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mercoledì 8 marzo 2017

8 marzo 2017

Si sa che le ricorrenze sono delle brutte bestie: aiutano a riportare l'attenzione sui grandi problemi della vita, è vero, ma il rovescio della medaglia è la mercificazione e un fin troppo rapido oblio, come a dire: anche questa ce la siamo tolta di torno e per un altr'anno siamo a posto.

La festa della donna purtroppo non sfugge a questo fenomeno, anche se devo dire che il livello di attenzione sulle questioni collegate al femminile (disuguaglianze, maltrattamenti, femminicidio...) nel corso dell'ultimo anno è rimasto abbastanza alto. Forse non alto come dovrebbe; ma è già un primo passo. L'altroieri ho sentito in tv della popolazione africana dei Masai che, finalmente, ha deciso di abolire la mutilazione genitale femminile, un antico e sanguinario "rituale" tribale che sembrava impossibile da eradicare. Le notizie buone ci sono, per fortuna.

Non ho mai parlato della festa della donna, sebbene la stragrande maggioranza delle mie amicizie sia femminile, fondamentalmente perché è diventata troppo commerciale, svilita, e non volevo essere associata al partito fasullo del "bisogna festeggiare la donna tutto l'anno", che rimette regolarmente tutto nel dimenticatoio il 9 marzo.

Ma stamattina proprio una delle mie amiche più care mi ha mandato un testo, di suo pugno, che sono felice di poter pubblicare qui. Lo considero un grande gesto e un regalo prezioso. Sono parole di pietra, ma sono certa che tutte voi, amiche mie, sicuramente vi riconoscerete in molte di queste, e - seppure indirettamente - ve le dedico.




Sono nata donna con tutto ciò che ne consegue... fatta di paure da affrontare, di demoni da combattere, di amori da vivere...

Fatta di speranze, di batticuore, di lacrime di sale, di rospi da ingoiare...

Fatta di buio e di luce immensa, fatta di ferro e di pasta frolla...

Sono nata donna con la consapevolezza di ciò che sono... fatta di grigio e di colore e porto dentro inferno e santità...

Sono nata donna... fatta per ricevere e per donare, fatta per dividere il suo essere con altri esseri... fatta per mandare pezzi del suo corpo in giro per il mondo nell'unico amore incontaminato che possa esistere... un figlio...

Sono nata donna consapevole di essere guerriera dal primo battito del mio cuore, dal primo urlo del mio corpo...

Sono nata donna...  porto con orgoglio le cicatrici che la vita mi ha lasciato, ma non dimentico com'è fatto un sorriso... madre pagliaccio se serve, furente quando tolgo le briglie, capace di trasformazione...

Questo sono, questo voglio essere...

Sono nata DONNA e ne vado fiera!
Mary C.

mercoledì 1 agosto 2012

Bologna, o il dito della Storia


C'è un vizio, che come tanti altri, è tipicamente italiano. E' il vizio della commemorazione, della ricorrenza. Succede qualcosa, generalmente di grave, e l'anno dopo scatta la commemorazione. Si vede un servizio in tv, ci si ricorda, si pensa: "caspita, è già passato un anno!", due commenti al caffè, uno al telefono, e dopo cinque minuti tutto ritorna nel dimenticatoio.

Con anniversari particolari come decennali e multipli funziona ancora meglio, la celebrazione è più corposa, magari ci scappa anche la corona di fiori del presidente; finché un giorno di moltissimi anni dopo, la tv passa un servizio a metà tra la curiosità e l'amarcord dove si dice che l'ultimo sopravvissuto è morto di vecchiaia, musichetta di sottofondo sdolcinata e malinconica, e stop. Tutto finito. Se ne riparlerà se e quando la cosa arriverà sui libri di storia.

Non posso in tutta sincerità ammettere di essere immune da questo vizio. Ma oggi no, rivendico la mia originalità. Il post che state per leggere è stato scritto mesi e mesi fa, lontano da qualsiasi anniversario. Poi è rimasto, incompiuto, nel cassetto in attesa di una giusta conclusione che stentava ad arrivare. Poi, la svolta, la conclusione. E per una di quelle circostanze curiose ed imperscrutabili della vita, il post è stato terminato proprio nel momento esatto in cui si celebra la ricorrenza dell'evento di cui parla.


A Bologna, e ai bolognesi
di Syuzee, 2012
Qualche tempo fa, durante uno dei miei ormai rari viaggi in treno,  sono scesa alla stazione di Bologna. A Bologna c'ero già stata altre volte ma sempre in macchina, mai in treno. Scendendo dal vagone sapevo di avere un appuntamento. Non era segnato in nessuna agenda, però sapevo di averlo.

Ci sono episodi che lasciano un segno particolare nella cosiddetta "coscienza collettiva." Ad esempio, tutti si ricordano dov'erano e cosa stavano facendo l'11 settembre, quando ci fu l'attacco alle torri gemelle. Anche la strage di Bologna ha lasciato uno di questi segni, simile ma diverso.

Se lo chiedi, quasi nessuno si ricorda la data esatta. Quasi nessuno a parte quelli che abitano a Bologna e nei paesi dove a quella strage hanno dedicato una via o una piazza. Alcuni ci pensano un po' su, e poi si ricordano che era d'estate, perché molte delle vittime stavano andando in vacanza.

Quello che però è particolare di questo evento è che quasi tutti ne sono stati toccati, più o meno da vicino, più o meno direttamente. Tutti hanno avuto un amico, un parente, un vicino di casa che è passato per quella stazione il giorno prima, o un'ora prima, o addirittura ha perso "quel" treno e perciò si è salvato. Questa cosa è talmente diffusa e comune da essere emblematica, da seganre questo particolare episodio più di altri, simili, accaduti prima e dopo in Italia.

