza. Accompagnare i suoi movimenti sul dildo finto e il mio godere solo di testa, perchè in effetti niente di ciò che voi sentite ci è permesso di provare, se non l'idea di dominare, di essere, di volere... L'invidia la sento di più dall'altra parte, la voglia , il bisogno di sentirsi desiderati, cercati, perseguitati degli uomini.. come noi donne. L'ano ci regala una penetrazione forte, trasgressiva (...)"

"(...) Molto diversa è la posizione di inserzione. A me per esempio piace lo slave a cosce aperte come una donna e il bacino sollevato, così che io possa torturargli i capezzoli o provvedere ad un cbt. Trovo diverso anche il genere di umiliazione... Non è facile spiegare a parole, ma se prendiamo uno slave omofobico, e vede uno strapon, c'è una gamma di pensieri ben diversa da uno altresì omofobico che vede un plug. So di non essere molto chiara, ma certi meccanismi si basano su piccole sottigliezze.  (...)"

"(...) Sono certa che molti uomini invidiano molto le donne, al loro modo di lasciarsi andare, al loro modo cosi "privato" di godere. L'uomo , in fondo , è cosi meccanico... (...)"

"(...) D'accordo che i gusti son gusti... e quindi ognuno di noi e libero di esprimere il suo parere, ma credimi che quando guardo gli occhi della Ninfa che lavora di strap vedo una luce... (...)"

"(...) Trovo molto eccitante indossare lo strap. Non mi piace invece utilizzarlo per penetrare (...) mentre adoro farmi «adorare» il «mio» pisello, nel senso più maschilista del termine. (...)"

"(...) No, usare un dildo o usare uno strap-on non è assolutamente la stessa cosa, almeno sicuramemte non è la stessa cosa per lo schiavo (ma ritengo anche per la Mistress). (...)"

"(...) Ma tu vuoi mettere prendere un uomo di dietro nella stessa posizione che usa l'uomo quando domina la femmina? :) Poter spingere e far sentire chi comanda, chi gestisce il gioco, chi stà sopra... con un dildo in mano non sarebbe la stessa cosa. Secondo me è solo un fattore psicologico, in quella posizione in quel modo ci si avvicina di più all'assomigliare all'uomo. (...)"

"(...) E spesso mi piace stravolgere (con lo strap on, ad esempio) le differenze naturali. Il presupposto di partenza è, dunque, che la "posizione" originaria e naturale sia un'altra. Altro discorso è il fatto che sia dominante, o aggressiva, o qualunque altra cosa: sono una donna dominante, aggressiva etc etc, non c'è alcuno scimmiottamento in tutto ciò, ma naturale espressione della mia femminilità. Il fatto che poi prenda in prestito, nel gioco, alcuni atteggiamenti maschili, in fondo è vero: è uno scimmiottamento. Quando lo faccio godo nell'umiliare lo schiavo utilizzando «contro» di lui ciò che in natura è consono a lui, per quanto in quei panni possa sentirmici a mio agio e per quanto elegantemente possa indossarli e utilizzarli. (...)"


LO STRAP ON DAL PUNTO DI VISTA FEMMINILE
(Antropologia della donna Mistress)
di Ileana (20/08/2011)

Ringrazio molto Femcurious06 per il suo forum "STRAPON - Una sensazione di testa..." dove mi ha citata, tanto che mi sono sentita in dovere di rispondere anch’io al suo quesito per esprimere come "sento" personalmente questa pratica, cercando però di chiarirne anche alcuni aspetti generali di tipo fisiologico e anche… storico, sulle quali chiederò il vostro parere ! :-)

Lo strapon o meglio, l’uso dello strapon su un maschio slave, ha sempre rappresentato per me un punto d’arrivo di un percorso graduale da fare insieme, proprio perché l’ho sempre considerata una pratica molto "invasiva" per un uomo. Invasiva sul piano sessuale ovviamente, ma direi soprattutto su quello mentale, proprio per la simbologia che è implicita nell’atto della sodomizzazione.

