lunedì 28 febbraio 2011

CB6000: piccolo manuale di istruzioni per Mistress


Di recente ho chiacchierato amabilmente con due Mistress le quali mi hanno confessato la loro "ignoranza" sull'uso della cb6000. Mi è subito venuta l'idea di realizzare una piccola guida, in modo da permettere a loro (e alle gentili colleghe) di poter aggiungere questo utile e simpatico giocattolino al loro arsenale.

Una nota per le Mistress che invece già la usano: non siate severe con chi non conosce la cb6000, in fondo all'inizio nemmeno voi eravete esperte... e poi vi condiglio di leggere comunque questo post fino in fondo: potreste imparare delle cose che nemmeno vi immaginavate.

Lo stesso consiglio è valido anche per le Mistress che invece non possiedono una cb6000, in modo che possano farsi un'idea di cosa può e cosa non può fare una cb e stabilire se è l'attrezzo che fa al caso loro oppure no.


Com'è fatta e come si monta
La cb6000 è costituita da sette pezzi (fig. 1) che una volta assemblati compongono tre parti principali: quattro pezzi (A, B, C, D) formano un anello, poi c'è una boccoletta distanziale (E), e un astuccio (F). A chiudere il tutto un lucchetto (G).


Si inizia componendo l'anello che andrà posizionato alla base del pene, sotto i testicoli. Per prima cosa inserisci il perno A nella base B, quella dotata dei due perni bianchi (fig. 2).


La sezione a forma di "U" che costituisce la parte principale dell'anello è disponibile in varie grandezze, a seconda dell'abbondanza che la natura (matrigna o benigna) ha regalato al tuo slave. Fagli provare le varie sezioni finchè non trovate quella più adatta; la regola è che non deve stringere troppo, per non strozzare (sul serio), ne essere troppo larga, per far "scappare l'uccellino" dalla gabbia. Una volta scelta, posiziona la sezione a "U" a circondare la base del pene, sotto i testicoli (fig. 3).


Inserisci la base nell’anello principale; i perni laterali devono entrare negli appositi fori dell'anello (fig. 4).


Adesso, infila il pezzo di chiusura sui tre perni (fig. 5). Un consiglio: fai molta attenzione al montaggio delle varie parti dell’anello, perché ci sono diversi punti in cui la pelle del tuo slave potrebbe rimanere impigliata e pizzicata MOLTO dolorosamente.


L’anello adesso è montato. Non è stato difficile, vero? Tieni d'occhio le "palline" del tuo slave. Se iniziano a diventare scure, fredde o dolorose, o se lo slave lamenta un dolore ai reni, allora vuol dire che l'anello è troppo stretto (e la circolazione sanguigna difficile o addirittura interrotta), e occorre provare una misura maggiore. Fai molta attenzione a questa cosa, perché indossare a lungo un anello troppo stretto potrebbe causare danni seri e irreparabili. Se invece è tutto a posto, a questo punto devi inserire il distanziale sul perno centrale (fig. 6).


E' il caso di spendere due parole sul distanziale. La sua funzione è quella di stabilire la distanza tra l'anello e l'astuccio che andremo ad inserire dopo. Questa distanza è necessaria per creare uno spazio, sotto la cb6000, sufficiente a permettere al "sacchettino dei gioielli" di fuoriuscire. Il distanziale è disponibile in quattro lunghezze; come decidere quale usare? Come per l'anello, dipende ovviamente dalla “dotazione” del soggetto da “cinturare”.

Il distanziale non deve essere troppo corto (potrebbe causare problemi alla circolazione sanguigna, vedi sopra), ma nemmeno troppo lungo (i testicoli potrebbero sfilarsi, vedi il capitolo 'Houdini' più in basso). La maniera migliore per stabilire quale sia il distanziale giusto è fare delle prove, valutando con lo slave il livello di dolore o fastidio.

Tieni presente che ognuno dei quattro distanziali utilizza il “proprio” perno centrale, quindi fai attenzione a non confonderli e ad inserire il perno giusto durante il montaggio dell’anello.

Dopo aver inserito il distanziale, è il momento dell’astuccio, che va infilato sui tre perni bianchi. (fig. 7).


In questa fase potrebbero presentarsi alcuni problemi. Primo: potrebbe essere un po’ difficile inserire il pene nell’astuccio senza un po’ di lubrificante. Le istruzioni consigliano di utilizzare un lubrificante a base siliconica: io non ne ho bisogno (ci riesco benissimo ‘a secco’) per cui non so dirti se è efficace. Tieni presente che alcuni prodotti potrebbero intaccare la plastica dell’astuccio, per cui fai molta attenzione a cosa usi.

Il secondo problema è che il “soggetto” potrebbe, per usare un eufemismo, “eccitarsi” un po’ – sia per via della manipolazione dei suoi gioielli, sia per la stessa idea di dover indossare la cb (so che può sembrare un controsenso, ma per noi pervertiti non lo è ;o).

Escludendo i soggetti veramente, veramente, veramente minidotati, qualunque forma di erezione impedirebbe il corretto montaggio della cb (come sono tecnica, eh?). Occorre quindi mettere in atto una strategia (quella che preferisci) per evitare l’erezione.

Io non so cosa utilizzi tu: però so che con me funziona moolto bene la sodomizzazione (e te pareva eh?) Un'alternativa meno divertente è l'acqua gelata. Mi rendo conto che il mio 'trucco' potrebbe non funzionare con il tuo slave, così come ad esempio l’uso del dolore (che ad alcuni anzi provocherebbe proprio l’effetto contrario). Ma sono convinto che tu conosci i tuoi polli molto meglio di me e sai bene come fare.

Ultima cautela da utilizzare: al momento di infilare l’astuccio sui perni si potrebbe presentare di nuovo il rischio di pizzicare la pelle. Fai attenzione, te lo chiedo a nome del tuo slave (fa un male cane!)

Se hai eseguito tutto correttamente, sarà possibile adesso inserire il lucchetto nell’apposito foro del perno centrale, et voilà les jeux sont faits. Adesso ce l'hai in pugno (forse). COme si vede in foto, la mia cb ha un lucchetto con su scritto "Master"; per ovvie inclinazioni personali avrei preferito "Mistress", ma nella vita non sempre si può scegliere. (Scherzi a parte: Master è la marca del lucchetto ;o)

 

Accessori
Solitamente la cb è corredata di alcuni lucchetti di plastica, da utilizzare nel caso si dovesse passare attraverso un metal detector (ad esempio all’aeroporto). I lucchetti di plastica si rompono irrimediabilmente alla loro apertura, e sono numerati di modo che lo slave non possa sostituirli (prendi nota del numero quando ne usi uno!).

Houdini
Adesso ti dirò una cosa che forse mi attirerà l’odio del tuo slave. Da una cb6000 si può evadere. Sei stupita? Non è facilissimo, ma ci può riuscire chiunque: basta tirare il pene (meglio se in fase “dormiente”) pian pianino dalla base, e sfilarlo dall’astuccio e dall’anello. Se il distanziale scelto è quello giusto, la cb rimane comunque ancorata allo scroto; viceversa, se lo spazio che hai lasciato è eccessivo, potrebbero uscire anche i testicoli.

Nel primo caso il tuo slave potrebbe al massimo “toccarsi” (cosa comunque riprovevole ;o) ma difficilmente riuscirebbe ad avere “rapporti” con un’altra persona, dato che avrebbe la cb appesa alle palline… nel secondo caso invece diventerebbe un vero e proprio ‘cane sciolto’ (cosa questa ancor più riprovevole).

Non ho idea se sia possibile rinfilare una cb6000 montata, ma credo che in linea teorica (e con molta pazienza e lubrificante) ci si possa riuscire. E quindi nascondere le prove del misfatto. Ho visto che un sito internet (http://www.lockeduplove.net/cb6000) vende degli accessori da montare sulla cb per ovviare a questo inconveniente: uno si chiama Baltus Security Points, un altro invece è il New Security Insert. Il secondo è specialmente costosetto.

Ci sono altri siti che offrono accessori del genere, basta cercare. Io non li ho mai provati per cui non ho idea della loro efficacia, ma probabilmente funzionano e aggiungono qualcosa in materia di sofferenza alla cb. Nel caso tu decidessi di fare senza, tieni presente che esisterà sempre la possibilità di una “fuga di mezzanotte”. Ovviamente non finché sarai presente tu.

Valuta la cosa in base al motivo per cui hai deciso di acquistare la cb; se è per aggiungere (o meglio "togliere," eheheh) qualcosa al momento del gioco, non credo sia necessario prendere provvedimenti particolari.

Se invece devi 'tenere al suo posto' uno slave particolarmente farfallone, a cui piace mangiare fuori dal piatto, allora forse è il caso di valutare l'acquisto di un dispositivo anti-Houdini, oppure di ripensare la strategia.

Un'ultima riflessione: con l'ausilio di un elettrostimolatore è comunque possibile avere un orgasmo con indosso una cb6000 (su internet ci sono vari video che lo dimostrano), quindi se il problema del tuo slave è quello di essere un po' troppo smanubrione la chastity belt non è la tua soluzione.

