lunedì 31 gennaio 2011

Hello Syuzee! (piccolo mondo crossdresser)

Eccolo qui, il mio trolley rosso. Tutto quello che mi serve per essere, diventare Syuzee - o almeno per "costruirne" l'involucro esteriore - sta comodamente racchiuso qui. Ho una donna chiusa dentro una valigia, che aspetta solo di poter uscire ;o)

Indosso le autoreggenti, l'effetto sulle gambe lisce e depilate è come una carezza leggera che da i brividi. Adoro la sensazione della balza che abbraccia, circonda la parte superiore della mia coscia, e la lieve insenatura che la banda elastica siliconata provoca nella carne morbida. Metto i sandaletti neri tacco dodici con laccio alla caviglia, le unghie smaltate e le scarpe fanno sembrare le mie gambe proprio come quelle di una "bio", e se non fossero le mie mi inginocchierei a leccarle... Devo mettere calze e scarpe per prime, perché quando avrò indossato il busto non riuscirò assolutamente più a piegarmi per poterlo fare.

Estraggo il busto di broccato nero dalla sua confezione, e allento i lacci nella parte posteriore. Lo indosso e unisco i ganci metallici sul davanti - ce n'è sempre uno, maledetto, che non si vuole chiudere e che mi fa dannare un po'. Inizio a stringere lentamente i lacci, e provo la familiare, sensuale sensazione di costrizione. E' il momento della "porta", il trucco che mi sono inventata per poter stringere il busto da sola senza aiuti esterni: dando le spalle ad una porta, fisso i capi dei lacci alle due maniglie e inizio lentamente a camminare in avanti, aiutandomi con le dita a tirare i vari "incroci" mentre i lacci si tendono.

Un passo alla volta e sento la morsa stringersi sempre di più, mozzandomi il fiato e facendomi dolere le costole; è una vera e propria armatura di tessuto, che costringe le mie morbidità in una strepitosa figura a "clessidra" della quale non so fare a meno. Altri passi un po' traballanti sui tacchi, la distanza tra i bordi del busto è arrivata alla larghezza di un dito: è ora di fare un bel fiocco. Mi guardo allo specchio e faccio scivolare le mani sul rigido broccato, poi le porto ai fianchi meravigliandomi (come ogni volta) di come sia sensuale una vita stretta. Lo specchio restituisce un'immagine già molto femminile, ma dal collo in su sono ancora un maschietto e non va bene. E' ora di passare alla fase successiva.

Mentre la crema idratante che ho steso sul viso si assorbe, estraggo dal beauty tutti gli strumenti del mestiere e li preparo in bell'ordine: copribarba, spugnette, fondotinta, ombretti e tutto l'armamentario. Ma prima bisogna che sistemo le dannate sopracciglia. Quello della colla è un trucco che ho imparato su internet: si prende un tubetto di colla stick, quella normalissima e banalissima per carta che usavamo a scuola, e la si passa a più riprese sulle sopracciglia, lasciando un po' di tempo tra una "mano" e l'altra per farla asciugare. Alla fine si dovrebbe ottenere come una "seconda pelle" liscia, fatta di colla, su cui poter stendere il copribarba e il fondotinta per far letteralmente scomparire le sopracciglia.

Chissà perché a me non riesce mai troppo bene. Da una certa distanza fa un figurone ma da vicino si nota, e poi dopo un po' la colla desquama. Ma come diavolo faceva quel ciccione su youtube? A lui riusciva perfettamente... Magari in america hanno una colla migliore. "La prossima volta devo sfoltire di più le sopracciglia" mi riprometto. E poi devo decidermi a comprare quella cera speciale della Kryolan di cui mi ha parlato Laura, dovrebbe fare miracoli, altro che colla... Ma per ora devo arrangiarmi con quello che ho, provo a stendere la pritt con una spatolina di metallo (in realtà è un coltello da cucina) come ho visto fare, l'effetto è migliore ma non perfetto.

Prendo in mano la cake di copribarba e - spugnetta spugnetta spugnetta - lo passo sul mento, sotto il naso, sulle guance e intorno alla gola. Mano generosa di correttore sul naso (mamma mia che nasone che ho, ma tanto non posso farci niente...) e a coprire le occhiaie (devo dormire di più, seee magari dopo morta). Aspetto ancora che si asciughi il tutto, nel frattempo scelgo la tonalità di ombretto da usare stasera. Penso che metterò argento e azzurro, ci sono affezionata e poi mi illuminano gli occhi. Spremo il fondotinta sulla mano, aspetto che si riscaldi un po', e poi ancora spugnetta spugnetta spugnetta lo passo su tutto il viso. Ecco, iniziamo già ad esserci. L'insieme è uniforme, e quel che è più importante, finalmente nessuna sgradevole ombra di barba a tradirmi.

La cipria, fondamentale. Prendo il pennello e, dopo averlo "intinto" nella polvere, picchietto leggermente dappertutto per rendere opaco il fondotinta. Prendo la matita nera e traccio due sottili sopracciglia arcuate, poco sopra quelle vere nascoste dalla colla. Passo l'ombretto argento nella zona compresa tra la palpebra e il nuovo sopracciglio, e poi quello azzurro sulla palpebra e sfumo. Adesso tocca all'altro occhio, dovrei proprio usare la sinistra ma mi trema, non è abituata... Incoraggio mentalmente la mia immagine riflessa, ricordati che practice makes perfection, non ti scoraggiare e pensa che andrà sempre meglio. In qualche modo anche stavolta, grazie all'intervento soprannaturale della dea delle crossdresser, un occhio mi viene uguale all'altro e tutti e due senza sbaffi e sbavature.

Ora di scegliere le ciglia finte. Adoro lo sguardo da cerbiatta che mi danno, e poi è più facile mettere queste che tirare una riga malferma di eye liner e passare il mascara... passatina di colla speciale sul bordo delle ciglia finte e, per sicurezza, anche sulla palpebra, socchiudo un occhio e appoggio delicatamente... premo la bacchettina di plastica "fattapposta" con dolcezza lungo il bordo incollato per aiutare il fissaggio, OK è a posto... ripeto l'operazione con l'altro occhio, il sinistro, la maledetta si è incollata alle dita e a momenti pasticcio tutto quanto ma poi ecco che va a posto, ed è anche (quasi) simmetrica all'altra. Fiuu.

