martedì 30 agosto 2011

Milano come Rio, Rio come Milano


Una sera (sul tardi) di fine luglio, la tv si ferma su Current. Mancano tre giorni e poi il canale chiuderà, spazzato via da Sky, c'è chi dice per vendetta, chi per fare un  favore al Cavaliere. Ma non è questo l'importante. Un giovane giornalista un po' rotondetto (che assieme al cameraman strizza un po' troppo l'occhio ai dettagli pruriginosi) vola in brasile per un servizio sui transessuali.

Parte l'intervista-verità a due prostitute trans, lo sfondo è l'habitat tipico di questa specie: i viali di Rio de Janeiro. La prima (non ricordo il nome), 53 anni di cui 43 passati sui marciapiedi, viso segnato dai tanti anni passati in trincea e dal botox. La seconda, Patricia Araujo, nota pornostar transessuale (è quella nella foto qui sopra), viso da bambola e un corpo che sembra fatto apposta per il peccato - pure troppo.

Di entrambe ti colpisce da subito un fatto: non sono doppiate, parlano un italiano perfetto, magari solo un po' accentato. Il motivo è presto detto: tutte le trans brasiliane, prima o poi, hanno avuto un periodo di "lavoro" in Italia. Perché? A quanto pare l'Italia è il primo paese al mondo per richiesta di prosituzione transessuale. Un dato curioso che emerge è che la maggior parte dei clienti si definisce eterosessuale, però poi chiede di essere passiva durante il rapporto.

Le storie di queste transessuali si assomigliano più o meno tutte: un passato di abusi, o di abbandono, o di povertà (o di tutte e tre le cose insieme), le prime marchette, i primi soldi, le prime operazioni (seno, naso, glutei, in Brasile sono all'avanguardia in questo campo), e poi il viaggio della speranza in Italia, prima sui marciapiedi e poi -  se si è brave e carine - in casa.

Per cercare di riuscire a farsi un nome, un sito internet, magari anche qualche film, e poi arraffare quanto più possibile, capitalizzando l'unica risorsa a propria disposizione, mettere da parte ogni centesimo per tornare in Brasile con una "dignitoso" gruzzolo. Ammesso poi che tra sfruttatrici e affitti vari (non solo la casa: ti affittano anche il pezzo di marciapiede su cui lavorare) ci si riesca.

Proprio come la Araujo, sotto trattamento ormonale fin dai 10 anni, fuggita di casa e subito marchettara, che sfoggia una conoscenza dei viali di Milano (e della loro fauna) meglio del tuttocittà. Prostituta, pornostar, una villa con vista su Copacabana pagata con gli euro degli italiani, e un sito internet dove puoi trovare, tra le tante, una gallery intitolata "Patricia Araujo e Camilla De Castro scopano fino alla morte."

La scelta del titolo denota un gusto veramente pessimo, ma chi dice che le trans debbano averne? In fondo sono persone come tutte le altre, sensibili o grezze, gentili o scorbutiche. E comunque al maschio medio quello che importa è ben altro... Pessimo gusto, dicevo, dato che la De Castro alla morte ci è arrivata davvero, si è suicidata nel 2005. Forse depressa, forse sotto stupefacenti, forse perché aveva scoperto di essere sieropositiva. E anche questo è uno degli infiniti altri lati della medaglia.


Per approfondimenti (leggete che ne vale la pena):
Preziosa, la prostituta trans che ha avuto il coraggio di denunciare i CPT
La tratta delle transessuali, business da 20 milioni al mese

venerdì 26 agosto 2011

Fenomenologia dello Strap-On



Sono orgogliosa di poter ospitare sul mio blog una mini antologia in quattro "capitoli" legata ad una tematica a me molto cara, quella dello strap-on.

I primi tre interventi sono stati pubblicati recentemente sul forum del sito Legami.org e sono qui presenti per gentilissima concessione dei loro autori. Colgo l'occasione per ringraziare profondamente Ileana e Femcurious06 per aver condiviso con noi i loro preziosi pensieri e per avermi dato il permesso di ripubblicarli qui. 

Il quarto "capitolo" invece è stato scritto dalla mia amica LadySweetLash appositamente per questo blog; le parole non bastano per esprimerle la mia gratitudine. LSL mi ha confessato di averlo scritto tutto d'un fiato, "di getto", a riprova dell'interesse profondo che nutre per questo argomento.

Questi quattro "discorsi brevi" sono così complementari tra loro da costituire a buon diritto una unica, armoniosa  dissertazione sullo strap-on e sulla sua percezione sia dalla parte passiva che da quella attiva; maschile la prima e femminile la seconda, in un universo capovolto di cui lo strap-on è allo stesso tempo artefice e strumento.

La vostra affezionata Syuzee condivide in larghissima parte ciò che state per leggere, dato che (per sua candida ammissione) è "una fiera sostenitrice dell'uso dello strap-on da tempo immemorabile,"  e aggiunge di non averne mai fatto mistero - e di non essersene mai vergognata.

Del resto, il complimento (indiretto) che più mi ha fatto piacere ricevere nel mondo BDSM è stato il vedere l'espressione sbalordita di una mia amica Mistress nel ricevere, dalle mie mani, uno strap-on come dono di compleanno - soprattutto dopo che nella sua vita aveva ricevuto dagli "schiavi" una sequenza di meno impegnativi (in tutti i sensi ;o) frustini...

Enjoy.

 

QUANDO IL CULO SI FA VAGINA
(Antropologia dello schiavo maschio anale)
di Ileana (7/05/2011)

La tipica relazione sadomasochistica è caratterizzata, come si sa, dall’interazione a livello non solo sessuale tra un soggetto dominante e uno sottomesso. All’interno però di questa schematica asserzione, il rapporto si sviluppa con dinamiche molto differenziate; certamente buona parte di queste pulsioni è messa a servizio della funzione sessuale che nell’ambito del contesto specifico ha una mansione importante da svolgere forse non secondaria però alla collocazione di ruolo dei due soggetti. La coppia sadismo-masochismo è considerata come una delle grandi polarità che caratterizzano la vita sessuale in generale, reperibile negli opposti attività/passività, maschile/femminile, fallico/castrato, aggressione/sottomissione.