Mio cugino per esempio. Passò di lì in treno il giorno prima, e si salvò. Solo ventiquattr'ore di differenza per continuare a vivere o per finire in un elenco. Era agosto, sabato 2 agosto 1980. A quei tempi d'agosto le città si spopolavano, mica come oggi. Si lavorava l'ultima settimana di luglio con l'occhio che bruciava famelico i giorni sul calendario, il venerdì sera si preparavano i bagagli e il sabato mattina finalmente si partiva per il mare, per la montagna. Pochi fortunati in aereo, i più in macchina, e in treno. Doveva essere una cosa normale. Avrebbe dovuto essere una cosa normale.

Io all'epoca avevo dieci anni appena compiuti, e abitavo al nord, lontano da Bologna. Per questo motivo avvertii la tragicità della cosa in maniera indistinta, sfumata, senza riuscire a cogliere dei dettagli precisi, così confusi nel bianco e nero del telegiornale.

Sedici anni dopo, per caso, sfogliai un libro fotografico dedicato alla strage. Vidi, con occhi nuovi e come se fosse per la prima volta, le foto della stazione che l'esplosione aveva reso anormale, asimmetrica, il piazzale ingombro di macerie, camion, gru, ambulanze, soldati e comuni cittadini, i visi impolverati solcati da lacrime di sudore e lacrime vere, che frugavano tra i cumuli di travi e mattoni.

Il treno fermo al primo binario, coi finestrini rotti e quel che si immaginava all'interno, e ciò che invece si vedeva fin troppo chiaramente sui binari; il prete che, dentro un autobus davanti alla stazione, benediceva qualcosa coperto da un lenzuolo bianco.

E poi la manifestazione cittadina spontanea, quella sera stessa, un fiume di persone "che non ci stavano", con il cuore gonfio di dolore e rabbia, figli e figlie di quella che Guccini l'anno dopo avrebbe definito, cantandola,  Bologna la grassa e l'umana.

Non so perché, ma i bolognesi mi sono stati sempre istintivamente simpatici. Li ho sempre pensati spensierati, allegri, gente che non si fa troppi problemi o menate, ma che all'occorrenza sa distinguere il serio dal faceto e, soprattutto, ha una coscienza e senso di giustizia. Tutti i bolognesi che ho conosciuto finora sono così, forse ho ragione oppure sono stata fortunata.

Eccomi qua, davanti all'epicentro o, come lo chiamerebbero oggi, ground zero. La lapide coi nomi, la colonna sbrecciata, la crepa nel muro, simbolica ma mica tanto. E poi il pavimento dove era appoggiata la valigia con dentro l'esplosivo.

Ti guardi intorno, e ti sembra incredibile pensare che trentuno anni fa in quel posto è entrata violentemente la storia, che lì volavano travi e mattoni, schegge di vetro, effetti personali, corpi umani. Ventitre chili di esplosivo, ottantacinque persone.

Il punto esatto dell'esplosione, sul pavimento, è marcato da un avvallamento profondo qualche centimetro prodotto dall'onda d'urto. Le tesserine di ceramica tutt'intorno sono state smosse e stampate nel suolo da una pressione inconcepibile. Come se un gigantesco pollice, di dimensioni e forza sovrumane, fosse piombato dal cielo per imprimere lì la sua impronta.

E, contemporaneamente, strappare tutta quella gente alla sua vita normale, ai suoi affetti, al suo destino. Il dito della Storia, forse. Il dito degli uomini.

Chiudo con un commento del mio amico Lawen, bolognese:
"Io vorrei solo non essere italiano, vorrei poter guardare tutto questo, e altro, col distacco a volte un po' cinico dello spettatore che si emoziona ma può sempre pensare «in fondo tutto questo non mi riguarda, è un Paese di pazzi».

Ma italiano mio malgrado lo sono, l'odio verso chi ha fatto queste cose, verso chi ha permesso che fossero fatte, verso chi le ha coperte, lo provo. E il dolore mi lacera, ancora oggi."

mercoledì 21 dicembre 2011

Buon compleanno


Il mio blog compie un anno. Qualche mese fa, osservando il counter con la consueta sensazione di sorpresa e incredulità, mi ero convinta che avrei raggiunto i diecimila contatti e il primo compleanno più o meno contemporaneamente; poi per qualche misterioso motivo il counter è partito a razzo, e ha fregato il compleanno di un bel po'.

Diecimila contatti. Anzi, undicimila e fischia, a quello che ho appena visto. Se me l'avessero detto un anno fa, quando ho iniziato, non ci avrei creduto. So di avervi già ammorbato abbastanza a riguardo, ma continuo a non crederci tuttora. Mi guardo intorno e vedo blog con migliaia di iscritti e milioni di contatti; io mi tengo stretti i miei, pochi (anche se a me continuano a sembrare tanti) ma cari.

Va di moda dire "ho iniziato quasi per scherzo." Non io. Ricordo che un anno fa non ero per niente in vena di scherzare, per cui potrei dire "ho iniziato quasi sul serio," e sarebbe più giusto. In un anno sono successe un sacco di cose, posso dire di sentirmi per certi versi migliore di quando ho iniziato. E posso dire anche che buona parte del merito va alle persone che mi sono state accanto in questo anno.

Ovviamente parlo di persone che "frequentano certi ambienti", come si dice nella cronaca scandalistica. Alcune erano già presenti nella mia vita, avevano e hanno tuttora un ruolo molto importante; altre le ho conosciute grazie al blog, e devo dire che basta solo questo per ripagarmi della fatica (mamma mia quanto sono modesta, in realtà a scrivere mi ci diverto ;o).

Una l'ho conosciuta senza bisogno del blog (anzi, forse nonostante il blog, dato che si è dimostrata totalmente refrattaria ai miei scritti, per mia fortuna), a riprova del fatto che bloggare non è tutto nella vita, ovviamente.

Da tutte queste persone ho imparato molto, e credo che continuerò a farlo in futuro. Certo, qualcuna l'ho anche persa per strada nel frattempo, per "scelta di vita" (mia o loro) o impegni più o meno inderogabili, ma spero che prima o poi le nostre traiettorie si incrocino nuovamente.