Manutenzione
Per pulire la cb6000 (e il suo contenuto ;o) devi utilizzare esclusivamente acqua e sapone delicato, e un panno morbido per l’asciugatura. Altri prodotti di pulizia potrebbero rovinare irrimediabilmente la plastica della cb. L’alcool ad esempio la farebbe diventare opaca.

Sicurezza
Qualcuno ha detto che non esiste un campo dell'attività umana che sia esente al 100% da rischi. Ovviamente anche indossare la cb potrebbe comportarne. In linea di massima, dovrebbe prevalere il buon senso: la regione su cui si applica la cb è molto sensibile e "articolata" (ci sono tubi e vasi sanguigni che portano ai testicoli e che non vanno assolutamente interrotti o danneggiati) per cui è meglio agire con molta attenzione e delicatezza "ascoltando" il proprio slave. Ricapitolando: buon senso, attenzione, delicatezza. 
"Condizionamento" della cb6000
Se hai comprato una cb6000 originale probabilmente non ha bisogno di leggere questo capitolo, e lo puoi saltare tranquillamente. Altrimenti è meglio che fai molta attenzione.

Ho scoperto di recente che sul mercato esistono delle copie contraffatte (in maniera egregia, oserei dire) che costano molto meno, circa 40/50 Euro contro i 150 Dollari e più di quella originale.

Io ne ho una non originale (a mia discolpa posso dire che non ero a conoscenza di questa circostanza finchè non l'ho ricevuta) che ha avuto bisogno, prima di diventare "operativa", di alcuni accorgimenti che spiego qui in dettaglio. Ovviamente io consiglio l'aquisto della cb6000 originale; i miei suggerimenti valgono solo nel caso in cui, come me, tu ne abbia comprata una tarocca a tua insaputa e non possa più restituirla.

Il materiale di cui potresti avere bisogno è: un taglierino (o cutter, o tagliabalsa), carta vetrata fine, una lima da orologiaio a "coda di topo" (a sezione rotonda).

Per prima cosa, osserva attentamente tutti i pezzi della cb alla ricerca di sbavature. I punti dove potrebbero trovarsi più facilmente sono lungo la linea di giunzione delle due metà dell'astuccio (sia all'interno che all'esterno). Il grosso può essere rimosso con il cutter, per poi rifinire con la carta vetrata a grana fine, magari bagnata, facendo molta attenzione a non graffiare la plastica (fig. 9 e 10).


Anche le sedi per il distanziale, sia sulla base che sull'astuccio, erano un po' imprecise e hanno avuto bisogno di essere lavorate con la punta del cutter (fig. 11).


Nella mia cb il foro per il perno centrale (sempre nell'astuccio) era parzialmente ostruito, e l'ho dovuto "ripulire" con la lima a coda di topo. Altrimenti, se avessi forzato il perno centrale, avrei sicuramente rotto qualcosa (fig. 12).


Infine, i distanziali calzavano in maniera troppo stretta sui perni, con il rischio di incastrarsi; ho passato la lama del cutter lungo il profilo dei perni, ho rifinito con la carta vetrata, e adesso scorrono come l'olio (fig. 13).



Sembra una cosa difficile da fare, ma in realtà non è così (e poi il tuo schiavo un minimo di manualità dovrebbe averla), bisogna solo fare molta attenzione quando si adoperano gli attrezzi ed eseguire varie prove di montaggio "a secco" finchè il risultato non sarà soddisfacente.
Per il momento è tutto.

Se ti viene in mente qualcosa, mandami due righe all'indirizzo syuzee_q@libero.it e ti risponderò.

giovedì 24 febbraio 2011

♥ Racconto n. 5 - Ci son due coccodrilli...


Quello che segue è il racconto, fatto a distanza (ahimè) di molti anni, di una delle tipiche sedute a cui mi sottoponeva Madame (o per lo meno l'interpretazione, il modo in cui io ho vissuto quegli eventi).

I coccodrilli di cui parlo (e che sono riprodotti in fotografia) mi vennero regalati da Madame quando giunse il purtroppo temuto e inevitabile termine della nostra conoscenza, e li conservo ancora gelosamente come il più caro dei suoi ricordi.

Due racconti erotici in tre giorni, che bazza sorelle ;o)

Enjoy.


Ci son due coccodrilli...
di Syuzee (2011)

Le ventose applicate ai capezzoli stanno facendo il loro effetto. In realtà non si tratta di due ventose vere e proprie, sono due siringhe con la punta tagliata in stile "bricosade", che ho realizzato io stessa. Le istruzioni erano in un sito che mi ha mostrato Madame. Attraverso la plastica trasparente posso vedere i capezzoli diventare rosso scuro e dilatarsi; dopo pochi minuti hanno raggiunto un centimetro, centimetro e mezzo di lunghezza e hanno il diametro di uno dei miei pollici. Fanno un male del demonio, ma so che non è ancora niente rispetto a quel che deve venire.

Madame si avvicina e dopo aver dato alcuni strattoni dolorosi alle ventose per saggiare il "punto di cottura" decide che è giunto il momento. Afferra saldamente con una mano il tubicino di plastica che tormenta il mio capezzolo sinistro e con l'altra tira tutto lo stantuffo, che arriva a fine corsa ed esce con un sonoro 'plop'. La mia carne è talmente gonfia che il tubo della siringa rimane incastrato al suo posto senza cadere; lo sfila Madame, e constata con soddisfazione grandezza e consistenza del "contenuto": un piccolo palloncino rosso di carne.

Se non fossi seduta sul letto mi tremerebbero le gambe. Madame afferra il primo coccodrillo dal comodino e mi si mette davanti. Vedo che, con un'espressione concentrata, gira la vite che ne regola l'apertura, poi punta l'oggetto metallico verso la mia carne e preme con le dita per far aprire le fauci. Madame è sempre molto attenta a che io possa vedere tutte le fasi di quel che mi fa; sostiene che l'effetto è molto maggiore che non se mi torturasse 'al buio'. Non mi sento di darle torto.

Osservo i denti metallici prendere posizione attorno alla mia carne ancora gonfia e rossa e trattengo il fiato in attesa dell'inevitabile. Uno scatto delle dita, e la prima fitta mi attraversa il seno. Le mie mani, appoggiate sulle cosce, si contraggono di scatto e solo per miracolo non smaglio le autoreggenti con le unghie. Il dolore è forte, ma so per esperienza che non è il massimo a cui può arrivare. La vite di regolazione è certamente regolata sul "tutto aperto", i denti di metallo non sono affondati che per pochi millimetri... Ma Madame inizia a girare la vite, lentamente, e il dolore da sordo piano piano si fa acuto.

So già che non stringerà subito al massimo; Madame lascia sempre qualcosa per dopo. Per sopportare il dolore cerco di distrarmi concentrandomi sui particolari. Aspiro lentamente e profondamente il suo profumo che sa di mughetto; avverto il suo respiro sulla pelle del mio seno, un respiro caldo e con un vago sentore amarognolo di tabacco. Osservo il suo make-up, sempre perfettamente curato (cosa non darei per poter essere come lei!), i lineamenti regolari, la riga rossa che segna il confine tra il rossetto delle labbra e il bianco della sua pelle, il lobo tenero e perfetto del suo orecchio...

Uno strattone deciso al coccodrillo mi segnala che la prima parte del "lavoro" è compiuta. Madame passa subito al secondo capezzolo, quello destro, che per il fatto di essere stato per più tempo sotto l'effetto della ventosa è più gonfio, duro e sensibile. Come per l'altro, madame posiziona le mascelle metalliche esattamente a metà del capezzolo, e poi lascia la presa. Il dolore raddoppia, e inizio a dimenarmi e contorcermi come un lombrico calpestato, ma sempre con le mani appoggiate alle cosce e il busto eretto.

Devo stare attenta a non agitarmi troppo, a Madame non piace; ricordo ancora quella volta che, per essermi lamentata troppo, ha afferrato i coccodrilli appena posizionati e li ha ruotati di un intero giro ciascuno. Il ricordo di quel dolore spaventoso ancora oggi è sufficiente a farmi calmare in pochi istanti. Madame sorride maliziosa, probabilmente il ricordo è venuto in mente anche a lei...

Passo successivo: fissa i cavi dello stimolatore ai due coccodrilli, e sistema gli altri due elettrodi nella parte inferiore di ciascuna mammella, stando attenta a non incrociarli. Poi mi rimette a posto il reggiseno - che aveva abbassato all'inizio delle "operazioni" - di modo che tutto resti fermo al suo posto. La vista dei cavetti bianchi e rossi che entrano nel reggiseno nero a raggiungere la mia pelle mi ha sempre ipnotizzato; signore e signori ecco a voi un fumetto di fantascienza SM intitolato "abducted sissy", la cui protagonista è una crossdresser che viene rapita e sottoposta a sevizie orribili da una malvagia Padrona aliena...

Madame mi riporta subito alla realtà: è in piedi, di fronte a me, con in mano l'elettrostimolatore a cui sono collegati i cavi di cui sopra. A lei basta premere un paio di pulsanti, e immediatamente due cani feroci iniziano a rosicchiarmi i capezzoli. All'inizio la sensazione è anche piacevole, ma ben presto Madame aumenta il voltaggio e i cani iniziano a mordere rabbiosamente, poi si trasformano in lupi affamati e infine in tigri. Il dolore si mescola al piacere in un mix inestricabile di cui non posso, non voglio fare a meno, e informo Madame di questo mio nuovo bisogno con un basso mugolio e due occhi imploranti, uniche forme di espressione che mi sono consentite dalla ball gag.