Al maschio è tradizionalmente affidato il ruolo di “attivo” per la sua capacità di inseminare la femmina che quindi per cultura, per la stessa posizione subordinata nel coito, ma soprattutto per il suo lasciarsi penetrare, è considerata soggetto “passivo”. In questa logica la penetrazione sessuale sancisce sia la differenza sessuale, sia lo stato subalterno della donna nel sesso. In realtà, da queste differenze “secondo natura” si è sviluppata nei secoli una cultura che pone la donna in condizione subalterna oltre che nel sesso, anche e per estensione del concetto, in molti altri settori della sfera dei rapporti interpersonali e sociali.

E’ evidente quindi che per il “maschio slave” sia quasi automatica l’identificazione col soggetto considerato il più debole della coppia Dom/sub. Rimane però anche per lui il condizionamento sociale, l’educazione, i divieti culturali e parentali e anche religiosi che si oppongono a questa sua pulsione, perché penetrare, come indica il termine stesso, significa permettere a qualcun altro di entrare nel proprio corpo, cancellando così il confine consolidato tra il sé e il diverso da sé.

Infatti è perfettamente normale e scontato, agli occhi di un uomo, che egli “entri” nella donna e che una parte di lui “sfondi” letteralmente la barriera del corpo di lei. Sfondando questa barriera, come si è visto, si sfondano anche l’identità, l’autonomia e l’indipendenza del sé femminile. Lui è l’invasore che non viene invaso. Ecco perché il maschio trova inaudito e gli suscita solo spavento l’ idea di potere invece essere lui colui che viene invaso. Da questo complesso di tabù e timori irrisolti deriva quindi la metaforizzazione della sodomia come atto volto a conquistare e a sottomettere le donne e gli altri maschi nella lotta personale per l’affermazione e per il predominio.

Per l’uomo schiavo invece, il desiderio (spesso inconscio) di essere comunque "posseduto" da chi loro stessi eleggono a figura dominante, è una costante in quanto metaforizza una condizione di totale spersonalizzazione a partire dal genere. Vincere, superare quindi i divieti, rappresenta il punto d’arrivo del suo percorso mentale, al quale accede attraverso molti dubbi e molta sofferenza, superando anche la paura di “quella” specifica sofferenza fisica, la cui idea nell’uomo può anche essere terrificante. Ci sono quindi molti ostacoli da superare che però non possono non esercitare su di lui che un sicuro e continuo fascino.

Così, aprirsi al pene sia pur finto di una Padrona o, a maggior ragione al pene di un Padrone, significa nell’immaginario maschile e ancor più nell’immaginario dello slave maschio, rinunciare al proprio genere, alla propria dignità di uomo e di persona per assumere un’identità indefinita aperta a ogni degrado. E’ insomma, per lo slave molto più che per la slave, il capitolo finale di un percorso tutto mentale teso all’annullamento del proprio “sé” in favore, forse, di una personalità dominante che dal nulla lo possa ricostruire secondo schemi spesso inconsci che gli facciano trovare una collocazione migliore nel mondo.

E il sesso? Il sesso è uno strumento, non il fine; il suo è un sesso di “donazione” al dominante di turno nella speranza spesso disattesa di un approdo a una consapevolezza migliore di se stesso. In fondo, quella dello “slave”, è una ricerca mistica di una qualche propizia “Divinità” alla quale assoggettarsi. E a questa Divinità lui, come il pellegrino quando va al Santuario, porta in dono le sue pene e le sue angosce e i suoi peccati per ricevere punizione e perdono.
Ecco allora che il suo culo si trasforma in accogliente vagina !


STRAPON - UNA SENSAZIONE DI TESTA...
di Femcurious06 (4/06/2011)

Un mese fa avevo letto con estrema attenzione il bell'articolo di Ileana sulla penetrazione F/m e sulle dinamiche psicologiche "maschili" dello strapon viste da una donna. "Antropologia dello schiavo maschio anale" era il sottotitolo. Interessanti molti passaggi fra i quali: "(...) è perfettamente normale e scontato, agli occhi di un uomo, che egli “entri” nella donna e che una parte di lui “sfondi” letteralmente la barriera del corpo di lei. Sfondando questa barriera, come si è visto, si sfondano anche l’identità, l’autonomia e l’indipendenza del sé femminile. Lui è l’invasore che non viene invaso. Ecco perché il maschio trova inaudito e gli suscita solo spavento l’ idea di potere invece essere lui colui che viene invaso. (...)"

Ora... noi uomini conosciamo (per esperienza vissuta) o possiamo intuire all'interno di noi stessi il "percorso" mentale "maschile". Inutile aggiungere altro. Ma quello femminile? Non è la classica e stereotipata vulgata dell'"invidia del pene" di freudiana memoria. Al contrario - invece - sono le sensazioni più intime e del tutto psicologiche, com'è ovvio. Qual è stato il primum movens, la "molla" che ha fatto scattare il tutto? Scavando a ritroso... Pentimenti? Esitazioni? Gioie? Fobie? Ce ne sono state?

E' certo un vissuto del tutto godibile e - come dire? - di riporto. Ma estremamente  "interno", "femminile." Estasiarsi al piacere/dolore altrui. Compenetrarsi... immagino. Sul sito [Legami.org, ndr] negli archivi dei forum (di vissuto, immaginato ed "esternato") non c'è molto... quasi niente. Quelli che leggerete più sotto sono solo alcuni excerpts di una mia breve e frettolosa ricerca. Un invito al "femminile" -quindi- ad esprimersi. Se lo si desidera. Grazie.

* * * * * *
"(...) Adoro il contatto e il cercare di inondare l'anima di chi viene penetrato... Parlando di donne, anche io preferisco il dildo manovrato a mano, ma le volte che ho indossato lo strapon, l'ho fatto in questo modo. Sono sicura di non avere perso nulla, sono sicura di avergli regalato l'illusione di essere posseduto davvero. Lo strapon indossato mi piace molto anche per altri tipi di umiliazione. Il tenere lo slave per i capelli, con fermezza e senza violenza. Accompagnare i suoi movimenti sul dildo finto e il mio godere solo di testa, perchè in effetti niente di ciò che voi sentite ci è permesso di provare, se non l'idea di dominare, di essere, di volere... L'invidia la sento di più dall'altra parte, la voglia , il bisogno di sentirsi desiderati, cercati, perseguitati degli uomini.. come noi donne. L'ano ci regala una penetrazione forte, trasgressiva (...)"