Blink blink, ammicco allo specchio e sorrido, l'effetto è veramente stupefacente, ogni volta, e intanto penso che ho ventiquattro scatole da dieci di ciglia finte, mi bastano per questa vita e anche metà della prossima hehehe... I miei scudi. Le ciglia finte dentro di me le ho sempre chiamate e considerate così; nei momenti di più intensa sofferenza fisica o psicologica mi bastava socchiudere appena un po' le palpebre e quelle, innaturalmente lunghe, scendevano come una cortina protettiva a trasfigurare il mondo esterno, lasciandomi uno spazio privato (di appena pochi millimetri davanti alle mie pupille) in cui potermi ritrovare.

E adesso arriva uno dei momenti più appaganti, quello del rossetto. Mentre ne scelgo uno di un bel rosso scuro, mi ricordo come ogni volta del mio primo rossetto in quei lontani pomeriggi di almeno trent'anni fa, rubato dal beauty della mamma e con un vago gusto di ciliegia... un punto di rosso ed un sapore che non ho mai più trovato. Peccato. Lo passo con attenzione sulle labbra, stavolta non ho voglia di usare la matita per contornarlo... un tocco di gloss al centro delle labbra, e il gioco è fatto. Sorrido e vedo con piacere il contrasto tra il chiarore dei denti e il rosso delle labbra. Mmmmhh, passo la punta della lingua e sento le labbra morbide, piene e pastose, e un formicolìo proibito comincia a farsi sentire laggiù in basso...

Passata veloce di fard sugli zigomi, ed è arrivato il momento finale, supremo: quello della parrucca. Messa quella la trasformazione è completa. La mia preferita è color mogano e arriva giusta alle spalle. L'ho presa su ebay ad un prezzo dignitoso, sintetica ma mille volte meglio di quelle da carnevale che usavo all'inizio. Non pensavo che la parrucca fosse poi così importante, e invece mi sbagliavo: da sola vale almeno il 50% dell'effetto totale, la differenza tra un viso per lo meno passabile e una caricatura da varietà.

Indosso la "cuffietta speciale" per tenere a bada la mia zazzera naturale, corta e ispida (un paio di collant di taglia piccola, altro trucco imparato da internet), prendo in mano la parrucca e la passo delicatamente con il pettine a denti larghi per riordinare le ciocche. Chino la testa in avanti e sento la calotta avvolgermi con un caldo, sicuro abbraccio. Già temo il momento in cui dovrò fare l'operazione inversa e de-syuzeezzarmi, è sempre un momento di profonda tristezza... Colpo di reni, rialzo il busto e la testa di scatto, i capelli volano indietro e al loro posto come una vera vamp. Ed ecco che lei appare. Cioè, io. Non posso fare a meno di sorridere all'immagine nello specchio.

Involontariamente dalle labbra carminio mi esce un sussurro: "ciao Syuzee!"

mercoledì 26 gennaio 2011

Il giorno della memoria


27 gennaio 1945. I soldati del Primo Fronte Ucraino dell'Armeta Rossa, in avanzata verso Berlino, "inciampano" nel campo di sterminio di Auschwitz. In realtà i campi di Auschwitz erano tre, ma per i dettagli, se vi interessano, vi rimando alla relativa voce della wikipedia. Al momento della "liberazione" erano presenti 7.000 prigionieri; però tra il 1940 e il 1944 ne erano morti - tra esecuzioni e malattie - oltre un milione e centomila. I russi trovarono otto tonnellate di capelli umani imballati e pronti per la spedizione, che avrebbero dovuto diventare materassi e coperte.

Ho scritto la parola liberazione volutamente tra virgolette perché i russi ebbero una modo un po' particolare di trattare gli ex-prigionieri dei campi di concentramento, ben diversa da quella degli angloamericani. Ma non è questo l'oggetto del presente post.

Oltre quarant'anni dopo, la data del 27 gennaio è stata scelta come giorno per la commemorazione delle vittime dell'olocausto, anche se in realtà quello di Auschwitz non fu il primo (e purtroppo nemmeno l'ultimo) campo ad essere "scoperto". Anche qui, "scoperto" per modo di dire: nel "mondo libero" l'esistenza di questi campi era stata rivelata dalla BBC già nel 1942.

Probabilmente qualcuno di voi penserà che un blog come questo, che è tenuto da una crossdresser i cui scritti possono essere a volte giudicati sconci, non sia il posto più adatto per trattare un tema serio come quello del giorno della memoria.

Potrei dire che è altamente probabile che io abbia un quarto di sangue ebreo nelle vene: mia nonna, che pure era cristiana, aveva un cognome tipicamente ebreo e il classico naso aquilino; lo strano è che suo marito, fascista e antisemita, non ci abbia mai messo la mente sopra (ma non è l'unica contraddizione presente in famiglia, e d'altronde io sono forse la più eclatante).

Potrei dire che, per esempio, dal 1933 al 1945 circa 7.000 omosessuali vennero uccisi nei campi di sterminio tedeschi, anche se non mi riconosco (in pieno) nell'etichetta di "omosessuale" (ma qualcuno sicuramente mi farebbe ricadere senza troppi complimenti in questa categoria).

Potrei dire infine che negli anni ottanta, all'epoca della mia gioventù, si cercò più volte di coltivare in me l'odio antisemita e razziale, per fortuna senza successo. Ricordo ancora bene di come si tentasse di inculcarmi le teorie sulle unioni miste, spiegandomi che il mescolamento delle razze porta ad aberrazioni e degenerazioni. Proprio a me, che son nata "sotto quattro bandiere."

Serivrebbe per dare dignità a questo post? No. In realtà non ce n'è bisogno.

Quando una società che si autodefinisce "civile" è in grado di partorire simili mostruosità, ognuno ha il diritto, il dovere di riflettere, interrogarsi, e manifestare la propria opinione. Quello ebraico non è stato ne il primo ne l'ultimo genocidio dei "nostri tempi". Possiamo ricordare quello degli armeni del 1915; degli ucraini del 1933; dei cambogiani del 1975; dei Tutsi ruandesi del 1994; dei musulmani bosniaci nel 1992. Le occasioni non sono mancate.

Ma non è finita.

Qualcuno pensa che quella di costringere gli ebrei a portare la stella gialla cucita sui vestiti fu un'invenzione nazista, ma in realtà questa è una vera e propria "tradizione" che affonda le radici in tempi antichissimi. Già nel 600 il califfo Omar costringeva tutti gli "infedeli" (ebrei e cristiani) a portare una pezza gialla cucita sul petto o sulla schiena; a partire dal 1215 la Chiesa cattolica costringeva gli ebrei maschi viventi nei paesi cristiani a portare il "segno giudaico", una rotella di stoffa gialla cucita sul petto (le femmine dovevano indossare invece un vezzoso velo giallo, peccato che fosse anche il distintivo delle meretrici); il primo Paese ad adottare questa usanza molto simpatica fu la civile Inghilterra nel 1218, mentre in Italia i primi furono i veneziani nel 1394, che inoltre confinarono gli ebrei in un luogo ben delimitato chiamato "ghetto", una parola che oggi è diventata internazionale tanto che esiste, identica, anche in inglese.