Nel corso di questo anno mi sono successe cose strane e paradossali; c'è chi mi ha scambiato per una bio, chi mi ha fatto arrabbiare sul serio, chi invece mi ha fatto divertire. E poi il solito, eterno ossimoro: "ciao, ti trovo molto intelligente e interessante; ti va di scopare?" Ho persino ricevuto un'offerta di sponsorizzazione, che ho gentilmente declinato (forse non abbastanza gentilmente, mea culpa).

E' che non me la sento di appiccicare banner e pubblicità multicolori a questo orrendo guazzabuglio che chiamo "il mio blog" (non senza un pizzico di orgoglio), non me la sento di monetizzare come invece vedo fare ad altri - e come blogger.com continua subdolamente a suggerirmi - le cose che scrivo, che sono sempre molto personali, e l'interesse (senza alcun dubbio mal riposto) che i miei cari lettori hanno per esse.

Mi sembrerebbe un tradimento, per cui conto di proseguire in futuro così come ho fatto in passato. Con il vostro aiuto.

A tutti e tutte voi, che continuate a perdere il vostro insostituibile tempo leggendo le farneticazioni di una povera citrulla, va il mio più profondo ringraziamento.


La vostra Syuzee

P.S.
Ah, dimenticavo: come sempre, il dito della foto non è il mio.

martedì 26 aprile 2011

Comprereste un'auto usata da quest'uomo?


Mai fidarsi degli uomini. Ho letto di recente che gli scimpanzé, con i quali condividiamo circa il 98% del DNA, sanno ingannare e blandire per avere un tornaconto personale. E mica l'hanno imparato da noi, è tutta farina del loro sacco. Dev'esserci qualcosa di genetico nell'umanità, presa nella sua interezza, che la porta ad essere indegna di fiducia.

Durante l'ultima guerra era normale trovare in Germania vie o piazze intitolate ad Adolf Hitler, Hermann Goering, Josef Goebbels e altri gerarchi nazisti; in Russia poi si dedicavano intere città ai leader, come ad esempio la famosa Stalingrado (e pochi, ancora oggi, sanno che Stalin ha sulla coscienza molte più vite del suo "collega" tedesco, intorno ai 30 o 40 milioni di morti).

Qui da noi ben due città avrebbero dovuto chiamarsi Mussolinia: una in Sicilia e un'altra in Sardegna. La prima nacque già morta, mentre la seconda meriterebbe qualche parola in più, se la cosa non fosse decisamente OT. Una città di veneti in mezzo alla Sardegna, costruita dal niente per sconfiggere la malaria - oltretutto inutilmente, dato che solo nel dopoguerra (quando ormai si chiamava Arborea) la città riuscì a debellare la malattia, e con l'aiuto degli un tempo odiati yankees. Bell'esempio davvero, la Storia spesso condisce i fatti italici con una sottile ironia...

Hitler, Stalin, Mussolini, Franco, sovrani e principi vari, tutte persone rispettabilissime ai loro tempi, osannate e idolatrate dalla folla (per alcuni almeno fino ad un certo punto della loro vita). Additati ai loro contemporanei da media, società e religioni varie come esempi da seguire, come il frutto migliore dell'umanità del proprio tempo.

Ma è sufficiente intitolare una via o una città ad una persona perchè di questa se ne serbi un ricordo imperituro? La storia ci insegna di no. Il più grande statista può affannarsi a costruire il più glorioso monumento, spesso usando come fondamenta le ossa dei propri simili, ma prima o poi la storia ci passa sopra come un'onda di risacca, lo spiana e lo scoperchia, mostrandone la vera natura.

E allora le vie cambiano nome, le città tornano a chiamarsi come prima; i mausolei vengono aperti, e i loro inquilini vengono sfrattati e sistemati in fosse più discrete e fuori mano. Questo però succede più "poi" che "prima", purtroppo. Mi viene da ridere quando sento parlare di beatificazioni e santificazioni quasi automatiche, conoscendo la natura fondamentalmente duplice dell'essere umano.

mercoledì 16 febbraio 2011

Il sangue di Dresda


Il 13 e 14 febbraio ricorreva un anniversario che - a differenza del giorno della memoria - è passato ignoto ai più.

E' innegabile che la storia la scrivono i vincitori. Ricordo che, da bambino, giocavo coi soldatini (arrossisco al pensiero) e i tedeschi non vincevano mai. Un mio caro amico mi ha detto che anche lui faceva lo stesso; ci sembrò una cosa normale, e però quelli erano stati nostri alleati... Ricordo anche che, sempre da bambino, una volta a tavola entrammo in argomento, e mio nonno mi disse ringhiando che i tedeschi ci avevano aiutato a combattere per il nostro paese. Rimasi di sasso, perchè pensavo che i tedeschi fossero i cattivi, e all'epoca le mie capacità critiche a riguardo erano a zero. 

Certo, la Storia è un tantinello più complicata di così, e ovviamente non mi sento di sottoscrivere la tesi di mio nonno; eppure nelle guerre non c'è mai una parte completamente a ragione e una completamente a torto. E, ad ogni modo, la guerra è una tragedia corale che colpisce tuttti i popoli coinvolti, nessuno escluso.

Il 13 e 14 febbraio 1945 la città tedesca di Dresda venne rasa al suolo dai bombardieri alleati. Per aiutarvi a capire il senso di queste parole riporto di seguito un testo di Kurt Vonnegut, uno dei miei autori preferiti in assoluto, initolato Il sangue di Dresda. Adoro Vonnegut perchè lo considero un po' l'Italo Calvino americano, leggero ma profondo, divertente ma serio. Vi consiglio due libri su tutti: "Dio la benedica, signor Rosewater!" e "Galapagos."