"(...) Molto diversa è la posizione di inserzione. A me per esempio piace lo slave a cosce aperte come una donna e il bacino sollevato, così che io possa torturargli i capezzoli o provvedere ad un cbt. Trovo diverso anche il genere di umiliazione... Non è facile spiegare a parole, ma se prendiamo uno slave omofobico, e vede uno strapon, c'è una gamma di pensieri ben diversa da uno altresì omofobico che vede un plug. So di non essere molto chiara, ma certi meccanismi si basano su piccole sottigliezze.  (...)"

"(...) Sono certa che molti uomini invidiano molto le donne, al loro modo di lasciarsi andare, al loro modo cosi "privato" di godere. L'uomo , in fondo , è cosi meccanico... (...)"

"(...) D'accordo che i gusti son gusti... e quindi ognuno di noi e libero di esprimere il suo parere, ma credimi che quando guardo gli occhi della Ninfa che lavora di strap vedo una luce... (...)"

"(...) Trovo molto eccitante indossare lo strap. Non mi piace invece utilizzarlo per penetrare (...) mentre adoro farmi «adorare» il «mio» pisello, nel senso più maschilista del termine. (...)"

"(...) No, usare un dildo o usare uno strap-on non è assolutamente la stessa cosa, almeno sicuramemte non è la stessa cosa per lo schiavo (ma ritengo anche per la Mistress). (...)"

"(...) Ma tu vuoi mettere prendere un uomo di dietro nella stessa posizione che usa l'uomo quando domina la femmina? :) Poter spingere e far sentire chi comanda, chi gestisce il gioco, chi stà sopra... con un dildo in mano non sarebbe la stessa cosa. Secondo me è solo un fattore psicologico, in quella posizione in quel modo ci si avvicina di più all'assomigliare all'uomo. (...)"

"(...) E spesso mi piace stravolgere (con lo strap on, ad esempio) le differenze naturali. Il presupposto di partenza è, dunque, che la "posizione" originaria e naturale sia un'altra. Altro discorso è il fatto che sia dominante, o aggressiva, o qualunque altra cosa: sono una donna dominante, aggressiva etc etc, non c'è alcuno scimmiottamento in tutto ciò, ma naturale espressione della mia femminilità. Il fatto che poi prenda in prestito, nel gioco, alcuni atteggiamenti maschili, in fondo è vero: è uno scimmiottamento. Quando lo faccio godo nell'umiliare lo schiavo utilizzando «contro» di lui ciò che in natura è consono a lui, per quanto in quei panni possa sentirmici a mio agio e per quanto elegantemente possa indossarli e utilizzarli. (...)"


LO STRAP ON DAL PUNTO DI VISTA FEMMINILE
(Antropologia della donna Mistress)
di Ileana (20/08/2011)

Ringrazio molto Femcurious06 per il suo forum "STRAPON - Una sensazione di testa..." dove mi ha citata, tanto che mi sono sentita in dovere di rispondere anch’io al suo quesito per esprimere come "sento" personalmente questa pratica, cercando però di chiarirne anche alcuni aspetti generali di tipo fisiologico e anche… storico, sulle quali chiederò il vostro parere ! :-)

Lo strapon o meglio, l’uso dello strapon su un maschio slave, ha sempre rappresentato per me un punto d’arrivo di un percorso graduale da fare insieme, proprio perché l’ho sempre considerata una pratica molto "invasiva" per un uomo. Invasiva sul piano sessuale ovviamente, ma direi soprattutto su quello mentale, proprio per la simbologia che è implicita nell’atto della sodomizzazione.

Per quanto riguarda il "piacere" sessuale mio, direi che è stato sempre molto limitato (solo un po’ di piacevole pressione sulla parte; forse con un altro tipo di strapon sarebbe stato diverso, ma non so…), però sul piano mentale è sempre stato una "BOMBA."

Ci sono tre motivi principalmente che secondo me rendono questa pratica intrigante a una donna e in special modo a una donna Mistress: il primo è la logica sensazione di sopraffazione che si prova violando così platealmente l’intimità maschile. Il secondo è lo scambio di ruolo totale in quel momento e quindi implicitamente anche (terzo motivo) una certa dose di femminilizzazione che non guasta se si considera che il "potere" per l'uomo (anche quello sessuale) è sempre stato "maschile."

Queste tre cose insieme capovolgono il rapporto maschio/femmina ed è proprio per questo che considero lo strapon come punto d’arrivo della schiavizzazione maschile e, proprio per questo, che è necessaria una preparazione anche psicologica allo slave.

Una volta superato però l’ostacolo psicologico, per lo schiavo maschio, quasi a sua "premiazione", affiora un "vero" piacere sessuale indotto dallo strofinamento sulla prostata che provoca vero godimento sessuale fino anche all’eiaculazione. Questa sommariamente è la fisiologia dell’atto della sodomizzazione per un uomo da parte di una donna.

Ma, secondo me, è anche un modo di leggere il passato.

Fino al V° secolo d.c. la bisessualità maschile era una cosa comune, qualche volta considerata addirittura terapeutica per i giovani. Ad es., gli Ittiti, popolo guerriero dell’Asia Minore, addirittura si sposavano ufficialmente due volte, la prima con una donna per avere figli, la seconda con un altro uomo con cui condividevano sesso e battaglia e, pare, che il legame fosse molto forte. Del resto, perfino l’ammiraglio Nelson parlava delle ciurme delle sue navi come di "tagliagole sodomiti!"

Ora io mi chiedo (e mi scusino gli uomini che leggono), non è possibile che qualcosa di quel DNA sia rimasto? Io penso di sì, perché non è possibile il contrario, solo che dopo sono intervenuti i divieti sociopolitici, religiosi, morali che hanno modificato il modo di percepire le spinte sessuali.

Concludendo ritengo che l’impianto fisiologico e ormonale dei maschi sia conformato alla bisessualità più di quello delle donne. Molto probabilmente questo è quanto rimane naturalmente e antropologicamente dei primi uomini obbligati a lunghe lontananze dalle femmine per la caccia, le battaglie, ecc. e quindi a trovare altri sfoghi sessuali.