Nel settembre del 1938 in Italia venivano promulgate le prime leggi antisemite. Molti sostengono che fu in seguito alle pressioni della Germania nazista; ma due mesi prima, in luglio, era stato pubblicato l'italianissimo Manifesto degli scienziati razzisti (noto anche come Manifesto della Purezza della Razza), con cui si tentava di dare una base e una giustificazione scientifica al razzismo e all'antisemitismo (le stesse frottole che, come ho detto, han cercato di dare a bere anche a me quarant'anni dopo). Cito dalla Wikipedia: "Tra le adesioni al manifesto spiccano quelle di personaggi illustri – o destinati a diventare tali – come, ad esempio, Giorgio Almirante, (...) Giorgio Bocca, (...) Amintore Fanfani, (...) Giovannino Guareschi, (...) Agostino Gemelli, (...)." Questi nomi vi ricordano qualcuno?
L'ultimo ai più sarà sconosciuto: Agostino Gemelli, padre francescano (francescano!) fu il fondatore dell'Università Cattolica di Milano; una vita esemplare.

Morale: l'antisemitismo italiano è proprio farina del nostro sacco. Noi continuiamo a vivere nel mito dell' "italiano s'agapo", che invadeva i paesi altrui solo per "amarli", e nascondiamo le nostre vergogne nazionali dietro figure luminose come Giorgio Perlasca o Giovanni Palatucci, che furono purtroppo dei casi isolati in un vasto mare di odio, o per lo meno indifferenza, e che non bastano ad assolvere il nostro passato.

Nel corso dei secoli anche noi abbiamo accusato gli ebrei di avere ucciso Gesù, che tra l'altro era ebreo pure lui, di essere i responsabili della terribile peste del 1348, di rapire e mangiare bambini cristiani a Pasqua, di usare il sangue dei cristiani per i loro rituali, di profanare le ostie, ecc ecc... Quella degli uccisori di Gesù, che può sembrare un'affermazione oggi ridicola, veniva rimproverata dal nostro buon padre Gemelli ancora nel 1924, altro che medioevo. Ma non era colpa sua, poveretto; il vaticano abolì la definizione di "ebrei deicidi" solo nel 1965... ma quanti massacri sono stati compiuti in nome di queste falsità?

Nei giorni che hanno preceduto questo anniversario ho assistito ad un fiorire di "offerte commerciali" collegate all'evento, come il moltiplicarsi di film e documentari in televisione e di libri e saggi in edicole e librerie. La cosa se non altro mi ha dato alcuni spunti di riflessione; nel film Il processo di Norimberga (2000) il regista fa dire al personaggio che interpreta lo psicologo del carcere che il male è la totale assenza di empatia. Significa arrivare a vedere nella persona che ti sta davanti non più un essere umano, ma un numero, un'ombra, un niente. Qualcosa la cui sorte (conseguenza delle tue azioni) non ti interessa, il cui pensiero nemmeno ti sfiora.


Dei sei milioni circa di ebrei che morirono durante la shoah, un milione erano bambini. Bambini. Riuscite a immaginare un milione di bambini morti? Riuscite a vederli? Morti di fame, malattie, morte violenta. Come quelli in questa foto, che ho recuperato da wikipedia. Il titolo è laconico: Una donna anziana ed alcuni bambini avviati alle camere a gas ad Auschwitz. Osservo meglio la foto, e vedo tre o quattro creature infagottate, avviate alla morte. Quanti anni potranno avere? Il più grande cinque o sei, il più piccolo col cappotto che arriva quasi in terra non più di due o tre. Com'è possibile che una persona con del sangue nelle vene possa mandare a morte dei propri simili, e addirittura dei bambini? Vorrei poter allungare la mano nella foto, fermarli, salvarli. Ma non posso. Sono morti, quasi settant'anni fa. No, non morti: uccisi.

Una volta sorpresi mio nonno sussurrare a mio padre: "Ma del resto se [gli ebrei] sono sempre stati perseguitati, qualcosa devono aver fatto!" E io, quando vedo immagini come queste (e ne esistono molte e anche più esplicite, a dispetto delle fandonie dei negazionisti) maledico il mio proprio sangue.

L'essere umano non è in grado di vivere con se stesso.


Per approfondire:
http://www.olokaustos.org/argomenti/homosex/omosex4.htm
http://www.morasha.it/ebrei_italia/ebrei_italia02.html
http://it.wikipedia.org/wiki/Pogrom

Donne, donne, donne


Esco dall'ufficio di corsa, maledetta giacca-e-cravatta, per mezz'ora di riunione col fornitore mi è toccato passare tutta la giornata col vestito da pinguino... entro in tangenziale: traffico e nebbia! Adesso quando arrivo? Ma poi spariscono sia l'uno che l'altra, e si inizia a viaggiare discretamente. Anche troppo! Alla fine arrivo all'appuntamento con un anticipo mostruoso! Le mie due amiche mi fanno la gentilezza di arrivare un po' prima, aperitivo veloce e poi tutti al Canda...

Serata tranquilla, per quattro ore posso finalmente smettere di preoccuparmi e sentirmi libera di parlare di "certi argomenti". Manu e Bruna sono due persone eccezionali, con le quali si può discutere di tutto senza il timore di essere giudicati; non importa quanto strani, perversi, improbabili, ridicoli o freak si possa essere.

Scambi di piccole (grandi), garbate premure, alcune palesi altre fatte di nascosto (come ad esempio la schiena a pezzi per il tiro con l'arco o aver dovuto mangiare pranzo e cena nello stesso ristorante, dopo un turno di notte e uno "di giorno" ;o) ma non per questo meno apprezzate. Risate sguaiate e momenti di riflessione sull'orlo del pessimismo cosmico. Queste sono le mie più care amiche "bio".

Lascio due piccoli presenti (sono una sostenitrice del potere evocativo degli oggetti), uno che mi ha accompagnato per molto tempo (vedi post di ieri) da cui mi separo sapendo che si trova in buone mani, l'altro invece cambiato di corsa all'ultimo secondo - grazie ad una "soffiata" dell'ottimo "Tom Ponzi" - che spero farà pensare a me. Baci e abbracci, ed è già un bel ricordo.