Nel testo che vi propongo (la traduzione non è mia) non c'è però niente di divertente. C'è quà e la dell'ironia, ma amara. Vonnegut ebbe la "fortuna" di trovarsi, come prigioniero di guerra, a Dresda durante quel bombardamento. Narrò la sua esperienza nel racconto che state per leggere, che non venne però mai dato alle stampe (e capisco perfettamente perché). Fu per fortuna ritrovato dal figlio dopo la morte dello scrittore nel 2007.

Se volete leggere il testo nella lingua originale lo trovate qui.

Se, dopo aver letto le parole, volete vedere qualche immagine, guardate qui. Attenzione perché non è niente di bello.

Il sangue di Dresda
di Kurt Vonnegut
traduzione di Andrea Carancini
(più qualche aggiuntina mia)

Era un discorso di routine quello che sentimmo il primo giorno del nostro addestramento base, fatto da un piccolo tenente muscoloso: “Soldati, finora siete stati dei buoni, gentili, ragazzi americani con la tipica passione americana per la sportività e il fair play. Siamo qui per cambiare questa cosa.

"Il nostro compito è fare di voi il più sporco e cattivo mucchio di bastardi della storia del mondo. D’ora in avanti, scordatevi le regole della Marchesa del Queensberry o qualsiasi altra. Tutto è permesso.

“Non colpite mai un uomo sopra la cintura quando potete colpirlo sotto. Fate urlare il bastardo. Uccidetelo ogni volta che potete. Uccidete, uccidete, uccidete – avete capito?".

Il suo discorso venne accolto con risate nervose e con l’idea generale che aveva ragione. “Hitler e Tojo non hanno forse detto che gli americani erano un mucchio di debolucci? Ha! Lo scopriranno.”

E naturalmente la Germania e il Giappone lo scoprirono: una democrazia indurita tirò fuori una furia ribollente che non poteva essere fermata. In apparenza fu una guerra tra la ragione e la barbarie, con questioni in gioco talmente alte che i nostri scatenati combattenti non avevano idea del perché stessero combattendo – oltre a ciò i nemici erano un mucchio di bastardi. Era un nuovo tipo di guerra, in cui era approvata ogni distruzione, ogni uccisione.

Molti approvarono l’idea della guerra totale: essa aveva a disposizione un ring moderno, al passo con la nostra tecnologia spettacolare. Per costoro era come una partita di football.

(Tornato a casa, in America), tre mogli di negozianti di una piccola città, grassocce e di mezza età, mi diedero un passaggio mentre facevo l’autostop per tornare a casa da Camp Atterbury. “Hai ucciso molti tedeschi?”, chiese la conducente, facendo graziosa conversazione. Le dissi che non lo sapevo.

Ciò venne preso per modestia. Mentre uscivo dalla macchina, una delle signore mi diede un buffetto sulla spalla, in modo materno: “Scommetto che vorresti farla finita e uccidere adesso qualcuno di quegli sporchi giapponesi, non è vero?”

Ci scambiammo una strizzatina d’occhio. Non dissi a quelle anime semplici che ero stato catturato al fronte dopo una settimana; e soprattutto quello che sapevo, e che pensavo, sull’uccidere gli sporchi tedeschi, sulla guerra totale. La ragione della mia amarezza, allora e adesso, ha a che fare con un incidente che ebbe un’attenzione superficiale dai giornali americani. Nel Febbraio del 1945, Dresda, in Germania, venne distrutta, e con essa oltre 100.000 esseri umani. Io ero lì. Non molti sanno quanto fu brutale, l’America.

Ero in un gruppo di 150 soldati di fanteria, catturati durante lo sfondamento nelle Ardenne e messi a lavorare a Dresda. Dresda, ci venne detto, era la sola città tedesca importante a essere finora scampata ai bombardamenti. Era il Gennaio del 1945. Doveva il suo destino benigno alla sua fisionomia pacifica: ospedali, fabbriche di birra, fabbriche di alimentari, aziende di forniture sanitarie, ceramiche, fabbriche di strumenti musicali, e così via.

Da quando era iniziata la guerra, gli ospedali erano diventati il suo primo impegno. Ogni giorno giungevano in questo tranquillo rifugio centinaia di feriti, da est e da ovest. Di notte, sentivamo il rombo monotono di lontani raid aerei. “Chemnitz è sotto tiro stanotte”, dicevamo tra noi, e giocavamo a metterci nei panni dei giovani uomini brillanti, con i loro quadranti e i loro mirini.

“Grazie a Dio stiamo in una “città aperta”, pensavamo, e così pensavano i migliaia di profughi – donne, bambini e anziani, che affluivano derelitti dalle rovine fumanti di Berlino, Lipsia, Braslau, Monaco. Inondavano la città fino al doppio della sua popolazione normale.

Non c’era guerra a Dresda. E’ vero, gli aerei arrivavano quasi ogni giorno e le sirene ululavano, ma gli aerei andavano sempre altrove. Gli allarmi fornivano un momento di sollievo in una noiosa giornata di lavoro, un’occasione di socialità, la possibilità di spettegolare nei rifugi antiaerei. I rifugi, in realtà, non erano molto più di un gesto, del riconoscimento casuale dell’emergenza nazionale, cantine di vini e seminterrati con banchi e sacchetti di sabbia che bloccavano le finestre, per lo più. C’erano pochi bunker all’altezza, nel centro della città, vicini agli uffici governativi, ma niente di paragonabile alla fidata piazzaforte sotterranea che rendeva Berlino indifferente al suo martellamento quotidiano. Dresda non aveva ragione di prepararsi a un attacco – c’è una storia al riguardo.

Dresda era sicuramente tra le città più deliziose del mondo. Le sue strade erano ampie, fiancheggiate da alberi ombrosi. Era cosparsa da innumerevoli piccoli parchi e statue. Aveva vecchie chiese meravigliose, biblioteche, musei, teatri, gallerie d’arte, giardini, uno zoo e un’università rinomata.