Madame regola l'intensità dello stimolatore ad un livello che ritiene adeguato, poi inizia a giocare coi cavetti dando dei piccoli strattoni che mi strappano degli strilli più alti. Quando è stanca di questo gioco infila due dita lunghe e affusolate nella coppa del mio reggiseno, e allenta le viti dei coccodrilli degli ultimi giri fatali. Adesso i denti di metallo sono conficcati in profondità, fino in fondo, e nel contempo emettono delle scariche che sembrano strapparmi letteralmente i capezzoli dalle mammelle.

Il mio mugolare si trasforma in un piagnucolare basso e continuo. Madame impartisce l'apposito comando, ed io senza un fiato mi metto a quattro zampe, doggy style, le ginocchia leggermente divaricate vicine al bordo del materasso, le gambe fuori dal letto, la schiena inarcata e il sedere all'infuori, in attesa. Nella nuova posizione la tensione dei muscoli pettorali rende ancora peggiore la sofferenza ai miei capezzoli, e quindi ancora più squisita la mia tortura.

Gli slippini sono stati tolti da tempo, e la chastity belt è già in posizione; ma del resto la parte mascolina di me è stata azzerata da tempo. Madame fa il giro del letto per farmi apprezzare l'immagine di lei mentre indossa lo strap-on e il dildo, perfettamente anatomico, di gomma nera; una visione divina, che per esperienza so essere anticipatrice di ulteriori gioie e dolori. La vedo stendere un abbondante velo di lubrificante sul palmo della mano inguantata, che poi inizia a passare sul fallo di gomma con movimenti lenti e sensuali, rendendolo lucido e scivoloso.

Madame ritorna dietro di me, e sento prima una e poi due dita oleose farsi strada nella mia parte più intima, massaggiando e preparando la strada alla successiva e ben più consistente intrusione. Le sue dita si muovono in maniera circolare, come quelle di un vasaio che stia modellando l'argilla, e premono, allargano, mi fanno rilassare e dilatare. Sento la punta del dildo appoggiarsi al buchetto, e penso sorridendo: «Fick-Zeit ist gekommen,» utilizzando uno dei modi di dire di Madame.

Una piccola spinta pelvica di Madame, agevolata da un mio impercettibile - ma volontario - movimento all'indietro, e la punta del dildo, fredda, nera e lucida, entra nel mio corpo caldo; avverto la piacevole e consueta sensazione del mio anello che si richiude, non completamente, attorno alla strozzatura alla base del glande di solida gomma. Il mio movimento non deve essere stato del tutto impercettibile, perchè sento Madame emettere un sorrisetto a metà di soddisfazione e scherno.

Le mani di Madame afferrano i miei fianchi fasciati strettamente dal corsetto, e mi tirano verso di lei inesorabilmente. Un centimetro alla volta, lentamente, il palo di gomma nera scompare all'interno della mia carne chiara. Sento le pareti morbide delle mie budella cedere, allargarsi, fare posto a quell'oggetto alieno eppure così familiare, come un morbido sipario che si apra al passaggio dell'attore principale. Il palo avanza spietato, allargando e raddrizzando al suo passaggiole le curve dell'intestino, mi sembra quasi di sentire la punta che mi bussa, dall'interno, ai muscoli della parete addominale.

Dopo un tempo infinito sento le cosce di Madame toccare e appoggiarsi ai miei glutei; il dildo è tutto dentro di me, il senso di pienezza è indescrivibile, erotico. Madame resta ferma alcuni secondi, per darmi modo di apprezzare la sensazione e per accendere l'ovulo vibrante che l'harness ha in dotazione, in corrispondenza del suo sesso. Sento nella pancia una vibrazione bassa e profonda, e mi eccita l'idea che provenga dal sesso di madame, attraversi la verga sintetica e si propaghi dentro di me.

Madame inizia ad arretrare, sempre lentamente, per farmi assaporare tutte le nervature del dildo, e prima che esso fuoriesca inverte il movimento, di nuovo fino in fondo. Ripete l'operazione varie volte, finchè non è sicura che il lubrificante abbia fatto effetto. Poi aumenta il ritmo in maniera progressiva, facendosi ispirare dalle sensazioni che l'ovulo vibrante indubbiamente le sta trasmettendo.

A volte si muove velocemente, frenetica, a volte più lentamente, prendendo fiato, a volte esce lentamente per poi rientrare come una furia, o viceversa; in qualche caso esce completamente dal mio corpo ormai bollente e osserva compiaciuta per alcuni istanti il buchetto rimanere aperto e dilatato anche senza la presenza del nero rettile. Quelli sono i momenti che odio di più, nei quali "l'assenza" della Padrona mi lascia con un'incertezza profonda, con il bisogno di sentirla ancora dentro di me, usandomi... fino a quando Madame non si rituffa di nuovo, rasscurandomi in questo modo strano e perverso.

«Guarda!» ordina Madame, con quel suo accento freddo e duro che amo tanto. Volto la testa da un lato, e osservo la mia immagine riflessa allo specchio della parete attraverso la morbida cortina delle mie ciglia finte, socchiuse. Vedo, come in un quadro sensuale, un essere androgino, in piedi, dotato di un fallo imponente, nero e lucido, allacciato ritmicamente ad un'altro essere androgino a quattro zampe.

Un rivolo di saliva mi esce dalla ball gag, e forma una piccola pozza sul materasso; contemporaneamente dalla chastity belt fuoriesce un filo sottile, trasparente e vischioso di pre eiaculato, frutto della stimolazione che il fallo di gomma della mia padrona sta provocando alla ghiandola dentro di me. Sono sconvolta da un mare di stimoli, le spinte pulsanti di Madame, il morso costante e crudele dei coccodrilli attaccati ai capezzoli, che oramai è diventato una parte integrante di me, l'ansimare ritmico del mio e del suo respiro, sempre più veloce, sempre più profondo...

In un angolo distante della mia mente mi accorgo che una delle scarpe si è sfilata dal piede, e dopo essere rimasta appesa per aluni istanti all'alluce è caduta sul pavimento. Uno stimolo potente e irressitibile avvolge il mio sesso, come se anche lui fosse collegato alla corrente dello stimolatore, e se potessi toccarmelo per arrivare a godere credo che lo farei; per fortuna indosso la chastity belt, ed essendo a quattro zampe ho le mani per forza di cose impegnate. E, ovviamente, se osassi tanto Madame mi distruggerebbe...

Madame abbandona uno dei miei fianchi, e con la mano afferra l'elettrostimolatore; segno che si sta avvicinando il momento conclusivo. Ora non si muove più solo in avanti e indietro, ma compie dei movimenti strani e mutevoli che hanno lo scopo di far meglio aderire l'ovulo vibrante al suo sesso, per poter finalmente raggiungere l'orgasmo. Di conseguenza il rettile di gomma si fa strada dentro di me ad angoli insoliti, andando a stimolare tutti i punti dei miei organi interni, e aumentando la mia frenesia.

Adesso anch'io mi muovo avanti e indietro, senza ritegno, assecondando il ritmo di Madame, inarcando e curvando la schiena. Lei inizia a giocare con il "volume" dello stimolatore, il morso dei coccodrilli si fa irregolare, ora basso ora acuto fino al limite della sopportazione, la vista mi si appanna e sento due grosse lacrime scendermi dai lati esterni degli occhi socchiusi, e correre attraverso le guance.

Il ritmo di Madame è adesso parossistico, muove il corpo come un serpente cercando di "centrare" l'ovulo sul punto che la porterà all'orgasmo, e finalmente lo trova; poi mette lo stimolatore al massimo, e lo getta sul letto per afferrarmi di nuovo i fianchi, saldamente, con due mani. I coccodrilli danno una stretta assurda, incredibile, che oltrepassa la soglia del dolore e mi manda una scarica di puro piacere direttamente al cervello.

La mia testa, il mio seno, il mio sesso e il mio intestino sono collegati da catene di puro piacere, che si tirano e si allentano ritmicamente. Il mio corpo si irrigidisce in uno spasmo infinito, mi sento come una rana inchiodata ad una tavoletta e collegata alla 220V, mi si blocca il respiro, la voce, il pensiero mentre provo un orgasmo assurdo, poderoso, senza la minima eiaculazione. Un orgasmo da sissy. Nel frattempo Madame spinge un'ultima volta, fermandosi in profondità e piantando le unghie nella stoffa del mio corsetto, cristallizzandosi in uno spasmo che sembra eterno, emettendo un suono gutturale e selvaggio di trionfo.

lunedì 21 febbraio 2011

♥ Racconto n. 4 - His mom's clothes


Come per A Sissy Enslaved, anche il racconto qui di seguito non è mio ed è uno dei primi in cui mi sono imbattuta nel corso della mia "carriera". E' forse un po' meno "raffinato" dell'altro, e ugualmente naif, ma l'ho sempre trovato molto erotico. Inoltre per certi versi mi ricorda alcune (ahem!) esperienze di gioventù, legate soprattutto ai primi "esperimenti" di crossdressing.
L'autrice, TV Kristy, mi è completamente sconosciuta.