Il Diesel ronfa, basso e rassicurante come una coperta calda; nello stereo l'ultimo, eccezionale doppio dei Madness. Tra poco sono a casa.

martedì 25 gennaio 2011

L'Azteco



Molti libri contengono pagine e pagine che non dicono assolutamente nulla. Altri invece sono memorabili. Quelli appartenenti a questa seconda, fortunata categoria di solito contengono una frase o un periodo che rimane scolpito nella nostra memoria, e che in qualche modo riassume in sè l'intera storia narrata dal libro come se ne fosse il succo, il distillato; come se le altre pagine fossero foglie e buccia, e queste invece ne rappresentassero la polpa.

Tra tutti i libri che ho avuto la fortuna di leggere, L'Azteco di Gary Jennings - che mi accompagna da ormai oltre vent'anni - è uno dei miei preferiti. Di seguito trascrivo quello che, secondo me, ne è il "cuore", e che descrive il dialogo tra Mixtli, il protagonista ("l'azteco" del titolo) e l'apparizione del dio Vento Notturno.

«Non mi ubriacavo in questo modo da un pezzo. L'ultima volta deve essere stata sette o otto anni fa. E rammento... Dissi allora che un giorno, in qualche luogo, mi sarei incontrato con un dio e gli avrei domandato... sì, gli avrei domandato questo: perché gli dei mi lascino vivere così a lungo, mentre hanno stroncato ogni altra persona che mai mi sia stata vicina? La mia cara sorella, la mia diletta moglie, la mia figlioletta tanto adorata, e un così gran numero di intimi amici, e persino amori fuggevoli... »

«E' facile rispondere a questa domanda» disse la lacera apparizione che sosteneva di essere il più Vecchio dei Vecchi Dei.

«Quelle persone erano, in un certo qual modo, i martelli e gli scalpelli impiegati per scolpire te, e si spezzarono e vennero gettati via. Ma non te. Tu hai sopportato tutti i colpi e gli scalpellamenti e i raschiamenti.»

Annuii con la solennità dell'ubriachezza e dissi: «Questa è una risposta da ebbri, se mai ne ho udita una.»

L'apparizione impolverata che si faceva chiamare Vento Notturno disse: «Tu più di ogni altro, Mixtli, sai che una statua o un monumento non escono già scolpiti dalle cave di arenaria. Devono essere foggiati con strumenti, levigati mediante polvere di ossidiana e induriti esponendoli agli elementi. Soltanto dopo essere stati scolpiti e resi duri e levigati si prestano ad essere utilizzati.»

«Utilizzati?» dissi aspro. «Al termine sempre più fioco delle mie strade e dei miei giorni, di quale utilità potrei mai essere?»

Vento Notturno rispose: «Ho menzionato un monumento. Esso non fa altro che restare eretto, ma questa non sempre è una cosa facile a farsi.»

«E non diventerà più facile» disse il più Vecchio dei Vecchi Dei. «In questa stessa notte, il tuo Riverito Oratore Motecuzòma ha commesso un errore irreparabile, e ne commetterà altri. Sta per giungere una tempesta di fuoco e di sangue, Mixtli. Tu sei stato foggiato e indurito per un solo scopo. Per sopravvivere ad essa.»

Ebbi un nuovo singulto e domandai: «Perché proprio io?»

Il Più Vecchio dei Vecchi Dei disse: «Molto tempo fa, ti trovasti, un giorno, sul pendio di un monte non lontano da qui, indeciso se compiere l'ascesa. Ti dissi che nessun uomo ha mai vissuto alcuna vita tranne quella scelta da lui stesso. Tu decidesti di salire. E gli dei decisero di aiutarti.»

Risi un'orribile risata.

«Oh, non avresti potuto apprezzarne le premure» ammise lui «non più di quanto la pietra riconosca i benefici arrecatile dal martello e dallo scalpello. Ma ti aiutarono e come. E tu contraccambierai adesso i loro favori.»

«Sopravvivrai alla tempesta» disse Vento Notturno. Il Più Vecchio continuò: «Gli dei ti aiutarono a divenire un conoscitore delle parole. Poi ti aiutarono a viaggiare in molti luoghi, a vedere, imparare e avere molte esperienze. Ecco perché, più di ogni altro uomo, tu sai com'era l'Unico Mondo.»

«Era?» gli feci eco.

Il Più Vecchio dei Vecchi Dei fece un gesto ampio con lo scarno braccio. «Tutto questo scomparirà alla vista e al tatto e ad ogni altro senso umano. Esisterà soltanto nella memoria. Tu sei stato incaricato di ricordare.»

lunedì 24 gennaio 2011

Friendly fire isn't


Friendly fire isn't. E' la tag line con cui concludo il mio profilo su Legami, e la frase che spesso campeggia nel mio profilo msn. Tradotto letteralmente significa: "il fuoco amico non lo è", il fuoco amico non è amico insomma.

E' una frase che ho letto spigolando qua e la per internet, e mi ha subito colpita prima per la bellezza della sua sinteticità anglosassone e poi per la sua verità. Tanto da farne una bandiera.

Negli anni ho conosciuto parecchie persone convinte di potermi spiattellare in faccia qualunque cosa pensassero, solo perchè era vera. Si è arrivati anche alla brutalità, in nome di un presunto (distorto) senso di "amicizia". Chi lo dice che gli amici devono essere sinceri fino a distruggerti a colpi di verità?

Ecco perchè friendly fire isn't. Un amico che ti spara addosso non è più un amico. L'amico (o l'amica) a volte sa tacere, perché ti vuol bene.

giovedì 20 gennaio 2011

♥ Racconto n. 3 - The double-head snake


Ti stendi sul letto, voluttuosa, e mi sorridi con malizia.

Calze nere, scarpe col tacco e corsetto, esattamente come me. Il rossetto rosso fuoco spicca abbagliante sulla pelle del tuo viso, pallida. Passi la lingua sul profilo dei denti, alzi il braccio languidamente e lo allunghi verso di me; il tuo indice mi invita a raggiungerti. Nel frattempo afferri con l’altra mano il dildo nero come l'ebano, lungo e a doppia testa, e ne porti un’estremità alla bocca.

Fai saettare la tua lingua attorno al globo di gomma rendendola lucidissima; i nostri sguardi si incrociano e si incollano tra loro, come due calamite. Getti leggermente la testa indietro, socchiudi gli occhi ma senza staccare il contatto, sollevi il dildo verso l’alto e lo fai calare lentamente attraverso le labbra, che diventano una sottile riga rosso lucido che separa il nero della gomma dal bianco della pelle.