Per quanto riguarda il "piacere" sessuale mio, direi che è stato sempre molto limitato (solo un po’ di piacevole pressione sulla parte; forse con un altro tipo di strapon sarebbe stato diverso, ma non so…), però sul piano mentale è sempre stato una "BOMBA."

Ci sono tre motivi principalmente che secondo me rendono questa pratica intrigante a una donna e in special modo a una donna Mistress: il primo è la logica sensazione di sopraffazione che si prova violando così platealmente l’intimità maschile. Il secondo è lo scambio di ruolo totale in quel momento e quindi implicitamente anche (terzo motivo) una certa dose di femminilizzazione che non guasta se si considera che il "potere" per l'uomo (anche quello sessuale) è sempre stato "maschile."

Queste tre cose insieme capovolgono il rapporto maschio/femmina ed è proprio per questo che considero lo strapon come punto d’arrivo della schiavizzazione maschile e, proprio per questo, che è necessaria una preparazione anche psicologica allo slave.

Una volta superato però l’ostacolo psicologico, per lo schiavo maschio, quasi a sua "premiazione", affiora un "vero" piacere sessuale indotto dallo strofinamento sulla prostata che provoca vero godimento sessuale fino anche all’eiaculazione. Questa sommariamente è la fisiologia dell’atto della sodomizzazione per un uomo da parte di una donna.

Ma, secondo me, è anche un modo di leggere il passato.

Fino al V° secolo d.c. la bisessualità maschile era una cosa comune, qualche volta considerata addirittura terapeutica per i giovani. Ad es., gli Ittiti, popolo guerriero dell’Asia Minore, addirittura si sposavano ufficialmente due volte, la prima con una donna per avere figli, la seconda con un altro uomo con cui condividevano sesso e battaglia e, pare, che il legame fosse molto forte. Del resto, perfino l’ammiraglio Nelson parlava delle ciurme delle sue navi come di "tagliagole sodomiti!"

Ora io mi chiedo (e mi scusino gli uomini che leggono), non è possibile che qualcosa di quel DNA sia rimasto? Io penso di sì, perché non è possibile il contrario, solo che dopo sono intervenuti i divieti sociopolitici, religiosi, morali che hanno modificato il modo di percepire le spinte sessuali.

Concludendo ritengo che l’impianto fisiologico e ormonale dei maschi sia conformato alla bisessualità più di quello delle donne. Molto probabilmente questo è quanto rimane naturalmente e antropologicamente dei primi uomini obbligati a lunghe lontananze dalle femmine per la caccia, le battaglie, ecc. e quindi a trovare altri sfoghi sessuali.

Nelle donne invece, costrette dai cicli mensili, dalle gravidanze, dai figli a restare stanziali, l’evoluzione è stata diversa e ha sviluppato altre tendenze come per es. il legame famigliare e il senso "infermieristico" tipico nelle femmine e necessario a curare gli uomini quando tornavano malconci. Bisognerebbe anche dire che le società primitive erano a carattere matriarcale proprio per proteggere il nucleo sociale in divenire e per non esporlo a rischi gravi e lasciare liberi gli uomini di procacciare cibo e tenere lontane le minacce.

Preciso che qui parlo di "bisessualità", non di omosessualità che è tutt’altra cosa.



 LO STRAP-ON COME PROIEZIONE DI SE'
di LadySweetLash (24/08/2011)

Sappiamo tutti che la penetrazione anale M/F è, oltre alla perversione, di provenienza lontana. La sodomizzazione della donna altro non è, da che mondo e mondo, la dichiarazione di dominio dell'essere superiore (uomo) sull'essere inferiore (donna) e non me ne vogliano femministe e femdom, basta che seguano il ragionamento.