Nelle donne invece, costrette dai cicli mensili, dalle gravidanze, dai figli a restare stanziali, l’evoluzione è stata diversa e ha sviluppato altre tendenze come per es. il legame famigliare e il senso "infermieristico" tipico nelle femmine e necessario a curare gli uomini quando tornavano malconci. Bisognerebbe anche dire che le società primitive erano a carattere matriarcale proprio per proteggere il nucleo sociale in divenire e per non esporlo a rischi gravi e lasciare liberi gli uomini di procacciare cibo e tenere lontane le minacce.

Preciso che qui parlo di "bisessualità", non di omosessualità che è tutt’altra cosa.



 LO STRAP-ON COME PROIEZIONE DI SE'
di LadySweetLash (24/08/2011)

Sappiamo tutti che la penetrazione anale M/F è, oltre alla perversione, di provenienza lontana. La sodomizzazione della donna altro non è, da che mondo e mondo, la dichiarazione di dominio dell'essere superiore (uomo) sull'essere inferiore (donna) e non me ne vogliano femministe e femdom, basta che seguano il ragionamento.

Ora, ci si ostina a definire l'uso dello strapon come facente parte del sadomasochismo. Già questa costrizione parte da un punto errato: sfiora il sadomasochismo per il dolore che una penetrazione forzata e "a secco" provoca, ma quando il soggetto che sarà passivo viene adeguatamente preparato, cessa di far parte della definizione sadomaso ed entra di quasi diritto in quella, decisamente più generica, di BDSM.

Comunque sia, è fuor di dubbio che l'atto di penetrazione anale sia la conclamazione della dominazione della Mistress sullo schiavo, o sull'oggetto che dir si voglia, e questa pratica tende ad essere l'espressione principe proprio del criterio della dominazione di un Essere Superiore riconosciuto tale da quello inferiore.

Siamo tutti d'accordo che usare un butt plug, un dildo ed uno strapon abbia 3 significati diversi, così come siamo d'accordo che solo con gli ultimi due si ha veramente la possibilità di umiliare il maschilismo e di trasformare il cacciatore nella preda. Per il buttplug vedo solo qualcosa che da sapore di distacco, di disinteresse: se la Mistress non provvede al suo inserimento, ma si limta ad ordinarlo, ecco che scatta la meccanicità del sedercisi sopra, dell'andarci in giro in completo segreto rispetto all'universo mondo. Ma il dildo e lo strapon no.

Le tecniche sono molteplici, personalmente ho sempre gradito il dildo perchè mi permetteva meno coinvolgimento emotivo e perchè non riuscivo a trovare uno strapon od un harness che potessi comodamente indossare. Problema brillantemente risolto dalla Syuzee che ha una capacità manuale non comune. La prima volta che ho indossato il suo harness con lo strapon che mi aveva regalato, è stato come vedere i contorni definiti quando il miope indossa gli occhiali.

Ho messo a frutto tutto il tempo che avevo investito a "preparare" lo schiavo, ero partita dal dito e stavo arrivando quasi alla conclusione di quel percorso. Non so se lo sconvolgimento mentale sia stato influenzato anche dalla mia bisessualità, fatto sta che durante l'inserimento - non stupro ma inserimento, col fine di far sentire ogni centimetro del dildo - la mia testa ha pian piano preso il volo, sino ad arrivare ad una trasformazione della forma mentis da femminile a maschile.

Le spinte pelviche non più subite ma imposte, il ritmo irregolare, lo scivolamento all'interno di un corpo praticamente arreso sono stati l'apogeo del mio modo di intendere la dominanza. Facevo qualcosa che andava contro qualsiasi regola più o meno standardizzata - da che mondo è mondo una donna non "fotte" fisicamente un uomo - e smessi i panni della penetrazione mentale, del mindfucking, stavo passando a concretizzare ogni precedente fantasia che, per inciso, avevo anche da vanilla: scopare, letteralmente scopare un uomo.

Il milking, il massaggio prostatico con le dita, era sostituito da un coadiuvante del tutto simile ad un pene maschile, altrettanto tumescente e mobile. Essendo sessualmente anorgasmica, quella pratica mi donò un orgasmo cerebrale così violento, immediato, sconvolgente che dovetti fermarmi.

E questo si ripeté quando feci inginocchiare lo schiavo per mimare un pompino, altra pratica M/F che in quel momento, col suo rossetto sbavato ed il rimmel colato, mi ha lacerata la testa per la perversione che quell'atto stava creando. Le stesse sensazioni non le ho avute nel maneggiare un dildo, mancando il contatto corporeo, e forse per via dell'atmosfera D/s che s'era venuta a creare.

Un appunto che va oltre l'argomento: le stesse sensazioni che provo usando lo strapon le ho nella pratica del cateterismo uretrale: è l'idea di entrare dentro un corpo, nei suoi spazi più intimi, di esplorarlo, che "batte in testa." Sentirsi dire in entrambi i casi "non ti ho mai sentita così Padrona come adesso" significa riconoscere che esiste la dominanza intima ed allo stesso tempo l'arrendersi a qualcosa che è andato molto, molto al di là dei soliti giochini.

giovedì 25 agosto 2011

A Silvia: rimembri (per favore: leggi e lasciami in pace)


Nel "fondare" questo blog mi ero ripromessa di non dar seguito ad eventuali polemiche, perché lo desideravo come un luogo di pace. L'amara realtà è che non sempre ci si può attenere ai propri propositi, specialmente nei confronti di una persona che, dal mio punto di vista, continua ad importunarmi. Vengo e mi spiego.

Qualche tempo fa ho raccontato in un post di come è andato il mio ultimo incontro con i fundraiser della comunità I Lautari, e di come questo incontro mi abbia lasciato abbastanza dubbiosa sulla serietà di questa associazione.

Non ho voluto entrare nel merito delle problematiche legate alla tossicodipendenza e al suo recupero, un argomento molto delicato e complicato del quale non ho alcuna esperienza. Quel post aveva come unico scopo quello di riportare le riflessioni di una persona "comune" di fronte ad un certo tipo di attività di autofinanziamento su cui nutriva dei dubbi.

Nello scrivere quel post mi sono resa conto che, alla fine della fiera, non ero riuscita a confermare o smentire i miei dubbi, ad arrivare ad una posizione definitiva sulla questione; quello che sice "un finale aperto." La principale fonte di quell'incertezza era la pagina di un forum esterno al mio blog (ripeto: era su un altro sito, NON IN QUESTO BLOG, e con questo blog o la sua autrice non aveva niente a che spartire); mi sono sentita in dovere di riportare integralmente quel forum nel mio post (definiamolo una specie di "ritaglio di giornale") per condividere con chi legge i miei dubbi e, forse, avere un chiarimento in futuro.