Dalla gola ti sfugge un mugolio di piacere, ti stai bagnando e un profumo muschiato inizia a spandersi per la stanza. Con una mano ti sfiori il pube, le gambe leggermente divaricate, ti accarezzi delicatamente e aumenti di un’ottava il volume del mugolio.

Il mio sesso, imprigionato nella gabbietta di plastica, si ingolfa dolorosamente; devo fare qualcosa o rischio di esplodere. Mi siedo sul letto davanti a te, e ti accarezzo timidamente una gamba velata. Apri le gambe e, agganciando le tue caviglie alle mie, le fai aprire anche a me. E’ il momento che aspettavi.

Il dildo lucido e bagnato esce dalla bocca e si avvicina pericolosamente al mio buchetto. Tenendolo con due mani, abbassi lo sguardo un solo secondo per spingere la punta del serpente dentro la mia carne, poi catturi nuovamente i miei occhi. Sento il muscolo allargarsi e quindi richiudersi sulla prima insenatura, poi lentamente lo fai avanzare, inesorabile. La mia carne non resiste a questa spinta, si allarga per lasciar passare il magnifico animale. La saliva con cui lo hai bagnato sta facendo il suo lavoro.

Con una mano mi butti indietro, mi appoggio sui gomiti, mentre tu continui a violarmi. Con un leggero lamento ti indico di aver raggiunto il limite, più di così il tuo black mamba non può entrare, sento la testa globosa spingere sul fondo del mio intestino. Avverto l’abituale senso di pienezza, strano ed erotico. Come sempre mi accade, il mio “clito” ritorna a dimensioni più umane, e dentro di me sospiro sollevata.

Afferri l’altra testa del serpente, e la appoggi contro il tuo buchetto. Avrei giurato che l’avresti messo “davanti”, come mi sbagliavo sulla tua lussuria! Scivoli lentamente in avanti e ti lasci impalare dallo stesso arnese che mi trafigge. Mentre scendi vedo una tua palpebra tremare leggermente, trattieni il fiato lasciando uscire di tanto in tanto, tra i denti, un piccolo lamento.

Sembra un’eternità, ma probabilmente sono passati invece pochi minuti; e poi arrivi alla “fine” anche tu. I nostri corpi, uniti da questo vincolo osceno e invadente, sono a pochi centimetri di distanza; vorrei che si toccassero, che le nostre carni si incollassero, ma ho paura di spingere troppo e farti male.

Sollevi leggermente il bacino e mi fai stendere una gamba dietro la schiena; lo stesso faccio io, e ci troviamo avvinghiate in un intreccio erotico. Lentamente inizi a muoverti, avanti e indietro, e lo stesso faccio io; la gomma sfrega e geme per questa doppia sollecitazione.

Aumenti il ritmo, la testa della bestia avanza e retrocede ritmicamente dentro di me, la sento come una tua estensione, come se fossi proprio tu a scoparmi, e mi chiedo se sia la stessa cosa per te… i nostri respiri si fanno pesanti e sussultanti, vedo i tuoi capezzoli indurirsi, guardo con sorpresa i miei che lo sono già; stringo le gambe per sfiorare il tuo sesso con l’interno della mia coscia, ti sfugge un grido e inizi a muoverti come in preda alle convulsioni, stringendo anche tu le gambe in spasmi ritmici.

Improvvisamente la giunzione tra il mio corpo e il tuo diventa il centro del mio universo, devo fare qualcosa per liberarti da questa sofferenza, per darti finalmente la petite mort che tanto adori, e allora stringo più che posso i muscoli dell’intestino, e spingo in avanti col bacino, sempre più avanti, sempre più fondo, disperatamente dentro di te.

La tua mano mi afferra l’interno del ginocchio, lo porta in mezzo ai seni generosi per aumentare la pressione sul tuo clitoride; ne sento il calore liquido scivolare sulle nostre pelli. Dalla tua gola esce un suono strano, basso, profondo, che aumenta di volume come un treno lontano che sta per arrivare, un lamento che sfocia in un grido, le tue unghie affondano nella carne morbida della mia gamba, il serpente in quella bollente del tuo candido fondoschiena; l’urlo raggiunge l’altezza massima, è arrivato finalmente il momento che io attendevo; poi lasci cadere la testa indietro, esausta, e resta solo il silenzio e i nostri respiri affannati.

Dopo un istante lungo come una vita ti risollevi, e noti il mio sorriso soddisfatto e compiaciuto. So già che stai pensando “stronza!”, ti sollevi piano sfilando il dildo dal tuo corpo – ma lasciandolo saldamente nel mio – ti metti a cavalcioni sul mio stomaco e fissando gli occhi nei miei cali lentamente il tuo viso sul mio e mi baci profondamente. Il mio e il tuo rossetto diventano un solo colore…

mercoledì 19 gennaio 2011

Molto, molto retrò


Ho appena visto sul canale Fox Retro un filmato semiserio del genere "come eravamo", che spiegava come facevamo noi "anziani" a procurarci la musica negli anni ottanta... mettendo il registratore di fianco al televisore!

E di colpo mi sono venuti in mente tutti quei pomeriggi passati di fianco al tubo catodico, ad ascoltare Deejay Television sperando che annunciassero la canzone preferita del momento, con i tasti rec e play già premuti e il dito sul pause in spasmodica attesa... Ho ancora in testa tutte le sigle: Audio/Video di Fitz, Diamond dei Via Verdi, I Love My Radio di Taffy...

Registrazioni mono, di qualità decisamente pessima e con l'eterno sottofondo del ronzio dello schermo, una cosa impensabile nell'epoca dei CD e degli mp3 che si scaricano da internet, però noi ci accontentavamo di quello... annunciavamo alla famiglia, pena la morte: "silenzio che sto registrando!", e che incazzature le volte che qualcuno entrava all'improvviso in camera e rovinava tutto...

E Billy Don't Lose My Number di Phil Collins, Exotic And Erotic di Sandy Marton, Something About You dei Level 42, e la prima volta che in Italia si è visto il video di Take On Me degli A-ha, che ancora non erano nessuno, e già sembravano fantascienza...

E le canzoni registrate dalla radio (Like A Virgin di Madonna, Girl's Got A Brand New Toy dei TXT, The Riddle di Nik Kershaw per citarne alcune) sempre troppo corte perché bisognava tagliarle non appena il disc jockey, a tradimento, si metteva a parlarci sopra...