Era anche un paradiso per i turisti. Sarebbero molto più informati di me sulle bellezze della città. Ma l’impressione che ho è che a Dresda – nella sua presenza fisica – vi fossero i simboli della vita buona: era piacevole, onesta, intelligente. Questi simboli stavano ad aspettare, all’ombra della svastica, come monumenti alla verità. Come un tesoro accumulatosi in centinaia di anni, Dresda esprimeva in modo eloquente l’eccellenza della civiltà europea, di cui nel profondo siamo debitori.

Ero un prigioniero, affamato, sporco, e pieno di odio per chi ci aveva catturato, ma amavo questa città, e vedevo la meraviglia benedetta del suo passato e la ricca promessa del suo futuro.

Nel Febbraio del 1945, i bombardieri americani ridussero questo tesoro in pietre frantumate e carboni ardenti; la sventrarono con esplosivi ad alto potenziale e con bombe incendiarie.

La bomba atomica può rappresentare un progresso favoloso, ma è interessante notare come il tritolo e la termite riuscissero a sterminare in una sola notte sanguinosa più persone di quante ne morirono in tutto il blitz di Londra. La piazzaforte di Dresda esplose una dozzina di colpi contro i nostri aviatori. Una volta rientrati alla base e sorbendo una tazza di caffè, probabilmente dissero: “Una contraerea insolitamente leggera stanotte. Bene, immagino che è ora di andare a letto”. I piloti inglesi catturati dalle unità tattiche di combattimento (che coprivano le truppe in prima linea) rimproveravano quelli che avevano guidato i bombardieri pesanti nei raid sulle città con: “Come diavolo avete sopportato la puzza dell’urina bollente e delle carrozzine bruciate?”

Ecco un frammento di notizia di assoluta routine: “La notte scorsa i nostri aerei hanno attaccato Dresda. Tutti gli aerei sono ritornati incolumi”. Il solo tedesco buono è il tedesco morto: oltre 100.000 uomini, donne e bambini malvagi (quelli abili erano al fronte) hanno scontato per sempre i loro peccati contro l’umanità. Per caso, incontrai un bombardiere che aveva preso parte all’attacco”. “Odiammo farlo”, mi disse.

La notte che arrivarono, la passammo nel ripostiglio di carne sotterraneo di un mattatoio. Fummo fortunati, perché era il miglior rifugio della città. I giganti percorrevano la terra sopra di noi. All’inizio venne il mormorio leggero della loro danza sopra le periferie, poi il brontolio della loro avanzata verso di noi, e infine il fragore assordante dei loro passi sopra di noi; e da lì di nuovo sulle periferie. Dilagavano avanti e indietro: era il bombardamento a saturazione.

“Urlavo e piangevo e mi aggrappavo ai muri del nostro rifugio”, mi disse una vecchia signora. “Pregavo Dio dicendo: “Ti prego, ti prego, ti prego, buon Dio, fermali”. Ma non mi ascoltava. Nessuna forza poteva fermarli. Arrivavano, ondata dopo ondata. Non c’era possibilità di arrenderci; né di dire loro che non ce la facevamo più. Non c’era nient’altro da fare che stare seduti e aspettare il mattino”. Sua figlia e suo nipote rimasero uccisi.

La nostra piccola prigione fu incenerita dalle fondamenta. Dovemmo essere evacuati in un campo lontano occupato da prigionieri sudafricani. I nostri guardiani erano un mucchio di Volkssturmer (appartenenti alla milizia civile, ndt) tristi e attempati e di veterani invalidi. La maggioranza erano cittadini di Dresda e avevano amici e famiglie coinvolti nell’olocausto. Un caporale, che aveva perso un occhio dopo due anni sul fronte russo, aveva appreso prima che partissimo che sua moglie, i suoi due figli, ed entrambi i genitori erano stati uccisi. Aveva una sigaretta. La divise con me.

La nostra marcia verso i nuovi quartieri ci portò al confine della città. Era impossibile credere che qualcuno in centro fosse sopravvissuto. In circostanze normali, il giorno sarebbe stato freddo, ma folate saltuarie dall’inferno colossale ci facevano sudare. E, in circostanze normali, il giorno sarebbe stato chiaro e luminoso, ma una nube opaca e opprimente aveva trasformato il giorno in crepuscolo.

Una sinistra processione ostruiva le vie d’uscita; persone con facce annerite solcate da lacrime, qualcuno che portava dei feriti, altri dei morti. Si raccolsero nei campi. Non parlava nessuno. Qualcuno, con la fascia della Croce Rossa, faceva quello che poteva per le vittime.

Raggruppati con i sudafricani, passammo una settimana senza lavorare. Alla fine, vennero ristabiliti i contatti con il comando e ci venne ordinato di percorrere sette miglia verso la zona colpita più duramente.

Nel distretto nulla era scampato alla furia. Una città di edifici ridotti a gusci frastagliati, di statue frantumate, di alberi spaccati; ogni veicolo era immobile, rugoso e bruciato, ridotto ad arrugginire o a marcire dal passaggio della forza furibonda. I soli suoni oltre ai nostri erano quelli dell’intonaco che cadeva e delle sue eco.

Non posso descrivere la desolazione in modo adeguato, ma posso dare un’idea di come ci faceva stare, con le parole di un soldato inglese che delirava in un ospedale di fortuna per prigioneri: “Ti dico che è spaventoso. Camminavo in una delle loro strade insanguinate e sentivo mille occhi dietro di me, quelli dei morti. Li sentivo sussurrare dietro di me. Mi giravo a guardarli e non c’era un anima. Li puoi sentire e li puoi ascoltare ma non c’è mai nessuno, lì”. Sapevamo che quello che diceva era vero.