Nei panni di sua madre
di TV Kristy
(His mom's clothes, trad. dall’inglese di Syuzee, 2011)
Si chiamava Jeff. Ci siamo conosciuti diversi anni fa, quando si era appena trasferito nel mio quartiere. Io avevo diciotto anni, e lui diciannove; non era proprio un manico, ma nemmeno uno sfigato come me. Era più alto di me di venti centimetri buoni, e mi sorpassava nel peso di almeno quindici chili; per lui io rappresentavo più una specie di palla al piede che un vero e proprio amico.

Ho sempre avuto amici più grandi di me, sono sempre stato una specie di gregario; credo che il motivo per cui lui mi permetteva di girargli intorno era che io ero l’unico ragazzo del quartiere ad avere pressappoco la sua età. Dopo circa un mese che eravamo amici iniziammo a sperimentare alcuni giochetti sessuali.

Suo padre faceva il rappresentante, e per lavoro era spesso costretto a stare lontano da casa per intere settimane, mentre sua madre faceva il turno serale quindi Jeff restava a casa da solo da quando uscivamo di scuola fino a quando sua mamma rientrava a casa, verso le 23.

Di solito lo andavo a trovare dopo cena, e restavo li fino all’ora di andare a dormire. Fu proprio in una di quelle sere che Jeff tirò fuori alcuni dei Playboy di suo padre, e ci sedemmo a guardarli insieme. Il suo modo di fare molto disinvolto e naturale mi fece sentire a mio agio e quasi automaticamente finimmo per masturbarci insieme per il resto della sera.

Una volta, mentre eravamo nel mezzo di una “masturbazione di gruppo”, lui mi si avvicinò all’improvviso e senza dire altro sostituì le sue mani alle mie, afferrandomi l’uccello e iniziando a massaggiarlo lentamente.

Gli lanciai uno sguardo stupito, ma in tutta risposta mi sentii dire: «tu vai troppo veloce, ora ti faccio vedere come si fa.» Le sue mani erano più grandi delle mie e un poco più ruvide, e la sensazione fu subito molto diversa. Lui non mi massaggiava il cazzo con colpi brevi e veloci come facevo io, ma bensì con delle mosse lunghe, lente e potenti.

Quella volta non ebbi uno dei miei soliti orgasmi brevi e frettolosi: Jeff mi lavorò il cazzo lentamente e con pazienza, fino a farmi godere in maniera profonda e lunghissima. Man mano che lui mi portava sempre più vicino all’apice io mugolavo e mi dimenavo con intensità crescente; allo stesso tempo lo guardavo supplicante, e lui mi restituiva uno sguardo forte e autoritario, come se mi avesse in suo completo potere. E la cosa più strana era che mi piaceva!

Mi piaceva moltissimo cedere il controllo del mio corpo a lui, perché sapevo che mi avrebbe fatto godere solo quando sarebbe stato il momento giusto! Mentre mi avvicinavo sempre di più al momento fatidico lui aumentò il ritmo, e iniziò a sussurrarmi cose del tipo «forza, sborra! Voglio che vieni adesso, che spari tutta la sborra che hai!» Mi piacevano i suoi incoraggiamenti, e ci tenevo moltissimo a farne tanta perché lui poi fosse orgoglioso di me.

Quando sborrai mi sembrò come se ne uscisse un litro. Jeff puntò il mio cazzo di modo che i quattro o cinque potenti getti che schizzai mi colpissero il viso e il torace. In quel momento mi resi conto che adesso le cose tra di noi erano cambiate: non eravamo più due ragazzi che si masturbavano insieme, avevamo iniziato ad esplorare la sessualità gay.

Per tutte le sere delle due settimane successive facemmo un sacco di “esperimenti” sessuali a casa sua. Ci masturbavamo a vicenda fino ad avere degli orgasmi squassanti. Mi sembrava che a lui piacesse molto di più far godere me che non io far godere lui; lui controllava il ritmo e mi teneva sulla corda finché gli pareva, dopo di che mi faceva sborrare con un orgasmo devastante.

Quando invece io lo facevo a lui, era più come se eseguissi i suoi comandi: lui mi diceva quanto veloce dovevo andare, e quando farlo godere. Sembrava proprio che non fosse la prima volta che faceva cose di questo tipo, mentre invece per me lo era di certo.

E infatti una sera mi raccontò che nel suo vecchio quartiere aveva avuto un amico con cui aveva sperimentato giochini sessuali per molto tempo. Jeff mi rivelò di essere bisessuale, e che gli piaceva andare sia con i maschi che con le femmine. Mi disse anche che con Sandy, la sua attuale fidanzata, faceva sesso già da un po’ ma che a lei non piaceva provare cose nuove, e che addirittura si rifiutava di fare sesso orale perché sosteneva che non gli piaceva per nulla.

«Forse potresti essere tu la mia fidanzata» mi disse, arruffandomi scherzosamente i capelli. Il modo in cui, dopo, si mise a ridere mi rassicurò; «sta solo scherzando» mi ripetei, e non ci misi più la mente sopra. Ma conservai una specie di strana sensazione a riguardo, come se un giorno non troppo lontano avrei scoperto le sue vere intenzioni.

Qualche tempo dopo, un venerdì sera, ero di nuovo a casa di Jeff. Entrambi i suoi genitori erano via per la notte, e i miei mi avevano dato il permesso di stare a dormire da lui. Visto che eravamo più liberi, Jeff propose di “saccheggiare” il mobile bar di suo padre, e ci bevemmo diversi bicchieri whiskey & coca.

Io non ero molto abituato a bere, e infatti l’alcol mi diede subito alla testa; Jeff, al contrario, lo reggeva benissimo e sembrava fresco come una rosa. Prendemmo i Playboy del padre e iniziammo subito a masturbarci. Il drink aveva avuto lo strano effetto di rendermi ancora più eccitato del solito; quasi subito Jeff mi sollevò di peso, e mi fece sedere sul divano. La testa mi girava, e lui mi faceva muovere come se fossi stato una bambola di pezza, totalmente inerte.

Tirò fuori il suo uccello, e io iniziai a menarglielo; il fatto che lui fosse lì in piedi davanti me, sovrastandomi, mi faceva sentire molto passivo. Cercai goffamente di sollevarmi un poco per massaggiarglielo meglio, ma ero così brillo che scivolai in avanti e finii con il viso vicinissimo al suo cazzo. E fu allora che successe.

Accadde tutto così velocemente che non ebbi il tempo di pensare: in un lampo Jeff mi afferrò la nuca con una mano, mentre con l’altra avvicinò il suo cazzo alla mia bocca. Pensai subito che avesse male interpretato la mia goffa mossa, e il mio debole «no» di protesta ebbe solo l’effetto di aiutarlo a penetrarmi meglio la bocca, dato che la vocale finale aveva trasformato le mie labbra in un cerchio perfetto.

Cercai di ribellarmi ma senza troppa convinzione, dato che ormai il suo uccello era saldamente nella mia bocca. Mentre una mano mi serrava con forza la nuca in modo da non far scappare fuori il suo arnese, l’altra afferrò una ciocca dei miei capelli e iniziò a farmi muovere la testa avanti e indietro, facendomi percorrere il suo cazzo con le labbra.

Credo che fosse talmente eccitato da non accorgersi nemmeno che mi stava stuprando la bocca. Alla fine, il suo continuo mormorio di incoraggiamento mi fece capitolare: «oh tesoro, la tua bocca è così calda, le tue labbra sono così morbide… succhi il cazzo come una vera ragazza!» Credo che fu proprio l’ultima frase, «succhi il cazzo come una vera ragazza,» quella che mi fece eccitare di più.

Iniziai a vedermi veramente come se fossi la sua ragazza, e a sognare di assumere il ruolo passivo in quella relazione. Desideravo che lui fosse fiero di me, e volevo dargli piacere. Quando fu vicino all’orgasmo lasciò finalmente la presa sulla mia testa, permettendomi di terminare l’opera da solo. Si sdraiò e chiuse gli occhi; afferrai la base del suo cazzo con una mano, feci presa con l’altra dietro le sue natiche, e mi gettai letteralmente con la bocca sul suo uccello.

Lo facevo andare su e giù nella mia bocca come il pistone di un’auto da corsa finchè lui, emettendo il gemito conclusivo, mi afferrò saldamente la testa e vi sprofondò tutto il suo pezzo di carne, iniziando contemporaneamente a sborrare. Credo che il suo cazzo fosse piantato così profondamente dentro la mia gola che non avevo neppure bisogno di ingoiare; però iniziava a mancarmi il respiro, e avvertivo il crescente riflesso meccanico di vomitare.

Mi liberò giusto un istante prima che svenissi. Allora mi afferrai istintivamente l’uccello e iniziai a scuoterlo, e venni dopo appena due o tre colpi; fu la sborrata più massiccia della mia vita, e mi schizzò quasi tutta sul ventre e sul viso. A differenza di Jeff, il mio orgasmo non fu accompagnato da un basso mugolio ma da un lamento acuto, in falsetto.