Guardare la bobina del nastro, sperando che ne fosse rimasto abbastanza; quando tutto era finito bisognava rompere la linguetta con la punta della biro per evitare cancellazioni accidentali, la stessa biro che, cacciata in uno dei due buchi, serviva a volte per riavvolgere il nastro in maniera casalinga.

E scrivere il titolo sull'etichetta col rapido di educazione artistica, e poi appiccicarla (per lo meno sulle Sony HF-S), che non veniva mai dritta. Per trovare le canzoni dovevi mandare avanti e indietro il nastro coi tasti fast forward e rewind, e a volte ci volevano minuti interi, scrivevi i titoli sulla copertina indicando a fianco il numero segnato dal contagiri per poterle ritrovare a colpo sicuro, la magia dei primi auto-reverse...

Se non ci sei passato non puoi capire. Che nostalgia...



Volete vedere i video delle canzoni citate? Ecco i link:

lunedì 17 gennaio 2011

Il brivido sottile della rivelazione


Viene un momento in cui è necessario rivelarsi. Perchè nessuna amicizia che possa definirsi "vera" (o nessun tentativo di crearne una) può prescindere da una totale sincerità.

E, nella totale sincerità, deve entrarci anche the Syuzee situation.

Perchè mi ripugna dover utilizzare, anche se solo inizialmente, un alter ego "rispettabile", se non per il mondo "reale" - che disprezza gli "strani" tout court - per lo meno per quello BDSM, che dovrebbe essere più "tollerante" (che brutta parola), ma che poi in realtà non lo è, nei confronti di trans/trav e omosessuali. In realtà a volte i BDSMers sono molto più omofobi e ortodossi dei cosiddetti "normali". Ripugna, ma tocca farlo. Tocca nascondersi, comunque e sempre, un sotterfugio a cui la maggior parte delle CD è tristemente abituata. In attesa di veder spuntare un raggio di sole.

Per cui, quelle rare volte in cui trovi una persona che merita, giunge inevitabilmente il momento del salto nel buio. Il momento in cui bisogna rivelare il proprio lato oscuro, sperando che quella persona a cui tieni molto non ti volti le spalle per questo. E' il momento del brivido leggero che accompagna la scommessa, del "da ora in poi niente sarà come prima", nel bene e nel male. Della paura del tuffo senza rete, proprio come quando cercavo il coraggio per dichiararmi alla ragazzina dai capelli biondi delle medie.

Finora è andata bene, ma due su due non è una gran statistica. Il disastro è in agguato.

Ecce homo


Molte volte il termine "omofobia" mi ha dato da pensare. Questa parola, che evoca pestaggi e oscure violenze nei confronti dei "diversi", in realtà significa letteralmente "paura dell'uguale".

Proprio così. Non "odio", ma "paura". Se il termine giusto fosse "odio", la parola esatta dovrebbe essere "misohomia" (e l'ho trovata, da qualche parte, in internet). Come, ad esempio, per "misoginia" che significa esattamente "odio per le donne".

E allora, perchè le donne si odiano e degli "omo" si ha paura? Paura di che cosa? Di trovare forse in noi stessi il medesimo "germe" che cerchiamo, con la violenza (verbale e fisica) di sopprimere nell'altro?

giovedì 13 gennaio 2011

Dimorfismi


Il maledetto dimorfismo sessuale. This is the enemy. E' quella cosa che madre (matrigna) natura ha inventato per permettere di distinguere, in alcune specie, il maschio dalla femmina. Purtroppo anche nella mia specie.

Sostiene wikipedia: "Il dimorfismo ha principalmente la funzione di attrarre l'altro sesso: è infatti tipico di animali poligami (!) dove durante la stagione degli amori i maschi duellano per la conquista di un territorio."

Generalmente (ma non sempre) il maschio è di dimensioni più grandi, più robusto (ahem!), a volte addirittura più bello e variopinto della femmina, basta pensare al pavone. Anche il merlo, nero e col becco giallo, a me è sempre piacuto più della merla, di un uniforme - e un tantino insulso - color grigio-marrone. Purtroppo nel genere umano quest'ultima "regola" non è stata adottata; le donne sono notevolmente più belle degli uomini. Non sempre, ma quasi. Per lo meno per la sottoscritta. E qui nasce il problema.

Ricordo di avere, una decina di anni fa, letto un libro abbastanza noioso dal titolo Eva Futura di Auguste de Villiers de L'Isle-Adam; è la storia di un nobiluomo inglese - Lord Ewald - il quale, ormai prossimo al suicidio a causa di una delusione d'amore, viene "salvato" nientemeno che dal famoso inventore Thomas Alva Edison (il creatore del fonografo e della lampadina ad incandescenza, per intenderci), che costruisce per lui una donna androide "perfetta" (tra l'altro il termine androide venne reso popolare proprio da Villiers).

C'è un passaggio nel libro in cui Edison cerca di convincere Lord Ewald a non disperarsi per una donna; egli mostra all'inglese tutta una serie di parrucche, busti (siamo alla fine dell'800), imbottiture e ceroni che ha acquistato come "reliquie" di una donna brutta e sciatta; quest'ultima, grazie a questi trucchi e artifici che costituivano una sorta di "pelle" cosmetica, di involucro femminile esteriore, era riuscita a farsi passare per una vamp e a circuire e sposare un poveretto.

Per Edison (Villiers) dunque il segreto del fascino femminile non era altro che una montatura, una facciata tenuta in piedi da un'impalcatura di artifici. Poteva essere vero forse per la fine dell'ottocento, ma oggi si tratta indubbiamente di una forzatura - anche se è vero che le cosiddette "femmine biologiche" con e senza make-up sono generalmente molto diverse ;o) E figuriamoci la sottoscritta!

Mi vien da pensare spesso a quel dialogo immaginario quando mi preparo a diventare Syuzee. Il mio "baule delle meraviglie" si è arricchito, nel corso degli anni, di molti trucchi e trucchetti che mi "aiutano" faticosamente ad essere lei. Oltretutto alcuni sono proprio quelli elencati da Edison nel libro. Io però non ho la pretesa di ingannare nessuno, al massimo me stessa...

mercoledì 12 gennaio 2011

Fai come l'arancia


Fai come l'arancia: se non puoi essere dolce, sii almeno aspra...




    

venerdì 7 gennaio 2011

Quando Verrà Il Tempo Di Morire


La poesia che segue non è mia. E' di una certa Jenny Grossy Casali (non so chi sia, ma me la immagino come una simpatica vecchina dai capelli bianchi, che dipinge quadri di fiori), che con questa sua opera ricevette una menzione d'onore per la sezione lingua italiana del premio nazionale di poesia e narrativa organizzato dal Lions Club Milano Duomo nel 1980.