Per il lavoro di “salvataggio” fummo divisi in piccoli gruppi, ognuno con un guardiano. Il nostro macabro compito era di cercare i corpi. Fu una caccia abbondante, quel giorno e gli altri che seguirono. Iniziammo su scala ridotta – qui una gamba, lì un braccio, e un neonato occasionale – ma scoprimmo un filone importante prima di mezzogiorno.

Ci facemmo strada attraverso un muro seminterrato per scoprire un guazzabuglio puzzolente di oltre 100 esseri umani. Doveva essere penetrato il fuoco prima che il crollo dell’edificio ostruisse le uscite, perché la carne di quelli che stavano dentro ricordava la consistenza delle prugne. Il nostro compito, ci venne spiegato, era di farci strada in mezzo al disastro e di portare via i resti. Incoraggiati da sberle e insulti, ci mettemmo al lavoro. Facemmo esattamente questo, perché il pavimento era ricoperto da una brodaglia nauseabonda fatta di condutture bruciate e di viscere.

Un certo numero di vittime, non completamente morte, avevano cercato di scappare attraverso una stretta uscita di emergenza. C’erano comunque diversi corpi intrappolati nel passaggio. Il loro leader aveva percorso metà strada prima di venire seppellito fino al collo dai mattoni e dall’intonaco caduti. Penso che avesse circa 15 anni.

E’ con un certo rammarico che infango la reputazione dei nostri aviatori ma, ragazzi, avete ucciso una quantità spaventosa di donne e bambini. Dovemmo riesumare i loro corpi e portarli in pire funerarie di massa.

La tecnica della pira funeraria venne abbandonata quando si scoprì quanto era grande il numero dei morti. Non c’era sufficiente manodopera per realizzarla bene, così venne mandato giù un uomo con un lanciafiamme, affinché li cremasse dove si trovavano. Bruciati vivi, soffocati, schiacciati – uomini, donne e bambini uccisi indistintamente.

Con tutta l’elevatezza della causa per la quale combattevamo, creammo di sicuro la nostra Belsen. Il metodo era impersonale ma il risultato fu egualmente crudele e spietato. Questa, temo, è la ripugnante verità.

Quando ci abituammo all’oscurità, al fetore e al carnaio, iniziammo a chiederci chi era stato, ognuno di quei cadaveri, quando era ancora vivo. Era un gioco sordido: “Ricco, povero, mendicante, ladro…” Qualcuno aveva borsette gonfie e gioielli, altri avevano preziose cose da mangiare. Un bambino aveva il suo cane al guinzaglio ancora vicino a lui.

Del nostro lavoro, nei rifugi veri e propri, erano responsabili degli ucraini rinnegati in uniforme tedesca. Erano ubriachi fradici per via delle cantine adiacenti e sembravano godere enormemente del loro compito. Era redditizio, perché strappavano a ogni corpo gli oggetti di valore prima che li portassimo sulla strada. La morte era diventata un tale luogo comune che potevamo scherzare sui nostri lugubri fardelli e sceglierli in mezzo a così tanta spazzatura.

Non fu così con i primi, specialmente i giovani: li avevamo messi sulle barelle con cura, deponendoli con una certa parvenza di dignità funebre nel loro ultimo luogo di riposo prima della pira. Ma il nostro ritegno spaventato e doloroso cedette, come ho detto, al cinismo vero e proprio. Alla fine di un giorno orribile, fumammo e contemplammo l’impressionante mucchio di morti che si era accumulato. Uno di noi gettò il mozzicone della sua sigaretta sul mucchio: “Le campane dell’inferno”, disse, “Sono pronto per la Morte ogni volta che voglia venire a prendermi”.

Pochi giorni dopo il raid, le sirene urlarono di nuovo. Ai sopravvissuti apatici e affranti vennero gettati dei volantini. Ho perso la mia copia del proclama ma ricordo che diceva pressappoco così: “Al popolo di Dresda: siamo stati costretti a bombardare la vostra città a causa del pesante traffico militare che le vostre installazioni ferroviarie stavano sostenendo. Ci rendiamo conto di non aver sempre colpito i nostri obbiettivi. La distruzione di ogni altra cosa rispetto agli obbiettivi militari appartiene alle vicende della guerra involontarie e inevitabili”.

Questo spiegava il massacro per la soddisfazione di tutti, ne sono sicuro, ma suscitò non poco disprezzo. E’ un fatto che 48 ore dopo che l’ultimo B-17 era sciamato verso ovest per un meritato riposo, i battaglioni dei genieri giunsero presso le ferrovie danneggiate e le riportarono ad un’attività quasi normale. Nessuno dei ponti ferroviari sull’Elba fu messo fuori uso. I fabbricanti dei dispositivi di puntamento dovrebbero arrossire nell’apprendere che i loro meravigliosi congegni sganciavano le bombe fino a tre miglia fuori bersaglio rispetto a quello che l’esercito affermava di voler colpire.

Il volantino avrebbe dovuto dire: “Abbiamo colpito tutte le chiese, gli ospedali, i musei, i teatri, la vostra università, lo zoo, e ogni edificio civile in città, ma onestamente non volevamo. C’est la guerre. Ci dispiace molto. Inoltre, il bombardamento a saturazione è molto di moda questi giorni, lo sapete”.

C’era un significato tattico: fermare le ferrovie. Un’operazione eccellente, non c’è dubbio, ma la tecnica fu orribile. Gli aerei iniziarono a lanciare dai loro scompartimenti bombe incendiarie e ad alto potenziale ai confini della città, e per tutta la sequenza dei loro colpi devono essere stati istruiti da una tavola Ouija.

Provate a classificare le perdite contro i benefici. Oltre 100.000 civili e una magnifica città distrutti da bombe sganciate fuori degli obbiettivi dichiarati: le ferrovie furono messe fuori uso per circa due giorni. I tedeschi contarono la più grande perdita di vite patita per ogni singolo raid. La morte di Dresda fu un’amara tragedia, attuata in modo gratuito e premeditato. L’uccisione dei bambini – bambini tedeschi o giapponesi, o quelli di qualsiasi nemico il futuro possa riservarci – non può mai essere giustificata.