QUEL FORUM era stato molto dibattuto e combattuto (finché non è poi stato chiuso, probabilmente per "eccesso di polemiche"); c'era chi diceva una cosa e chi rispondeva l'esatto contrario, insulti più o meno velati e via via di questo passo, in un crescendo di posizioni sempre più intransigenti e irrispettose. Lo ripeto ancora una volta per essere chiara al 100%: quel forum era esterno a questo blog, lo scambio di vedute è avvenuto in un'altro contesto, non QUI.

L'altroieri una lettrice di nome Silvia (che non ha lasciato alcun indirizzo, altrimenti avrei contattato privatamente evitando questo polverone) si è sentita in dovere di scrivere un commento a riguardo. Non ho voglia di riportarlo nuovamente qui, se lo volete leggere lo trovate in fondo a quel post, dato che non l'ho cancellato. Trovate anche la mia risposta che, lo ammetto, è stata abbastanza piccata - ho trovato i modi e i contenuti di Silvia decisamente sgradevoli. Ho il sospetto che la sensazione sia stata reciproca, ma del resto non sta scritto da nessuna parte che si debba essere tutti uguali e tutti piacevoli.

Da quello che Silvia ha scritto mi sembra chiaro che sia stata vittima di un abbaglio: lei è convinta che quello scambio di commenti sia avvenuto nel mio blog. Spero che adesso abbia capito che non è così. Ad ogni modo, dopo averle risposto, ho chiuso i commenti perché - come ho già detto - non voglio assolutamente che questo blog sia un luogo dove intavolare polemiche (e anche queste righe le sto scrivendo decisamente controvoglia).

Da ieri Silvia sta cercando di inserire un altro commento, ben più lungo e che ritengo ancora più molesto e offensivo. Fortunatamente blogspot non glielo pubblica, perchè lo identifica come spam e lo filtra in maniera automatica. Meglio così. In un primo momento avevo deciso di rispondere a questo nuovo commento punto per punto, ma adesso decisamente non mi interessa più farlo.

Non mi interessa perché ritengo di essere una persona pacifica e pacifista e - nonostante l'opinione di Silvia - anche aperta al dialogo, purché sia costruttivo, non unilaterale, e che avvenga in un clima disteso. E non di sopraffazione verbale. Per cui a Silvia dico: ho ascoltato il tuo punto di vista, non lo condivido così come - ho già detto - non condivido modi e toni.

Ti ringrazio per avermi definito "signorina", per una persona come me questo è uno dei migliori complimenti - indiretti - che ho mai ricevuto. Una "persona come me" significa crossdresser, travestito, un uomo che si veste da donna e poi fa sesso anale e orale con altri uomini, donne e anche animali, se capita. Forse non avevi capito nemmeno questo. Adesso che lo sai, e visto che ti descrivi come una persona aperta al dialogo, mi auguro che tu provi abbastanza schifo da lasciarmi stare.

Ti faccio presente che scrivere in maiuscolo su internet è l'equivalente di mettersi a gridare nel mondo reale. Forse non ci crederai, ma le regole sono queste, chiedi a chiunque. Ne deriva che i tuoi due commenti sono pieni di strilli isterici, e io non tollero le persone che gridano, a maggior ragione in casa mia.

Il motivo per cui nel mio blog non puoi esprimere liberamente ciò che pensi  è che questo non è un blog pubblico, come tu erroneamente credi. Questo è il mio blog. Se vuoi esprimerti liberamente apri un blog tuo. Se guardi la colonna qui a destra leggerai le parole la permanenza o la cancellazione dei commenti è a mio insindacabile giudizio. Donna avvisata... donna avvisata.

Ho la netta sensazione che ti stiano prudendo i polpastrelli dalla voglia di mandare un'altra delle tue risposte arrabbiate. Ti avverto che non sono disposta ad ospitare più nessuno dei tuoi interventi, e se vai avanti così bloccherò la possibilità di inserire qualsiasi commento, a te e - per causa tua - anche agli altri lettori.

Come faceva la canzone? Questa è casa mia, e qui comando io. E adesso basta.

lunedì 22 agosto 2011

♥ Il mio secondo pissing


Questo post si intitola "Il mio secondo pissing" perché è, per l'appunto, il racconto della mia seconda esperienza in questo "campo". Non ho la presunzione di ricordare oggi, a distanza di tanti anni, come andarono esattamente le cose e quali furono i miei pensieri esatti, ma spero di aver reso comunque l'idea.

Gli eventi si svolsero in maniera simile a quella che ho descritto (nei ricordi li conservo così), può essere che qualche cosa sia stata meglio e qualche altra peggio di come la ricordo, ma in sostanza ritengo di essere stata abbastanza fedele.

Tempo fa ho scritto un post intitolato "Il mio primo pissing", ma non lo troverete perchè non l'ho mai pubblicato per una questione morale (anche se un paio di voi l'hanno letto lo stesso ;o) e il fatto che io prima o poi lo faccia è ancora oggetto di discussione. Strano, vero?

Quello era il primo, questo è il secondo, vero allo stesso modo. Fate molta attenzione: il contenuto del racconto è molto esplicito e - forse qualcuno potrebbe pensare - anche disgustoso. Ciononostante non ho tralasciato niente (se non nel finale, che è volutamente "aperto") perché se pure è vero che nella mia vita ho fatto alcune cose di cui mi pento e mi vergogno, questa non è tra quelle.



Il mio secondo pissing
di Syuzee (2011)

Madame abbaiò: “Syuzee, posizione tre!” La posizione tre era quella a quattro zampe sul pavimento, sguardo rivolto in basso, che assunsi in un batter d’occhio. Ogni ritardo o esitazione nell’assumere una delle sette “posizioni” standard (o, peggio, sbagliare la posizione richiesta) comportava una dolorosa punizione, generalmente a carico dei miei capezzoli.

Madame si portò dietro di me, e con il brusco tocco della scarpa sulle mie caviglie mi fece divaricare leggermente le gambe. Si accovacciò e, come un milione di altre volte prima, mi abbassò le mutandine e infilò due dita unte di lubrificante dentro il mio corpo, muovendole avanti e indietro e ruotandole a lungo, poi inserì anche due dita dell’altra mano e iniziò ad allargare e distendere il mio muscolo per un tempo che mi sembrò interminabile.