Questa poesia è arrivata a me in circostanze fortuite negli anni '90 (era contenuta in un libro che stava per essere gettato via); non sono una persona che adora le poesie alla follia, ma ricordo che all'epoca mi colpì molto. Tanto da conservarla, in forma di fotocopia, per oltre un decennio senza sapere cosa farne, ma senza decidermi veramente a buttarla via.

Come mi succede con alcune canzoni che mi accompagnano da sempre, nel corso degli anni rileggendola vi ho trovato dei significati diversi, adatti a ciò che stavo vivendo nei vari momenti.
Per tutti questi anni ho avuto la netta sensazione che un giorno avrebbe trovato una sua collocazione; ricordo di averla postata qualche anno fa in un altro sito, ma il post durò pochi minuti, fino al momento in cui i moderatori decisero di eliminarlo perchè non rispettava le regole (avevo infatti dichiarato, come adesso, che non si trattava di opera mia).

Ma qui in questo spazio sono io la regina, e faccio e disfo le leggi a mio piacimento ;o) per cui eccola qui.

(Ovviamente) lascio ciascuno libero di interpretarne il senso.

Quando Verrà Il Tempo Di Morire
di Jenny Grossy Casali

Quando verrà il tempo
di morire
io ti terrò la zampa
con la mano salda.
Io darò alla mia voce
il tono che più ami:
non è nulla, Lupo
morire
non è nulla.
Mi fermerò il cuore
per non piangere.
E dopo, ti porterò
fra le braccia
sotto il grande noce
a diventare un fiore.
Non è nulla,
Lupo.
Non è nulla

Ti odio, single-liner


No single liners. Negli annunci in lingua inglese sempre più spesso mi capita di notare questa dicitura. E' ormai quasi famosa come la nostra No perditempo, e si riferisce all'opera di una precisa categoria: quella dello scrittore interruptus, o anche precox. Quello che risponde con una singola frase striminzita, mai più di una riga, a volte senza addiritura completare la magica triade soggetto-verbo-complemento.

Perchè (crede) di non avere tempo, oppure pensa di essere troppo superiore e che l'obbligo di scrivere, sviscerarsi spetti a me che dovrei sentirmi onorata per il breve, semplice cenno che mi manda, perchè è pigro, perche vorrebbe ma non può...

Io sono tanto cara e buona (eheheh!) ma questa cosa non la tollero. E, come me, credo tante altre persone. Perchè il messaggio di una sola riga denota una profonda mancanza di rispetto da parte di chi la scrive, che reputa di non dover sprecare nemmeno dieci minuti per raccontarsi un po' e magari incuriosire chi legge. Che pena. E a giudicare dal numero di ammonimenti No single liners che appaiono qua e là direi che siamo ormai in tanti a non poterne più.

Facciamo un passo indietro.

Se stai leggendo queste righe probabilmente hai visto il mio profilo su Legami.org. Se non l'hai fatto o non te lo ricordi, sappi che inizia così: "Sia ben chiaro: sono una slave crossdreser, non trans... sono alla ricerca di... non so nemmeno io cosa; sicuramente una persona con cui poter scambiare fiducia, rispetto e complicità."

Mi sembra abbastanza chiaro (mah!): il sito non consente una scelta molto ampia a livello di genere sessuale - solo uomo, donna o trans - e dunque mi sono sentita in dovere di precisare meglio la mia... identità di crossdresser.

Poi prosego: "Aggiornamento ultim'ora: Per favore, ho un cervello e a volte lo uso anche, non insultate la mia capacità di giudizio..." (E magari fosse sempre cosi'...)

"Aggiornamento ultim'ora numero due: Lo sbirro peggiore e più inflessibile è quello che ci portiamo dentro" (No comment per ora).

"Aggiornamento ultim'ora numero tre: Se avete fretta, non scrivetemi. Fatelo quando avrete calma e tranquillità" (Chiaro no?).

"Aggiornamento ultim'ora numero quattro: (che deriva direttamente dal numero tre) Non rispondo ad email arroganti, idiote e, sopratutto, di una sola riga. Uomo avvisato... uomo avvisato." (Aha!)

Aha?

Già, eccoci al fatidico punto numero quattro. Intanto, per leggerlo bisogna aver perso un po' di tempo (mica poi tanto dai) a leggere i primi tre; ho la sensazione che molti di quelli che mi scrivono non abbiano nemmeno avuto la voglia di compiere questo minimo sforzo. Anzi, ne ho la prova provata, e ve la dimostro dopo.

Certo, la mia versione di No single liners potrei anche metterla all'inizio, in modo da essere immediatamente leggibile, ma in questo modo mi sarebbe molto più difficile distinguere gli stronzi a colpo d'occhio, per cui preferisco tenere il mio profilo così com'è.

E adesso, per il pubblico ludibrio, alcuni esempi, tutti di persone diverse:
"Buongiorno!...bella foto eh!" (grazie ma... e poi?)
"Ciao bellezza...molto piacere g." (ripeto: e poi?)
"Ciao; ti va conoscerci?" (no!)
"Buongiorno a te mi piace la tua descrizione disturbo" (eeeh? ma l'hai letta la mia descrizione??? E la punteggiatura????)

E adesso, l'apoteosi. Un tale (di cui è giusto e pio tacerne il nome) che si presenta così:
"trav o trans? che bel seno per essere trav" (si riferisce all'immagine del mio profilo su Legami.) Io ammetto di aver strabuzzato gli occhi: trav o trans? TRAV O TRANS? MA L'HAI LETTO IL MIO PROFILOOOO???

Il tizio prosegue con un altro messaggio: "scusa ma oggi ero di fretta avevo mille cose da fare e mille pensieri e preoccupazioni ... poi ne riparleremo con piu calma perchè potresti interessarmi in futuro, prossimo." (A parte il fatto che le tue preoccupazioni sono affari tuoi, e che potevi scrivermi tranquillamente in un altro momento, magari più sereno, chi diavolo sei per dirmi che in un futuro prossimo IO potrei interessarti? Non sono mica un capo di bestiame!! sei un tipo leggermente arrogante, eh?)

Altro messaggio: "ciao rieccoti online .. dimmi un pò di te, raccontami un pò di te. Ma quelle tette sono vere o finte?" (Ma ti devo raccontare di me o delle mie tette? Mi sa che di me in realtà non te ne frega un beneamato, vero? E poi, dato che sei tu a scrivermi, perchè non racconti TU un po' di te?)