La replica scontata ai miei lamenti è il più odioso di tutti i clichés: “è la guerra”, oppure: “Se la sono cercata. Tutto quello che capiscono è la forza”.

Chi è che se l’è cercata? Tutto quello che capiscono è la forza? Credetemi, non è facile identificare i campi dove crescono i frutti dell’ira quando si raccolgono neonati nei canestri o si aiuta un uomo a scavare dove pensa si possa trovare la moglie. Certo, l’esercito nemico e le installazioni industriali devono essere colpite tranquillamente, e guai a quelli abbastanza sciocchi da cercare rifugio nei paraggi. Ma la politica dell’ "America inflessibile”, lo spirito di vendetta, l’approvazione di ogni distruzione e di ogni delitto, ci hanno guadagnato la nomea di una brutalità oscena.

I nostri leader hanno avuto carta bianca su quello che potevano o non potevano distruggere. Il loro compito era di vincere la guerra il più rapidamente possibile, e mentre furono mirabilmente istruiti ad agire in tal modo, le loro decisioni sul destino di certi cimeli inestimabili del pianeta – come nel caso di Dresda – non furono sempre assennate. Quando, alla fine della guerra, con la Wehrmacht che andava in pezzi su tutti i fronti, i nostri aerei furono mandati a distruggere quest’ultima città importante, dubito che sia stata posta la domanda: “Che vantaggi abbiamo avuto da questa tragedia, e come reggeranno al confronto questi vantaggi con gli effetti negativi nel lungo periodo?”

Dresda, una magnifica città, costruita nello spirito dell’arte, simbolo di un retaggio ammirevole, così antinazista che Hitler la visitò solo due volte durante il suo regno, un centro oggi così amaramente bisognoso di cibo e di ospedali – venne arata e i solchi furono cosparsi di sale.

Non vi può essere dubbio che gli alleati abbiano combattuto dalla parte giusta, e i tedeschi e i giapponesi dalla parte sbagliata. La seconda guerra mondiale è stata combattuta per motivi quasi sacri. Ma rimango convinto che per la spada della giustizia con la quale abbiamo combattuto, i bombardamenti indiscriminati delle popolazioni civili sono stati blasfemi. Che il nemico li abbia effettuati per primo, non ha niente a che fare con il problema morale. Quello che ho visto della nostra guerra aerea, mentre il conflitto europeo stava per finire, ha avuto il marchio irrazionale della guerra per la guerra. Delicati cittadini della democrazia americana hanno imparato a colpire un uomo sotto la cintura e a far urlare il “bastardo”.

Le truppe russe di occupazione, quando scoprirono che eravamo americani, ci abbracciarono e si congratularono per la rovina totale portata dai nostri aerei. Accettammo i loro complimenti con buona grazia e compunta modestia, ma sentivo allora, come sento ora, che avrei dato la vita per salvare Dresda per le generazioni future. Questo è quello che ognuno dovrebbe provare per ogni città del pianeta.

mercoledì 26 gennaio 2011

Il giorno della memoria


27 gennaio 1945. I soldati del Primo Fronte Ucraino dell'Armeta Rossa, in avanzata verso Berlino, "inciampano" nel campo di sterminio di Auschwitz. In realtà i campi di Auschwitz erano tre, ma per i dettagli, se vi interessano, vi rimando alla relativa voce della wikipedia. Al momento della "liberazione" erano presenti 7.000 prigionieri; però tra il 1940 e il 1944 ne erano morti - tra esecuzioni e malattie - oltre un milione e centomila. I russi trovarono otto tonnellate di capelli umani imballati e pronti per la spedizione, che avrebbero dovuto diventare materassi e coperte.

Ho scritto la parola liberazione volutamente tra virgolette perché i russi ebbero una modo un po' particolare di trattare gli ex-prigionieri dei campi di concentramento, ben diversa da quella degli angloamericani. Ma non è questo l'oggetto del presente post.

Oltre quarant'anni dopo, la data del 27 gennaio è stata scelta come giorno per la commemorazione delle vittime dell'olocausto, anche se in realtà quello di Auschwitz non fu il primo (e purtroppo nemmeno l'ultimo) campo ad essere "scoperto". Anche qui, "scoperto" per modo di dire: nel "mondo libero" l'esistenza di questi campi era stata rivelata dalla BBC già nel 1942.

Probabilmente qualcuno di voi penserà che un blog come questo, che è tenuto da una crossdresser i cui scritti possono essere a volte giudicati sconci, non sia il posto più adatto per trattare un tema serio come quello del giorno della memoria.

Potrei dire che è altamente probabile che io abbia un quarto di sangue ebreo nelle vene: mia nonna, che pure era cristiana, aveva un cognome tipicamente ebreo e il classico naso aquilino; lo strano è che suo marito, fascista e antisemita, non ci abbia mai messo la mente sopra (ma non è l'unica contraddizione presente in famiglia, e d'altronde io sono forse la più eclatante).

Potrei dire che, per esempio, dal 1933 al 1945 circa 7.000 omosessuali vennero uccisi nei campi di sterminio tedeschi, anche se non mi riconosco (in pieno) nell'etichetta di "omosessuale" (ma qualcuno sicuramente mi farebbe ricadere senza troppi complimenti in questa categoria).

Potrei dire infine che negli anni ottanta, all'epoca della mia gioventù, si cercò più volte di coltivare in me l'odio antisemita e razziale, per fortuna senza successo. Ricordo ancora bene di come si tentasse di inculcarmi le teorie sulle unioni miste, spiegandomi che il mescolamento delle razze porta ad aberrazioni e degenerazioni. Proprio a me, che son nata "sotto quattro bandiere."

Serivrebbe per dare dignità a questo post? No. In realtà non ce n'è bisogno.