Quando giudicò sufficiente la sua opera si alzò e si diresse verso il comò. La sentii armeggiare nel cassetto dove teneva vibratori e butt-plug, e mentalmente cercai di indovinare quale sarebbe stato il prescelto. La scelta era molto ampia, Madame possedeva una collezione di una ventina e passa di arnesi diversi, e quasi mai ci azzeccavo.

Però mi augurai che fosse qualcosa di grosso, borchiato o corrugato. Le sue dita dentro di me avevano infatti scatenato l’insano desiderio, che mi prendeva sempre in quei momenti, di essere penetrata, a lungo, in maniera poderosa. Sentii l’inconfondibile rumore del lubrificante che veniva spremuto dal flacone e poi passato sul fortunato oggetto di gomma, e pregustai il momento in cui sarebbe finalmente stato usato.

Quando Madame ne appoggiò la punta sul mio sfintere cercai di rilassarmi e controllare il respiro, come mi era stato insegnato. Sentii l’anello allargarsi, tendersi progressivamente mentre madame applicava al dildo una pressione costante ed inesorabile. “Brava Syuzee” ammise compiacente, “vedo che gli esercizi a casa ti hanno mantenuta elastica e accogliente.” La sua voce calda, profonda, fortemente accentata (con la erre arrotata e le consonanti dure tipiche di una madrelingua tedesca, come lei era) aveva sempre un effetto molto sensuale su di me.

“Grazie Madame” risposi, sentendomi appagata in cuor mio per uno dei suoi rarissimi complimenti. Mi aspettavo che, da un momento all’altro, la dilatazione sarebbe finita e il palo di gomma avrebbe finalmente iniziato a scivolare dentro di me, ma sbagliavo. Il mio muscolo continuava ad essere impietosamente disteso, fino a che non iniziai a sentire delle dolorose fitte, simili ad un crampo, che mi lasciarono per un istante senza fiato.

“Il cuneo!” realizzai con sgomento, ripensando a quel mostruoso oggetto di gomma nera simile ad un piccolo proiettile d’artiglieria che una volta avevo intravisto. Per quel che mi ricordavo, ad occhio la parte più larga doveva avere un diametro di una decina di centimetri, una misura che pensavo fosse decisamente al di là delle mie possibilità.

Dagli spasmi e dalle tremende fitte che mi inviava giudicai arbitrariamente che il mio sfintere dovesse aver raggiunto il massimo delle sue capacità di dilatazione, e mentalmente implorai Madame di smettere. La supplica era quasi sul punto di sfuggirmi dalle labbra (colpa gravissima che mi sarebbe costata un castigo tremendo) quando Madame mi rassicurò dicendo “manca poco Syuzee, ancora un piccolo sforzo.”

Mentre con una mano Madame continuava a spingere e ruotare quell’oggetto infernale, cercando con teutonica ostinazione di farlo entrare a tutti i costi, con l’altra spruzzò una abbondante dose di lubrificante, probabilmente sperando che fosse sufficiente a far superare al mostro nero l’ultimo ostacolo. Tutto inutile.

“Non ce la faccio più, bastabastabasta!!” gridai – rigorosamente all’interno della mia testa. Impercettibilmente mi mossi in avanti per ridurre quella terribile pressione. Madame se ne accorse immediatamente, e sibilò: “stai ferma e piega le braccia, stupida!” Impaurita, eseguii immediatamente poggiando una guancia sul freddo pavimento.

Il mio sedere adesso era bene in alto, perfettamente esposto, e non c’era più alcun modo per me di sfuggire. Gettai un fugace sguardo all’indietro, ma l’unica cosa che potei vedere era un sottile filo, trasparente e vischioso che dondolava dalla punta del mio pene, ridotto ai minimi termini.

Il cuneo era sempre piantato saldamente dentro di me, determinato ad andare fino in fondo, con Madame che non gli permetteva di uscire nemmeno di un millimetro. La mia Padrona iniziò quindi a spingere con rinnovato sforzo. “Spingi con l’addome! Come quando caghi, du verdammte Idiot!” intimò, spazientita. L’unico pensiero che riuscivo a formulare era che tutto finisse il più in fretta possibile, per cui mi sforzai disperatamente di ubbidirle.

Presi un grosso respiro e spinsi con l’intestino, spinsi come non avevo mai fatto prima, e proprio quando credevo che mi sarei lacerata in due, sentii il cuneo entrare finalmente - tutto - dentro di me (era la mia immaginazione o ne avevo sentito il rumore?), sentii il mio povero sfintere pulsante e dolorante richiudersi con improvviso sollievo – ma non completamente – attorno alla sua base scanalata.

Guuut!” mormorò dolcemente Madame, mentre con alcuni ultimi tocchi aiutava il cuneo ad accomodarsi per bene nel mio intestino, le cui pareti si erano ormai arrese all’intruso e cedevano dolcemente per fargli spazio. Una nuova, straordinaria, eccitante sensazione di pienezza cominciava a farsi strada dentro le mie viscere, qualcosa che nessun dildo mi aveva mai dato prima.

Mi sorpresi a pensare che il mio corpo si era adattato perfettamente a quell’enorme e prepotente massa di gomma, anzi la rivestiva proprio come un guanto, come se fosse sempre stata lì. Sembrava la cosa più naturale del mondo.

Provai un po’ di vergogna per come mi ero comportata, al pensiero di aver cercato di disobbedire a Madame. Ma allo stesso tempo mi sentivo anche incredibilmente orgogliosa, per essere riuscita ad accogliere completamente in me quella creatura mostruosa. Ormai il più era fatto.

Madame attese alcuni istanti in modo che io riprendessi fiato (e, sospettai, quasi certamente per dare a lei il modo di ammirare il cilindro di gomma nera e lucida che mi separava le natiche), poi ordinò: “posizione sette!” Sollevai il busto piegando contemporaneamente le ginocchia, finché non mi ritrovai seduta con le cosce appoggiate ai polpacci e il sedere sui talloni.

Sempre dietro di me, Madame poggiò le sue mani sulle mie spalle e spinse verso il basso, una mossa che mi fece aprire i talloni e appoggiare il sedere direttamente sulle piastrelle. Sentii un chiaro rumore di risucchio: il cuneo doveva possedere una ventosa alla base, che adesso lo faceva aderire al pavimento.