Jeff mi guardò; ero coperto del mio stesso sperma e con gocce del suo ancora sulle mie labbra, tremante per il quasi svenimento e il contemporaneo orgasmo. Lui passò una mano gentile tra i miei capelli e mormorò «sei davvero una brava ragazza.»

Da quel giorno in poi diventai la “metà passiva” della relazione con Jeff. Quasi tutti i giorni, dopo la scuola, gli regalavo un bel pompino, masturbandomi mentre gli succhiavo il cazzo oppure dopo averlo fatto sborrare nella mia bocca. Sembrava proprio che gli piacesse un mondo vedermi scuotere il pisello come un pazzo fino a sborrarmi addosso; e questa cosa mi eccitava da morire.

Un giorno, ispezionando il cassetto in cui suo padre teneva le riviste, saltarono fuori alcuni giornaletti pornografici. Questi giornaletti contenevano foto decisamente più esplicite dei Playboy: sesso spinto, anche orale, e uno in particolare dedicato solo a quello anale. Jeff non riusciva a staccare gli occhi da una rivista di bondage.

La rivista era piena di immagini di donne legate a delle sedie, incaprettate, immobilizzate e sospese al soffitto. Giunta l’ora del pompino quotidiano, Jeff si tolse la cintura dei pantaloni e prima che me ne rendessi conto mi aveva fatto inginocchiare con le braccia legate dietro la schiena, fissate ad una colonna che si trovava nella taverna di casa sua.

In quella posizione la mia bocca si veniva a trovare proprio all’altezza giusta perché Jeff la potesse usare, cosa che a lui piaceva parecchio fare. Io invece adoravo il modo in cui il semplice atto di succhiarglielo mi faceva sentire passivo, umiliato e - proprio per questo - anche eccitato.

Osservando Jeff potevo dedurre che anche per lui era tremendamente eccitante vedermi immobilizzato e impotente, lo capivo dal modo in cui mi guardava mentre mi faceva succhiare lentamente il cazzo. Quando la sua cappella raggiungeva il fondo della mia gola il riflesso istintivo mi faceva dimenare nella mia legatura, e siccome mi ero accorto che questa cosa lo faceva eccitare ancora di più, iniziai a giocare un po’ facendo la parte della vittima legata e inerme.

Iniziai a frignottare e mugolare mentre mi costringeva a succhiarlo, continuando a dimenarmi. Jeff iniziò ad usare un tono dominante con me, chiamandomi la sua «piccola troia pompinara» e «frocetta ciucciacazzi.» Quando fu vicino ad eiaculare, si afferrò saldamente alla colonna dietro di me e mi obbligò ad affondare la testa nel suo inguine, di modo che il suo intero cazzo fosse dentro di me. La sensazione di essere lì, legata e senza alcuna possibilità se non dover ingoiare tutto il suo sperma fu fantastica.

Nelle settimane successive sperimentammo il bondage sotto varie forme, ed entrambi ci trovammo soddisfatti dei nostri ruoli. La cosa più eccitante della mia relazione con Jeff accadde una mattina che non c’era scuola e sua mamma era via. Lui era seduto sul pavimento della taverna, leggendo una delle riviste di suo padre, mentre io come al solito avevo la testa fra le sue gambe e il suo cazzo in bocca.

Ad un tratto mi disse di fermarmi, e nella sua espressione c’era un che di divertito. Gli chiesi: «che c’è, Jeff?» lui guardò verso la lavanderia, dove c’erano alcune ceste di vestiti in attesa di essere stirati. «Se dobbiamo farlo, allora facciamolo bene!» disse con un tono di voce alto e dominante, mentre si dirigeva verso le ceste.

Iniziò a frugare tra i vestiti di sua mamma, mettendone da parte alcuni. «Mettiti su questi,» disse, «devo recuperare qualcos’altro. Sarò di ritorno tra un minuto.» Mi avvicinai al mucchietto di indumenti per vedere cosa aveva scelto per me. Vidi un reggiseno, mutandine, collant e un vestito. Ciò che più mi fece meravigliare fu il fatto di non aver esitato nemmeno un istante al pensiero di indossare i vestiti di sua madre.

Presi dal mucchio un paio di mutandine di raso, nere, e le indossai proprio mentre Jeff stava tornando. Presi il reggiseno coordinato e lo misi attorno al busto con la chiusura sul davanti, e dopo averlo allacciato lo feci ruotare nella posizione corretta facendo passare le braccia nelle spalline, proprio come avevo visto fare a mia sorella un milione di volte. Quando ero piccolo mi piaceva intrufolarmi in camera sua mentre lei si stava vestendo.

La sensazione indossare gli slip, di farvi passare attraverso le gambe e poi tirarli su fu fantastica. E trovai molto erotico anche l’indossare i collant color nudo e sentire l’effetto del nylon sulla pelle. Presi dunque il vestito, ne aprii la cerniera lampo e lo indossai lentamente, infilando le braccia nelle lunghe maniche. Era un vestito di satin color malva, che la madre di Jeff a volte indossava quando usciva con il marito il sabato sera.

Sentii l’abbraccio del vestito stringersi attorno a me, era Jeff che stava tirando su la cerniera lampo; «niente male, tesoro» mi disse dandomi contemporaneamente una sculacciata sul sedere. «Ecco, mettiti queste» disse, porgendomi un paio delle scarpe di sua mamma. Erano un paio di sandali con tacco a spillo dello stesso colore del vestito; mentre le indossavo, non potei fare a meno di notare l’effetto erotico delle mie gambe velate dal nylon delle calze (per fortuna i miei peli, radi e biondi, non si notavano molto).

Appena infilai l’ultima scarpa seniti Jeff afferrarmi i capelli e fermarli in una coda di cavallo con un fermacapelli di satin, sempre in tinta col vestito. Fu proprio allora che mi vidi per la prima volta nello specchio che si trovava dietro il mobile bar. Rimasi un po’ scioccato dall’aria sexy che emanavo. La mamma di Jeff non era tanto alta e quindi i suoi vestiti mi stavano a pennello; non sembravo proprio una donna al 100%, ma piuttosto un giovane ragazzo effeminato con un vestito sexy. E mentre mi osservavo allo specchio, sentii il mio cazzo, avvolto nelle mutande di raso, iniziare a gonfiarsi per l’eccitazione.

Ma prima che potessi anche solo iniziare ad assaporare questa nuova sensazione la mano di Jeff mi spinse verso uno sgabello alto. «Non abbiamo ancora finito, tesoro» disse Jeff, afferrando qualcosa da un sacchetto che aveva portato con se. Erano un paio di manette e alcuni pezzi di corda di nylon; evidentemente i suoi genitori stavano sperimentando qualche giochetto di bondage.

In breve tempo Jeff mi immobilizzò quasi a 90°, con l’inguine sopra lo sgabello e le gambe divaricate, i piedi che quasi non toccavano terra. Le braccia, legate in alto alla colonna della taverna, mi costringevano a tenere la schiena inarcata; iniziai a domandarmi come avrei potuto succhiargli il cazzo con la testa così sollevata.

Gettando uno sguardo sul pavimento, notai il giornaletto che quella mattina Jeff stava guardando mentre glielo succhiavo. Non era la solita rivista di bondage da cui gli piaceva trarre ispirazione, era quello pieno di fotografie di sesso anale! Jeff stava per scoparmi il culo mentre io ero immobilizzata e vestita con gli abiti di sua madre!! Proprio come una di quelle ragazze nella rivista, il cui culo veniva pesantemente sfondato da ragazzi muscolosi!!!

Cercai di protestare, ma non appena provai ad aprire bocca venni ridotta al silenzio da una ball gag rossa, che mi fu subito legata saldamente alla nuca. Vedendo i miei sguardi diretti al giornalino, Jeff capì che avevo capito realizzato che lui aveva in mente. «Avevo previsto che ti saresti ribellata, ecco perché come prima cosa ti ho legata» disse, mentre mi sollevava il vestito e iniziava a sculacciarmi.

Ero completamente immobilizzata e solo con uno sforzo enorme potevo muovermi di uno o due centimetri e non di più; dovetti dunque subire, impotente, una ventina delle sue sculacciate. E non erano certo carezze: Jeff sollevava la sua mano più in alto possibile, e poi la calava più forte che poteva sul mio sedere velato dal nylon. Quando alla fine smise di colpirmi io stavo piangendo e singhiozzando senza ritegno, in attesa che il dolore si attenuasse.

«Ho pensato che il tuo culo avesse bisogno di essere riscaldato un po’ prima che te lo scopassi, tesoro» disse Jeff, abbassando collant e le mutandine e mettendo a nudo il mio sedere ben rosso. Dal sacchetto estrasse un barattolo di vaselina con cui iniziò a lubrificare il suo cazzo, per poi passare al mio buchino che ricevette lo stesso trattamento grazie a due dita unte e scivolose.