E qui, ammetto che alla fine la mia irritazione (che fino ad ora ero riuscita a contenere) dev'essere trapelata; non ricordo cosa ho risposto, ma il messaggio successivo recitava: "che caratterino ribelle! Molto male mia cara! Una brava slave non deve essere cosi ribelle." (Ma chi cazzo ha detto che io devo essere una brava slave??? Chi?!?!?)

A questo punto decido che ogni ulteriore tentativo di stabilire uno scambio di pensieri è impossibile, e cedo la mano. Mi raggiunge un ultimo, struggente appello: "ho letto con interesse il blog chissa se i racconti siano veri e reali... molto interessanti devo dire." (Già, chissà... Mi sembra di vederti mentre ti scuoti il pisellino dopo aver letto il racconto di Tanya Sissipus).

Per la cronaca, dopo questa illuminante conversazione ho aggiunto gli aggiornamenti ultim'ora tre e quattro del mio profilo. Ma tanto non servono a niente, le imbecillità continuano ad arrivare. Ufff...

My name is Chastity


La mia prima (e, per certi versi, unica) Padrona, dall'alto della sua vasta esperienza, aveva coniato un interessante analogia: gli uomini quando si eccitano sono come dei palloncini. La spiegava così: hanno una valvola, il loro pisello, che li mantiene "gonfi" finchè glielo tieni tappato. Se per caso si "stappa", allora si afflosciano completamente. Useless.

Effettivamente aveva ragione, per lo meno per me che pure ci ho messo tanto tempo per comprenderla. Lo stato di costante eccitazione mi permette di restare "nel personaggio"; ma una volta "venuta", me ne "vado".
All'inizio l'obbligo di indossare un chastity device mi sembrava una crudeltà inaudita, pure lo facevo per "amor" suo; in seguito sono arrivata a comprenderne totalmente le ragioni e ad amare questo oggettino che mi metteva al riparo da improvvisi, inaspettati "cali di tensione" (e non solo).

Tanto che oggi non ne potrei più fare a meno.

L'affermazione che ho appena scritto farebbe sicuramente inorridire molti slaves (e anche molti Master/Mistress) che vedono l'orgasmo come l'atto supremo, irrinunciabile e finale di una sessione.
Non amo e non desidero un BDSM orgasmocentrico, per lo meno per quanto mi riguarda; come si dice, rispetto chi lo vuole e lo fa ma non condivido.

Quando Mistress Karla (chiamiamola così) mi costringeva il sesso nella chastity sapevo che la "seduta di rieducazione" era ufficialmente iniziata; con quel gesto la Padrona mi comunicava ufficialmente di aver imprigionato la mia mascolinità, di averla in suo assoluto potere; in definitiva, di avermela negata.

Potrà sembrare strano, perverso, stupido, rivoltante, ma io lo vivevo come un atto di profonda intimità che mi dava infinita sicurezza. E per questo le ero grata.

In quell'obbligo alla totale passività io trovavo (e trovo ancora) le radici del mio essere slave e crossdresser. Quando, alla fine, mi "liberava", significava la fine di tutto. Era un mondo alla rovescia: quando mi "imprigionava" in realtà mi liberava, e quando alla fine mi "liberava" voleva dire che mi restituiva ai ceppi di questo mondo.

Il mio mondo è alla rovescia.



Nella foto (ovviamente) non sono io.

martedì 4 gennaio 2011

Perché scrivere?


Perché scrivere? Non ricordo più quale filosofo studiato alle superiori sosteneva che la nostra mente è collegata al mondo circostante solo attraverso i sensi – fallaci e ingannevoli – per cui la realtà che ci circonda è soggettiva. Quello che vedo io, così come lo vedo, è un’esperienza solo mia e per te può essere anche diversissima.

Sto arrivando a pensare che ciò sia particolarmente vero per alcune manifestazioni della mente umana, come la comunicazione verbale e la scrittura. D’accordo, in linea generale le parole hanno più o meno lo stesso significato per tutti, fatte salve alcune piccole differenze di sfumatura dovute al vissuto personale.

Ma proprio il vissuto personale influisce moltissimo sulla scelta delle parole, quali usiamo e quali no: sarà successo anche a voi di sentire un discorso riportato riferito a qualcuno che conoscete, e pensare: “lui/lei non avrebbe mai usato quella parola!” A maggior ragione il modo in cui mettiamo insieme le parole per costruire frasi, il modo poi in cui combiniamo le varie frasi (e la punteggiatura!) è, in una parola, p e r s o n a l i s s i m o.

Ed ecco che se parlo o scrivo di qualcosa legato ai miei ricordi, corro il rischio di non essere compresa, di non riuscire a trasmettere l’essenza di quello che ho in testa, o peggio di venire fraintesa come spesso mi accade. Perché quello che voglio raccontare l’ho vissuto io, e nessun’altra.

Al massimo posso sperare di evocare, in chi legge o ascolta, un’emozione più o meno simile, oppure – come spesso capita a me – suscitarne la curiosità (del tipo: “chissà cosa lo avrà portato a scrivere così? Quali esperienze, non scritte, si nascondono dietro quelle parole?”).
In genere, quando scrivo, impiego un sacco di tempo. Prima parto con delle idee nella testa, le metto giù ed inizio a lavorarci.

Prendo la prima stesura grezza, la rileggo e la modifico, cambio le parole troppe volte ripetute (Freud?), prendo alcuni brani e li sposto, ne creo altri di nuovi, modifico virgole, punti e puntievirgola. Il più delle volte il risultato comunque non mi piace, e poi scopro di aver dimenticato concetti importantissimi che invece avrei voluto includere.

Quindi ci ritorno sopra anche dopo giorni (proprio come sto facendo adesso) e aggiungo, taglio, preciso, correggo. Un'eterna opera di sbozzatura, cesellatura, limatura (Il tutto ovviamente al computer, sarebbe impossibile farlo con carta e penna), un po' come il lavoro di Winston Smith in 1984 di Orwell (se non l'avete ancora fatto, leggettelo, e capirete cosa voleva dire originariamente Grande Fratello prima che alcuni stronzi si impadronissero del termine), il che costringe ovviamente voi -pochi- lettori a dover ritornare ciclicamente sui miei scritti... d'altronde, come dice qualcuno, I'm anal e quindi eternamente insoddisfatta delle cose.

E alla fine, dopo tutta questa fatica, arriva qualcuno che, leggendo, capisce tutto il contrario di quello che volevo dire. E allora, perché scrivere?

Boh.