Provai a muovermi delicatamente e ne ebbi la conferma: il cuneo era diventato tutt’uno con il pavimento, e rifiutava di muoversi. Nel contempo anche il mio sfintere rifiutava di aprirsi (anzi, si avvinghiava ancora di più al gommoso invasore), tenendomi agganciata inesorabilmente al pavimento. Ero impalata, nel senso letterale del termine.

Iniziai ad avere un po’ di timore al pensiero del momento in cui avrei dovuto svellere quella mostruosità dal mio intestino. Cosa avrei fatto? L’uscita minacciava di essere anche più dolorosa dell’entrata… (cosa che in effetti fu, ndr). In maniera stupida e irrazionale mi chiesi se avrei potuto convincere Madame a rimandare il momento, e di quanto.

Quanto si può sopravvivere con il sedere completamente otturato? Un giorno? Due giorni? Forse qualcosa di più, a non mangiare… con un brivido mi venne in mente una storia che mi avevano raccontato, di un tale che era stato colto da vomito fecale, brrrrr!!!

Però la sensazione del cuneo piantato dentro di me, che mi teneva fissata come una gigantesca vite al pavimento, era ormai diventata piacevole, anzi era qualcosa di cui mi sarei separata a malincuore, e mi resi conto che il dolore che avrei provato nel farlo uscire non sarebbe stato l’unico (e nemmeno il principale) mio motivo di rimpianto…

Ben presto Madame mi distolse da queste fantasie. Afferrò una gag, e dopo avermi fissato l’anello di metallo gommato dietro ai denti, la allacciò stretta alla base della nuca. Istintivamente chinai la testa lievemente all’indietro, per impedire alla saliva di colare fuori dall’apertura circolare.

“Syuzee, cosa ne è stato della mia proposta?”

Trasalii. Qualche tempo prima Madame mi aveva confidato che era suo desiderio iniziare al più presto con me i “giochi d’acqua”. Al momento non avevo afferrato, pensando stupidamente che si trattasse di fare sesso in piscina (!). Vedendo la mia espressione un po’ bovina, Madame – che non aveva di certo peli sulla lingua – aveva chiarito nei minimi dettagli: “Desidero che tu incominci a bere orina – lo disse proprio così, orina con la “o” – la mia oppure quella di Gretchen, non importa, e in grandi quantità.”

Gretchen era il nomignolo che lei aveva dato al marito quando impersonava la sua altra schiava travestita e che a volte partecipava ai nostri giochi, come ad esempio proprio quel giorno. Il patto era chiaro, come del resto era già successo in passato in altri casi in cui Madame aveva – giustamente – ritenuto che io potessi essere un po’ recalcitrante. Prendere o lasciare. Se avessi accettato, la storia sarebbe continuata; viceversa, Madame mi avrebbe mollata e non sarei mai più stata la sua schiava. “Fammi sapere quando ti sentirai pronta.”

Avevo riflettuto parecchio sulla questione, cercando di valutare i pro e i contro. All’epoca non c’era ancora internet, e le informazioni su questo tipo di giochi non erano esattamente disponibili dovunque. Sapevo da tempo – per averlo letto nella rubrica “lettere al dottore” di un giornalaccio, dal barbiere – che bere la pipì non era nocivo, a patto che il “donatore” fosse sano – e Madame lo era di sicuro. Tuttavia trovavo l’idea in se troppo ripugnante. Anche se di cose ripugnanti con Madame ne avevo già fatte, e parecchie.

Avevo provato a chiedere l’opinione di alcuni amici, come se si trattasse di uno scherzo, ma in risposta avevo ricevuto una serie di sghignazzate e sfottò di cui mi vergognavo ancora. Come estrema soluzione, nella solitudine del mio bagno avevo riempito un bicchiere con la mia stessa pipì, ma non ero riuscita nemmeno ad avvicinarlo alle labbra per lo schifo.

Però l’alternativa era quella di perdere Madame, per sempre. Per sempre. E sapevo che lei non scherzava su questo punto. Una volta avevo visto il suo precedente schiavo, “licenziato”, implorare per un pomeriggio intero davanti al suo citofono, senza esito. Ero disposta a perdere tutto questo?

Avevo sperato che, lasciando passare un po’ di tempo, forse Madame se ne sarebbe dimenticata. Beata speranza, il momento invece era giunto. In un lampo, riflettei: con i suoi – pur scarni – complimenti la Padrona mi aveva dimostrato senza alcun dubbio di essere soddisfatta di me per come avevo “accolto” il cuneo, e adesso non mi andava proprio di rovinare tutto e deluderla con un rifiuto. Inoltre, sentivo dentro di me la sensazione che avrei potuto far bene anche questa cosa.

“Qual è la risposta, Syuzee?” Presi coraggio e annuii impercettibilmente con il capo, vergognandomi. “Come dici?” sorrise maliziosa. Persi ogni residuo di dignità e ripetei il gesto, stavolta con molto più vigore. “Bene,” commentò Madame, mentre le si allargava sul viso un ghigno tra il compiaciuto e il crudele. Sentii il mio viso avvampare di vergogna.

Madame si accovacciò di nuovo, e mi legò ciascun polso alla relativa caviglia con delle fasce di cuoio. Il busto che indossavo mi bloccava addome e torace, polsiere e cavigliere mi tenevano immobilizzata, mentre il cuneo mi riempiva e mi teneva cementata al terreno. La bocca era tenuta spalancata dalla gag. Non avevo scampo. E io che mi ero illusa che il cuneo sarebbe stata la parte più difficile della giornata!

Avrei dovuto sentirmi impaurita e nauseata per quello che di lì a poco sarebbe successo, e invece iniziai ad avvertire un familiare pizzicorino alla base del mio glande, segno che in fondo l’idea probabilmente mi stava iniziando a piacere. “Ommioddio, ti prego non farmi venire proprio ora!” E’ incredibile come nell’SM si possa passare dalla ripugnanza più totale ad una dipendenza altrettanto totale, e io lo sapevo bene!

Madame ebbe il tempo per un ultimo vezzo, rinnovarmi il velo di rossetto sulle labbra serrate attorno all’anello della gag, prima di ordinare: “Gretchen, fai come abbiamo stabilito.”