Con mia sorpresa, Jeff non mi penetrò rudemente, per farsi una rapida e selvaggia scopata come mi aspettavo. Al contrario, appoggiò il suo cazzo sul mio buchino ancora vergine, e lo penetrò con la punta solo per uno o due centimetri prima di ritirarsi, ripetendo l’operazione in maniera ritmica. Mentre si muoveva in questo modo, mi accarezzava le gambe avvolte dal nylon e mi diceva, con un sussurro all’orecchio, come lo stessi facendo eccitare e come mi trovasse una ragazza veramente sexy. Adoravo questo trattamento…

Jeff andò avanti così per circa cinque minuti, finché non mi sentii completamente rilassata; a questo punto spinse con decisione la cappella del suo cazzo attraverso l’anello del mio sedere. Avvertii una fitta, ma una volta che il suo palo di carne ebbe attraversato il mio sfintere il dolore iniziò a placarsi, ed iniziai a provare uno strano senso di piacere. Non so perché, ma il semplice fatto di avere il mio culo riempito dalla sua carne mi faceva sentire soddisfatto e mi eccitava, tanto che il mio cazzo cominciò a gonfiarsi.

Quando la sua asta fu dentro fino in fondo Jeff appoggiò il suo torace alla mia schiena e, continuando ad accarezzarmi le gambe con una mano, infilò l’altra dentro il vestito cercando – e trovando – uno dei miei capezzoli rivestiti dal raso del reggiseno, che iniziò a pizzicare e stuzzicare. Mordicchiandomi il lobo dell’orecchio Jeff continuò a parlarmi dolcemente, domandandomi se mi piaceva essere la sua fidanzata e dichiarando che adesso ero la sua ragazza, perché era stato lui a prendersi la mia verginità anale… E, mentre lui mi introduceva a questo nuovo aspetto della mia sessualità, tutto quello che potevo fare era di lasciar sfuggire dei mugolii attraverso la ball gag...

Vestito com’ero, e nella posizione in cui mi aveva vincolato, iniziai a pensare che non si trattava più di una cosa puramente sessuale: stavo iniziando ad innamorarmi di Jeff. Mi aveva insegnato e mostrato così tante cose (che nemmeno io conoscevo) di me che mi sentivo profondamente in debito verso di lui. Volevo donarmi completamente a lui. Non avrei mai detto di no a nessuno dei suoi desideri.

Lui fece uscire quasi tutto il suo meraviglioso cazzo fuori dal mio corpo, ma prima che potessi lamentare la sua assenza me lo rinfilò dentro. Provavo ancora un po’ di dolore quando passava attraverso lo sfintere, ma dopo poco Jeff aumentò il ritmo delle sue spinte e io iniziai a sentire che il mio buchetto si dilatava confortevolmente.

Fu allora che cominciai veramente a sentire il piacere di essere scopata. Mi misi a mugolare e ad agitarmi nei miei legacci con eccitazione sempre crescente. Jeff si accorse di ciò e aumentò la velocità ancora di più. Mi prese per i fianchi e iniziò a darmelo di santa ragione. Il suo cazzo che andava dentro e fuori dal mio buchetto e il mio uccello, velato dal raso delle mutandine, che si sfregava sul cuscino dello sgabello mi davano delle sensazioni pazzesche.

Jeff stava facendo in modo di farmi venire sfregandomi apposta contro il cuscino. Potevo sentire l’orgasmo crescere lentamente dentro di me. Non era assolutamente come le volte in cui ci masturbavamo; non proveniva solo dal mio inguine. Lo potevo sentire in tutto il mio corpo. Veniva dal mio culo, dai miei testicoli, dal mio uccello e da ogni centimetro della mia pelle avvolta nel satin.

Anche Jeff era ormai prossimo ad eiaculare, e preso dalla frenesia mi afferrò una spalla mentre con l’altra mano catturò saldamente la mia coda di cavallo. La sua mano sulla spalla mi costringeva ad indietreggiare proprio mentre il suo cazzo affondava dentro di me. Dopo un poderoso ultimo affondo Jeff lasciò uscire un forte mugolìo, tirando nel contempo i miei capelli con forza una volta di più.

Lo strattone ai capelli mi fece tirare indietro la testa, obbligandomi ad inarcare la schiena in maniera molto sexy e femminile. Nella nuova posizione il mio uccello sfregava per tutta la sua lunghezza sul cuscino dello sgabello, e questo mi portò immediatamente ad eiaculare in lunghi, lenti schizzi che mi tolsero il fiato.

Mentre sentivo la sua sborra invadermi il culo potevo sentire la mia riempire le mutande e creare una gigantesca, calda chiazza sul davanti del mio vestito. Lasciai uscire un gridolino e un ultimo mugolìo mentre l’ultimo schizzo mi colava tra le cosce.

Jeff era talmente eccitato che continuava a scoparmi il culo anche se era ormai pieno e gocciolante del suo sperma. Mentre lui continuava a tirarmi per i capelli io emersi dalle ondate di piacere che mi avevano attraversato il corpo, e finalmente riaprii gli occhi. Fu allora che la vidi. La madre di Jeff era sulla soglia della porta della taverna.

Coprendo la bocca con le mani in un istintivo gesto di sgomento, lei emise un forte gemito: «oh mio dio!» Io ero lì, vestita coi suoi abiti, con una macchia di sperma che si allargava sul davanti mentre suo figlio, così eccitato da non aver neppure sentito il suo gemito, continuava freneticamente a scoparmi il culo. Mentre ci guardavamo, vidi un’espressione inorridita disegnarsi sul suo viso; capii subito che lei mi considerava un pervertito, per il modo in cui ero vestito e per quello che mi ero lasciato fare.

Ma io dentro di me sapevo che quella non sarebbe stata l’ultima volta in cui mi sarei travestito e che mi sarei concesso ad un uomo in quel modo . Sapevo di aver finalmente trovato uno scopo nella vita, dare piacere agli uomini, e nello stesso tempo a me stesso.

mercoledì 16 febbraio 2011

Il sangue di Dresda


Il 13 e 14 febbraio ricorreva un anniversario che - a differenza del giorno della memoria - è passato ignoto ai più.

E' innegabile che la storia la scrivono i vincitori. Ricordo che, da bambino, giocavo coi soldatini (arrossisco al pensiero) e i tedeschi non vincevano mai. Un mio caro amico mi ha detto che anche lui faceva lo stesso; ci sembrò una cosa normale, e però quelli erano stati nostri alleati... Ricordo anche che, sempre da bambino, una volta a tavola entrammo in argomento, e mio nonno mi disse ringhiando che i tedeschi ci avevano aiutato a combattere per il nostro paese. Rimasi di sasso, perchè pensavo che i tedeschi fossero i cattivi, e all'epoca le mie capacità critiche a riguardo erano a zero. 

Certo, la Storia è un tantinello più complicata di così, e ovviamente non mi sento di sottoscrivere la tesi di mio nonno; eppure nelle guerre non c'è mai una parte completamente a ragione e una completamente a torto. E, ad ogni modo, la guerra è una tragedia corale che colpisce tuttti i popoli coinvolti, nessuno escluso.

Il 13 e 14 febbraio 1945 la città tedesca di Dresda venne rasa al suolo dai bombardieri alleati. Per aiutarvi a capire il senso di queste parole riporto di seguito un testo di Kurt Vonnegut, uno dei miei autori preferiti in assoluto, initolato Il sangue di Dresda. Adoro Vonnegut perchè lo considero un po' l'Italo Calvino americano, leggero ma profondo, divertente ma serio. Vi consiglio due libri su tutti: "Dio la benedica, signor Rosewater!" e "Galapagos."

Nel testo che vi propongo (la traduzione non è mia) non c'è però niente di divertente. C'è quà e la dell'ironia, ma amara. Vonnegut ebbe la "fortuna" di trovarsi, come prigioniero di guerra, a Dresda durante quel bombardamento. Narrò la sua esperienza nel racconto che state per leggere, che non venne però mai dato alle stampe (e capisco perfettamente perché). Fu per fortuna ritrovato dal figlio dopo la morte dello scrittore nel 2007.

Se volete leggere il testo nella lingua originale lo trovate qui.

Se, dopo aver letto le parole, volete vedere qualche immagine, guardate qui. Attenzione perché non è niente di bello.

Il sangue di Dresda
di Kurt Vonnegut
traduzione di Andrea Carancini
(più qualche aggiuntina mia)

Era un discorso di routine quello che sentimmo il primo giorno del nostro addestramento base, fatto da un piccolo tenente muscoloso: “Soldati, finora siete stati dei buoni, gentili, ragazzi americani con la tipica passione americana per la sportività e il fair play. Siamo qui per cambiare questa cosa.

"Il nostro compito è fare di voi il più sporco e cattivo mucchio di bastardi della storia del mondo. D’ora in avanti, scordatevi le regole della Marchesa del Queensberry o qualsiasi altra. Tutto è permesso.

“Non colpite mai un uomo sopra la cintura quando potete colpirlo sotto. Fate urlare il bastardo. Uccidetelo ogni volta che potete. Uccidete, uccidete, uccidete – avete capito?".

Il suo discorso venne accolto con risate nervose e con l’idea generale che aveva ragione. “Hitler e Tojo non hanno forse detto che gli americani erano un mucchio di debolucci? Ha! Lo scopriranno.”

E naturalmente la Germania e il Giappone lo scoprirono: una democrazia indurita tirò fuori una furia ribollente che non poteva essere fermata. In apparenza fu una guerra tra la ragione e la barbarie, con questioni in gioco talmente alte che i nostri scatenati combattenti non avevano idea del perché stessero combattendo – oltre a ciò i nemici erano un mucchio di bastardi. Era un nuovo tipo di guerra, in cui era approvata ogni distruzione, ogni uccisione.