Ora, ci si ostina a definire l'uso dello strapon come facente parte del sadomasochismo. Già questa costrizione parte da un punto errato: sfiora il sadomasochismo per il dolore che una penetrazione forzata e "a secco" provoca, ma quando il soggetto che sarà passivo viene adeguatamente preparato, cessa di far parte della definizione sadomaso ed entra di quasi diritto in quella, decisamente più generica, di BDSM.

Comunque sia, è fuor di dubbio che l'atto di penetrazione anale sia la conclamazione della dominazione della Mistress sullo schiavo, o sull'oggetto che dir si voglia, e questa pratica tende ad essere l'espressione principe proprio del criterio della dominazione di un Essere Superiore riconosciuto tale da quello inferiore.

Siamo tutti d'accordo che usare un butt plug, un dildo ed uno strapon abbia 3 significati diversi, così come siamo d'accordo che solo con gli ultimi due si ha veramente la possibilità di umiliare il maschilismo e di trasformare il cacciatore nella preda. Per il buttplug vedo solo qualcosa che da sapore di distacco, di disinteresse: se la Mistress non provvede al suo inserimento, ma si limta ad ordinarlo, ecco che scatta la meccanicità del sedercisi sopra, dell'andarci in giro in completo segreto rispetto all'universo mondo. Ma il dildo e lo strapon no.

Le tecniche sono molteplici, personalmente ho sempre gradito il dildo perchè mi permetteva meno coinvolgimento emotivo e perchè non riuscivo a trovare uno strapon od un harness che potessi comodamente indossare. Problema brillantemente risolto dalla Syuzee che ha una capacità manuale non comune. La prima volta che ho indossato il suo harness con lo strapon che mi aveva regalato, è stato come vedere i contorni definiti quando il miope indossa gli occhiali.

Ho messo a frutto tutto il tempo che avevo investito a "preparare" lo schiavo, ero partita dal dito e stavo arrivando quasi alla conclusione di quel percorso. Non so se lo sconvolgimento mentale sia stato influenzato anche dalla mia bisessualità, fatto sta che durante l'inserimento - non stupro ma inserimento, col fine di far sentire ogni centimetro del dildo - la mia testa ha pian piano preso il volo, sino ad arrivare ad una trasformazione della forma mentis da femminile a maschile.

Le spinte pelviche non più subite ma imposte, il ritmo irregolare, lo scivolamento all'interno di un corpo praticamente arreso sono stati l'apogeo del mio modo di intendere la dominanza. Facevo qualcosa che andava contro qualsiasi regola più o meno standardizzata - da che mondo è mondo una donna non "fotte" fisicamente un uomo - e smessi i panni della penetrazione mentale, del mindfucking, stavo passando a concretizzare ogni precedente fantasia che, per inciso, avevo anche da vanilla: scopare, letteralmente scopare un uomo.

Il milking, il massaggio prostatico con le dita, era sostituito da un coadiuvante del tutto simile ad un pene maschile, altrettanto tumescente e mobile. Essendo sessualmente anorgasmica, quella pratica mi donò un orgasmo cerebrale così violento, immediato, sconvolgente che dovetti fermarmi.

E questo si ripeté quando feci inginocchiare lo schiavo per mimare un pompino, altra pratica M/F che in quel momento, col suo rossetto sbavato ed il rimmel colato, mi ha lacerata la testa per la perversione che quell'atto stava creando. Le stesse sensazioni non le ho avute nel maneggiare un dildo, mancando il contatto corporeo, e forse per via dell'atmosfera D/s che s'era venuta a creare.

Un appunto che va oltre l'argomento: le stesse sensazioni che provo usando lo strapon le ho nella pratica del cateterismo uretrale: è l'idea di entrare dentro un corpo, nei suoi spazi più intimi, di esplorarlo, che "batte in testa." Sentirsi dire in entrambi i casi "non ti ho mai sentita così Padrona come adesso" significa riconoscere che esiste la dominanza intima ed allo stesso tempo l'arrendersi a qualcosa che è andato molto, molto al di là dei soliti giochini.