Quando una società che si autodefinisce "civile" è in grado di partorire simili mostruosità, ognuno ha il diritto, il dovere di riflettere, interrogarsi, e manifestare la propria opinione. Quello ebraico non è stato ne il primo ne l'ultimo genocidio dei "nostri tempi". Possiamo ricordare quello degli armeni del 1915; degli ucraini del 1933; dei cambogiani del 1975; dei Tutsi ruandesi del 1994; dei musulmani bosniaci nel 1992. Le occasioni non sono mancate.

Ma non è finita.

Qualcuno pensa che quella di costringere gli ebrei a portare la stella gialla cucita sui vestiti fu un'invenzione nazista, ma in realtà questa è una vera e propria "tradizione" che affonda le radici in tempi antichissimi. Già nel 600 il califfo Omar costringeva tutti gli "infedeli" (ebrei e cristiani) a portare una pezza gialla cucita sul petto o sulla schiena; a partire dal 1215 la Chiesa cattolica costringeva gli ebrei maschi viventi nei paesi cristiani a portare il "segno giudaico", una rotella di stoffa gialla cucita sul petto (le femmine dovevano indossare invece un vezzoso velo giallo, peccato che fosse anche il distintivo delle meretrici); il primo Paese ad adottare questa usanza molto simpatica fu la civile Inghilterra nel 1218, mentre in Italia i primi furono i veneziani nel 1394, che inoltre confinarono gli ebrei in un luogo ben delimitato chiamato "ghetto", una parola che oggi è diventata internazionale tanto che esiste, identica, anche in inglese.

Nel settembre del 1938 in Italia venivano promulgate le prime leggi antisemite. Molti sostengono che fu in seguito alle pressioni della Germania nazista; ma due mesi prima, in luglio, era stato pubblicato l'italianissimo Manifesto degli scienziati razzisti (noto anche come Manifesto della Purezza della Razza), con cui si tentava di dare una base e una giustificazione scientifica al razzismo e all'antisemitismo (le stesse frottole che, come ho detto, han cercato di dare a bere anche a me quarant'anni dopo). Cito dalla Wikipedia: "Tra le adesioni al manifesto spiccano quelle di personaggi illustri – o destinati a diventare tali – come, ad esempio, Giorgio Almirante, (...) Giorgio Bocca, (...) Amintore Fanfani, (...) Giovannino Guareschi, (...) Agostino Gemelli, (...)." Questi nomi vi ricordano qualcuno?
L'ultimo ai più sarà sconosciuto: Agostino Gemelli, padre francescano (francescano!) fu il fondatore dell'Università Cattolica di Milano; una vita esemplare.

Morale: l'antisemitismo italiano è proprio farina del nostro sacco. Noi continuiamo a vivere nel mito dell' "italiano s'agapo", che invadeva i paesi altrui solo per "amarli", e nascondiamo le nostre vergogne nazionali dietro figure luminose come Giorgio Perlasca o Giovanni Palatucci, che furono purtroppo dei casi isolati in un vasto mare di odio, o per lo meno indifferenza, e che non bastano ad assolvere il nostro passato.

Nel corso dei secoli anche noi abbiamo accusato gli ebrei di avere ucciso Gesù, che tra l'altro era ebreo pure lui, di essere i responsabili della terribile peste del 1348, di rapire e mangiare bambini cristiani a Pasqua, di usare il sangue dei cristiani per i loro rituali, di profanare le ostie, ecc ecc... Quella degli uccisori di Gesù, che può sembrare un'affermazione oggi ridicola, veniva rimproverata dal nostro buon padre Gemelli ancora nel 1924, altro che medioevo. Ma non era colpa sua, poveretto; il vaticano abolì la definizione di "ebrei deicidi" solo nel 1965... ma quanti massacri sono stati compiuti in nome di queste falsità?

Nei giorni che hanno preceduto questo anniversario ho assistito ad un fiorire di "offerte commerciali" collegate all'evento, come il moltiplicarsi di film e documentari in televisione e di libri e saggi in edicole e librerie. La cosa se non altro mi ha dato alcuni spunti di riflessione; nel film Il processo di Norimberga (2000) il regista fa dire al personaggio che interpreta lo psicologo del carcere che il male è la totale assenza di empatia. Significa arrivare a vedere nella persona che ti sta davanti non più un essere umano, ma un numero, un'ombra, un niente. Qualcosa la cui sorte (conseguenza delle tue azioni) non ti interessa, il cui pensiero nemmeno ti sfiora.


Dei sei milioni circa di ebrei che morirono durante la shoah, un milione erano bambini. Bambini. Riuscite a immaginare un milione di bambini morti? Riuscite a vederli? Morti di fame, malattie, morte violenta. Come quelli in questa foto, che ho recuperato da wikipedia. Il titolo è laconico: Una donna anziana ed alcuni bambini avviati alle camere a gas ad Auschwitz. Osservo meglio la foto, e vedo tre o quattro creature infagottate, avviate alla morte. Quanti anni potranno avere? Il più grande cinque o sei, il più piccolo col cappotto che arriva quasi in terra non più di due o tre. Com'è possibile che una persona con del sangue nelle vene possa mandare a morte dei propri simili, e addirittura dei bambini? Vorrei poter allungare la mano nella foto, fermarli, salvarli. Ma non posso. Sono morti, quasi settant'anni fa. No, non morti: uccisi.

Una volta sorpresi mio nonno sussurrare a mio padre: "Ma del resto se [gli ebrei] sono sempre stati perseguitati, qualcosa devono aver fatto!" E io, quando vedo immagini come queste (e ne esistono molte e anche più esplicite, a dispetto delle fandonie dei negazionisti) maledico il mio proprio sangue.

L'essere umano non è in grado di vivere con se stesso.


Per approfondire:
http://www.olokaustos.org/argomenti/homosex/omosex4.htm
http://www.morasha.it/ebrei_italia/ebrei_italia02.html
http://it.wikipedia.org/wiki/Pogrom