Molti approvarono l’idea della guerra totale: essa aveva a disposizione un ring moderno, al passo con la nostra tecnologia spettacolare. Per costoro era come una partita di football.

(Tornato a casa, in America), tre mogli di negozianti di una piccola città, grassocce e di mezza età, mi diedero un passaggio mentre facevo l’autostop per tornare a casa da Camp Atterbury. “Hai ucciso molti tedeschi?”, chiese la conducente, facendo graziosa conversazione. Le dissi che non lo sapevo.

Ciò venne preso per modestia. Mentre uscivo dalla macchina, una delle signore mi diede un buffetto sulla spalla, in modo materno: “Scommetto che vorresti farla finita e uccidere adesso qualcuno di quegli sporchi giapponesi, non è vero?”

Ci scambiammo una strizzatina d’occhio. Non dissi a quelle anime semplici che ero stato catturato al fronte dopo una settimana; e soprattutto quello che sapevo, e che pensavo, sull’uccidere gli sporchi tedeschi, sulla guerra totale. La ragione della mia amarezza, allora e adesso, ha a che fare con un incidente che ebbe un’attenzione superficiale dai giornali americani. Nel Febbraio del 1945, Dresda, in Germania, venne distrutta, e con essa oltre 100.000 esseri umani. Io ero lì. Non molti sanno quanto fu brutale, l’America.

Ero in un gruppo di 150 soldati di fanteria, catturati durante lo sfondamento nelle Ardenne e messi a lavorare a Dresda. Dresda, ci venne detto, era la sola città tedesca importante a essere finora scampata ai bombardamenti. Era il Gennaio del 1945. Doveva il suo destino benigno alla sua fisionomia pacifica: ospedali, fabbriche di birra, fabbriche di alimentari, aziende di forniture sanitarie, ceramiche, fabbriche di strumenti musicali, e così via.

Da quando era iniziata la guerra, gli ospedali erano diventati il suo primo impegno. Ogni giorno giungevano in questo tranquillo rifugio centinaia di feriti, da est e da ovest. Di notte, sentivamo il rombo monotono di lontani raid aerei. “Chemnitz è sotto tiro stanotte”, dicevamo tra noi, e giocavamo a metterci nei panni dei giovani uomini brillanti, con i loro quadranti e i loro mirini.

“Grazie a Dio stiamo in una “città aperta”, pensavamo, e così pensavano i migliaia di profughi – donne, bambini e anziani, che affluivano derelitti dalle rovine fumanti di Berlino, Lipsia, Braslau, Monaco. Inondavano la città fino al doppio della sua popolazione normale.

Non c’era guerra a Dresda. E’ vero, gli aerei arrivavano quasi ogni giorno e le sirene ululavano, ma gli aerei andavano sempre altrove. Gli allarmi fornivano un momento di sollievo in una noiosa giornata di lavoro, un’occasione di socialità, la possibilità di spettegolare nei rifugi antiaerei. I rifugi, in realtà, non erano molto più di un gesto, del riconoscimento casuale dell’emergenza nazionale, cantine di vini e seminterrati con banchi e sacchetti di sabbia che bloccavano le finestre, per lo più. C’erano pochi bunker all’altezza, nel centro della città, vicini agli uffici governativi, ma niente di paragonabile alla fidata piazzaforte sotterranea che rendeva Berlino indifferente al suo martellamento quotidiano. Dresda non aveva ragione di prepararsi a un attacco – c’è una storia al riguardo.

Dresda era sicuramente tra le città più deliziose del mondo. Le sue strade erano ampie, fiancheggiate da alberi ombrosi. Era cosparsa da innumerevoli piccoli parchi e statue. Aveva vecchie chiese meravigliose, biblioteche, musei, teatri, gallerie d’arte, giardini, uno zoo e un’università rinomata.

Era anche un paradiso per i turisti. Sarebbero molto più informati di me sulle bellezze della città. Ma l’impressione che ho è che a Dresda – nella sua presenza fisica – vi fossero i simboli della vita buona: era piacevole, onesta, intelligente. Questi simboli stavano ad aspettare, all’ombra della svastica, come monumenti alla verità. Come un tesoro accumulatosi in centinaia di anni, Dresda esprimeva in modo eloquente l’eccellenza della civiltà europea, di cui nel profondo siamo debitori.

Ero un prigioniero, affamato, sporco, e pieno di odio per chi ci aveva catturato, ma amavo questa città, e vedevo la meraviglia benedetta del suo passato e la ricca promessa del suo futuro.

Nel Febbraio del 1945, i bombardieri americani ridussero questo tesoro in pietre frantumate e carboni ardenti; la sventrarono con esplosivi ad alto potenziale e con bombe incendiarie.

La bomba atomica può rappresentare un progresso favoloso, ma è interessante notare come il tritolo e la termite riuscissero a sterminare in una sola notte sanguinosa più persone di quante ne morirono in tutto il blitz di Londra. La piazzaforte di Dresda esplose una dozzina di colpi contro i nostri aviatori. Una volta rientrati alla base e sorbendo una tazza di caffè, probabilmente dissero: “Una contraerea insolitamente leggera stanotte. Bene, immagino che è ora di andare a letto”. I piloti inglesi catturati dalle unità tattiche di combattimento (che coprivano le truppe in prima linea) rimproveravano quelli che avevano guidato i bombardieri pesanti nei raid sulle città con: “Come diavolo avete sopportato la puzza dell’urina bollente e delle carrozzine bruciate?”

Ecco un frammento di notizia di assoluta routine: “La notte scorsa i nostri aerei hanno attaccato Dresda. Tutti gli aerei sono ritornati incolumi”. Il solo tedesco buono è il tedesco morto: oltre 100.000 uomini, donne e bambini malvagi (quelli abili erano al fronte) hanno scontato per sempre i loro peccati contro l’umanità. Per caso, incontrai un bombardiere che aveva preso parte all’attacco”. “Odiammo farlo”, mi disse.

La notte che arrivarono, la passammo nel ripostiglio di carne sotterraneo di un mattatoio. Fummo fortunati, perché era il miglior rifugio della città. I giganti percorrevano la terra sopra di noi. All’inizio venne il mormorio leggero della loro danza sopra le periferie, poi il brontolio della loro avanzata verso di noi, e infine il fragore assordante dei loro passi sopra di noi; e da lì di nuovo sulle periferie. Dilagavano avanti e indietro: era il bombardamento a saturazione.

“Urlavo e piangevo e mi aggrappavo ai muri del nostro rifugio”, mi disse una vecchia signora. “Pregavo Dio dicendo: “Ti prego, ti prego, ti prego, buon Dio, fermali”. Ma non mi ascoltava. Nessuna forza poteva fermarli. Arrivavano, ondata dopo ondata. Non c’era possibilità di arrenderci; né di dire loro che non ce la facevamo più. Non c’era nient’altro da fare che stare seduti e aspettare il mattino”. Sua figlia e suo nipote rimasero uccisi.

La nostra piccola prigione fu incenerita dalle fondamenta. Dovemmo essere evacuati in un campo lontano occupato da prigionieri sudafricani. I nostri guardiani erano un mucchio di Volkssturmer (appartenenti alla milizia civile, ndt) tristi e attempati e di veterani invalidi. La maggioranza erano cittadini di Dresda e avevano amici e famiglie coinvolti nell’olocausto. Un caporale, che aveva perso un occhio dopo due anni sul fronte russo, aveva appreso prima che partissimo che sua moglie, i suoi due figli, ed entrambi i genitori erano stati uccisi. Aveva una sigaretta. La divise con me.

La nostra marcia verso i nuovi quartieri ci portò al confine della città. Era impossibile credere che qualcuno in centro fosse sopravvissuto. In circostanze normali, il giorno sarebbe stato freddo, ma folate saltuarie dall’inferno colossale ci facevano sudare. E, in circostanze normali, il giorno sarebbe stato chiaro e luminoso, ma una nube opaca e opprimente aveva trasformato il giorno in crepuscolo.

Una sinistra processione ostruiva le vie d’uscita; persone con facce annerite solcate da lacrime, qualcuno che portava dei feriti, altri dei morti. Si raccolsero nei campi. Non parlava nessuno. Qualcuno, con la fascia della Croce Rossa, faceva quello che poteva per le vittime.

Raggruppati con i sudafricani, passammo una settimana senza lavorare. Alla fine, vennero ristabiliti i contatti con il comando e ci venne ordinato di percorrere sette miglia verso la zona colpita più duramente.

Nel distretto nulla era scampato alla furia. Una città di edifici ridotti a gusci frastagliati, di statue frantumate, di alberi spaccati; ogni veicolo era immobile, rugoso e bruciato, ridotto ad arrugginire o a marcire dal passaggio della forza furibonda. I soli suoni oltre ai nostri erano quelli dell’intonaco che cadeva e delle sue eco.

Non posso descrivere la desolazione in modo adeguato, ma posso dare un’idea di come ci faceva stare, con le parole di un soldato inglese che delirava in un ospedale di fortuna per prigioneri: “Ti dico che è spaventoso. Camminavo in una delle loro strade insanguinate e sentivo mille occhi dietro di me, quelli dei morti. Li sentivo sussurrare dietro di me. Mi giravo a guardarli e non c’era un anima. Li puoi sentire e li puoi ascoltare ma non c’è mai nessuno, lì”. Sapevamo che quello che diceva era vero.

Per il lavoro di “salvataggio” fummo divisi in piccoli gruppi, ognuno con un guardiano. Il nostro macabro compito era di cercare i corpi. Fu una caccia abbondante, quel giorno e gli altri che seguirono. Iniziammo su scala ridotta – qui una gamba, lì un braccio, e un neonato occasionale – ma scoprimmo un filone importante prima di mezzogiorno.

Ci facemmo strada attraverso un muro seminterrato per scoprire un guazzabuglio puzzolente di oltre 100 esseri umani. Doveva essere penetrato il fuoco prima che il crollo dell’edificio ostruisse le uscite, perché la carne di quelli che stavano dentro ricordava la consistenza delle prugne. Il nostro compito, ci venne spiegato, era di farci strada in mezzo al disastro e di portare via i resti. Incoraggiati da sberle e insulti, ci mettemmo al lavoro. Facemmo esattamente questo, perché il pavimento era ricoperto da una brodaglia nauseabonda fatta di condutture bruciate e di viscere.

Un certo numero di vittime, non completamente morte, avevano cercato di scappare attraverso una stretta uscita di emergenza. C’erano comunque diversi corpi intrappolati nel passaggio. Il loro leader aveva percorso metà strada prima di venire seppellito fino al collo dai mattoni e dall’intonaco caduti. Penso che avesse circa 15 anni.

E’ con un certo rammarico che infango la reputazione dei nostri aviatori ma, ragazzi, avete ucciso una quantità spaventosa di donne e bambini. Dovemmo riesumare i loro corpi e portarli in pire funerarie di massa.

La tecnica della pira funeraria venne abbandonata quando si scoprì quanto era grande il numero dei morti. Non c’era sufficiente manodopera per realizzarla bene, così venne mandato giù un uomo con un lanciafiamme, affinché li cremasse dove si trovavano. Bruciati vivi, soffocati, schiacciati – uomini, donne e bambini uccisi indistintamente.

Con tutta l’elevatezza della causa per la quale combattevamo, creammo di sicuro la nostra Belsen. Il metodo era impersonale ma il risultato fu egualmente crudele e spietato. Questa, temo, è la ripugnante verità.

Quando ci abituammo all’oscurità, al fetore e al carnaio, iniziammo a chiederci chi era stato, ognuno di quei cadaveri, quando era ancora vivo. Era un gioco sordido: “Ricco, povero, mendicante, ladro…” Qualcuno aveva borsette gonfie e gioielli, altri avevano preziose cose da mangiare. Un bambino aveva il suo cane al guinzaglio ancora vicino a lui.

Del nostro lavoro, nei rifugi veri e propri, erano responsabili degli ucraini rinnegati in uniforme tedesca. Erano ubriachi fradici per via delle cantine adiacenti e sembravano godere enormemente del loro compito. Era redditizio, perché strappavano a ogni corpo gli oggetti di valore prima che li portassimo sulla strada. La morte era diventata un tale luogo comune che potevamo scherzare sui nostri lugubri fardelli e sceglierli in mezzo a così tanta spazzatura.

Non fu così con i primi, specialmente i giovani: li avevamo messi sulle barelle con cura, deponendoli con una certa parvenza di dignità funebre nel loro ultimo luogo di riposo prima della pira. Ma il nostro ritegno spaventato e doloroso cedette, come ho detto, al cinismo vero e proprio. Alla fine di un giorno orribile, fumammo e contemplammo l’impressionante mucchio di morti che si era accumulato. Uno di noi gettò il mozzicone della sua sigaretta sul mucchio: “Le campane dell’inferno”, disse, “Sono pronto per la Morte ogni volta che voglia venire a prendermi”.

Pochi giorni dopo il raid, le sirene urlarono di nuovo. Ai sopravvissuti apatici e affranti vennero gettati dei volantini. Ho perso la mia copia del proclama ma ricordo che diceva pressappoco così: “Al popolo di Dresda: siamo stati costretti a bombardare la vostra città a causa del pesante traffico militare che le vostre installazioni ferroviarie stavano sostenendo. Ci rendiamo conto di non aver sempre colpito i nostri obbiettivi. La distruzione di ogni altra cosa rispetto agli obbiettivi militari appartiene alle vicende della guerra involontarie e inevitabili”.

Questo spiegava il massacro per la soddisfazione di tutti, ne sono sicuro, ma suscitò non poco disprezzo. E’ un fatto che 48 ore dopo che l’ultimo B-17 era sciamato verso ovest per un meritato riposo, i battaglioni dei genieri giunsero presso le ferrovie danneggiate e le riportarono ad un’attività quasi normale. Nessuno dei ponti ferroviari sull’Elba fu messo fuori uso. I fabbricanti dei dispositivi di puntamento dovrebbero arrossire nell’apprendere che i loro meravigliosi congegni sganciavano le bombe fino a tre miglia fuori bersaglio rispetto a quello che l’esercito affermava di voler colpire.

Il volantino avrebbe dovuto dire: “Abbiamo colpito tutte le chiese, gli ospedali, i musei, i teatri, la vostra università, lo zoo, e ogni edificio civile in città, ma onestamente non volevamo. C’est la guerre. Ci dispiace molto. Inoltre, il bombardamento a saturazione è molto di moda questi giorni, lo sapete”.

C’era un significato tattico: fermare le ferrovie. Un’operazione eccellente, non c’è dubbio, ma la tecnica fu orribile. Gli aerei iniziarono a lanciare dai loro scompartimenti bombe incendiarie e ad alto potenziale ai confini della città, e per tutta la sequenza dei loro colpi devono essere stati istruiti da una tavola Ouija.

Provate a classificare le perdite contro i benefici. Oltre 100.000 civili e una magnifica città distrutti da bombe sganciate fuori degli obbiettivi dichiarati: le ferrovie furono messe fuori uso per circa due giorni. I tedeschi contarono la più grande perdita di vite patita per ogni singolo raid. La morte di Dresda fu un’amara tragedia, attuata in modo gratuito e premeditato. L’uccisione dei bambini – bambini tedeschi o giapponesi, o quelli di qualsiasi nemico il futuro possa riservarci – non può mai essere giustificata.

La replica scontata ai miei lamenti è il più odioso di tutti i clichés: “è la guerra”, oppure: “Se la sono cercata. Tutto quello che capiscono è la forza”.

Chi è che se l’è cercata? Tutto quello che capiscono è la forza? Credetemi, non è facile identificare i campi dove crescono i frutti dell’ira quando si raccolgono neonati nei canestri o si aiuta un uomo a scavare dove pensa si possa trovare la moglie. Certo, l’esercito nemico e le installazioni industriali devono essere colpite tranquillamente, e guai a quelli abbastanza sciocchi da cercare rifugio nei paraggi. Ma la politica dell’ "America inflessibile”, lo spirito di vendetta, l’approvazione di ogni distruzione e di ogni delitto, ci hanno guadagnato la nomea di una brutalità oscena.

I nostri leader hanno avuto carta bianca su quello che potevano o non potevano distruggere. Il loro compito era di vincere la guerra il più rapidamente possibile, e mentre furono mirabilmente istruiti ad agire in tal modo, le loro decisioni sul destino di certi cimeli inestimabili del pianeta – come nel caso di Dresda – non furono sempre assennate. Quando, alla fine della guerra, con la Wehrmacht che andava in pezzi su tutti i fronti, i nostri aerei furono mandati a distruggere quest’ultima città importante, dubito che sia stata posta la domanda: “Che vantaggi abbiamo avuto da questa tragedia, e come reggeranno al confronto questi vantaggi con gli effetti negativi nel lungo periodo?”

Dresda, una magnifica città, costruita nello spirito dell’arte, simbolo di un retaggio ammirevole, così antinazista che Hitler la visitò solo due volte durante il suo regno, un centro oggi così amaramente bisognoso di cibo e di ospedali – venne arata e i solchi furono cosparsi di sale.

Non vi può essere dubbio che gli alleati abbiano combattuto dalla parte giusta, e i tedeschi e i giapponesi dalla parte sbagliata. La seconda guerra mondiale è stata combattuta per motivi quasi sacri. Ma rimango convinto che per la spada della giustizia con la quale abbiamo combattuto, i bombardamenti indiscriminati delle popolazioni civili sono stati blasfemi. Che il nemico li abbia effettuati per primo, non ha niente a che fare con il problema morale. Quello che ho visto della nostra guerra aerea, mentre il conflitto europeo stava per finire, ha avuto il marchio irrazionale della guerra per la guerra. Delicati cittadini della democrazia americana hanno imparato a colpire un uomo sotto la cintura e a far urlare il “bastardo”.

Le truppe russe di occupazione, quando scoprirono che eravamo americani, ci abbracciarono e si congratularono per la rovina totale portata dai nostri aerei. Accettammo i loro complimenti con buona grazia e compunta modestia, ma sentivo allora, come sento ora, che avrei dato la vita per salvare Dresda per le generazioni future. Questo è quello che ognuno dovrebbe provare per ogni città del pianeta.