Cooosa? Come abbiamo stabilito?!? La stronza lo sapeva, la dannatissima stronza lo sapeva già che avrei accettato e si era messa d'accordo!!! Maledizione, io avevo passato delle giornate d’inferno ad analizzare la sua proposta, a cercare di farmela piacere, a combattere la sensazione di schifo, e lei invece sapeva in anticipo cosa avrei risposto! Evidentemente lei mi conosceva meglio di me stessa…

Gretchen, anche lei (tra)vestita di tutto punto, fece qualche passo sui tacchi alti e si mise proprio di fronte a me. Sapevo che era gelosa e che non perdeva occasione per cercare di mettermi in cattiva luce e farmi dei dispetti, e anche adesso - non vista da Madame – mi indirizzò una smorfia di scherno.

Poi abbassò le mutandine di pizzo, e liberò il suo uccello davanti alla mia faccia. Pur avendo una mezza erezione, si trattava di un coso piccolo, molto più piccolo del mio, decisamente ridicolo. Tanto che, come facevo spesso, iniziai a sfotterla mentalmente e la cosa un po’ mi rinfrancò.

Forse Gretchen intuì i miei pensieri, o forse vide un’espressione ironica passare per un istante sul mio volto, ma quando mi afferrò la testa tra le mani, e lentamente iniziò a tirarla a se, la sua presa aveva una decisione poco adatta ad una slave e che sapeva molto di vendetta.

Era evidente che avesse fatto qualche prova in precedenza, perché il diametro dell’anello della gag si adattava perfettamente alle dimensioni del suo cazzo, che un centimetro alla volta invase la mia bocca finché il suo ventre non appoggiò sulla punta del mio naso, solleticandola con la peluria biondastra del pube. Le mani si spostarono ora dietro la nuca, afferrandomi saldamente e impedendomi ogni possibilità di ritirata, a suggellare questa unione perversa della quale iniziavo a pentirmi.

Sentivo la sua cappella gonfiarsi e sfregare sul mio palato; non mi dava fastidio, perché le sue dimensioni ridicole non gli permettevano di andare più in profondità e indurmi ad avere dei conati (come le sarebbe piaciuto riuscirci!). Un cazzo di dimensioni almeno normali ce l’avrebbe fatta, pensai. Però, ormai era fatta. Pisello corto o no, da un momento all’altro Gretchen avrebbe iniziato a scaricarsi, e io – non lei – avrei dovuto mandare giù tutto.

“Ora!” impose Madame. Gretchen liberò un getto caldo e impetuoso, che – pur essendo atteso – mi colse alla sprovvista, e solo un enorme sforzo di volontà e orgoglio mi impedì di tossire e sputare via quel liquido sgradito. Il getto giallo (così lo immaginavo) mi colpì il fondo della gola, e iniziò a scendere nello stomaco, aiutato in questo dai singulti che ben presto avevo iniziato a fare nel timore che mi andasse di traverso e restassi soffocata.

La cosa curiosa era che non avvertivo nessun sapore. Il getto cadeva ben dietro la mia lingua, e – grazie al cielo, pensai – non riuscivo a sentirne il gusto. Potevo avvertire l’odore però, un odore forte e pungente, un po’ aspro, un po’ amaro, con un vago retrogusto di… di che cosa?

Non riuscivo a capire… Oh mio dio, realizzai con sgomento, è l’odore che esce dai vespasiani, oh no, no, NO! Questa cosa puzza di cesso pubblico, e io la sto bevendo tutta, sono qui, vestita da troia e inchiodata da un coso enorme nel culo e la sto ingoiando, proprio come un cesso, va giù e non posso farci niente, ohhhh…

Adesso dovrei dire che la cosa non mi piaceva, che la detestavo, che mi rivoltava. Dovrei raccontare che mi ribellai, scuotendo la testa per farla finire. Ma non fu così. La verità è che si trattò di una cosa talmente degradante, lurida, perversa, enorme nella sua sconcezza che sommerse e fece a pezzi tutte le mie barriere, facendomi letteralmente impazzire di voglia. Smisi di pensare in maniera coerente, e venni presa dalla frenesia.

Non appena mi ero resa conto, in un angolo della mente, che il sapore non era poi così terribile, avevo iniziato a succhiare più forte che potevo, per quel poco che mi consentiva la gag, e ad ingoiare in maniera convulsa, per avere quanto più possibile di quello sporco liquido dentro di me, per cercare di succhiare via da Gretchen, assieme alla sua amara linfa, anche tutta la sua cattiveria. Il mio pene vibrava come un diapason, e sarebbe bastato sfiorarlo leggermente per farmi avere un orgasmo devastante.

Sarebbe stato sufficiente anche il pericoloso contatto con le autoreggenti che indossavo, e per questo motivo mi guardai bene dal compiere qualunque tipo di movimento che avrebbe potuto causare una tale catastrofe. Chiusi gli occhi e mentre Gretchen si svuotava dentro di me, iniziai ad accarezzarle con la lingua la base del pene, cullando la segreta e impossibile speranza di farla sborrare, di modo che Madame poi la punisse. Ma poi sarei stata in grado di mandare giù anche quella?

Tra un sorso e l’altro, con la punta della lingua cercai il rigonfiamento dell’uretra lungo l’asta, chiedendomi leziosamente se sarei riuscita a controllare – o addirittura a interrompere – il flusso di urina, sempre per mettere in difficoltà Gretchen. Quella stronza sembrava pisciare come una maledetta fontana, non la smetteva più, e io mandavo giù tutto con brevi e veloci sorsate, tra un respiro e l’altro. Quante birre ti sei scolata Gretchen, brutta troia, per farmi questa cosa? Spero un giorno di restituirti il favore…

Sentivo lo stomaco riempirsi, dandomi una perversa sensazione di sazietà e facendomi aderire ancor più strettamente al corsetto. Pensai: “oddio, speriamo di farcela a mandare giù tutto!” Fu a questo punto che, come per in risposta al mio richiamo mentale, Madame passò al comando, afferrando la base del pene di Gretchen con due dita e “chiudendo il rubinetto”. La costrinse ad arretrare di qualche centimetro, di modo che il suo glande era adesso adagiato nel centro esatto della mia lingua, e permettendomi per alcuni istanti di tirare il fiato.

Poi, improvvisamente, allentò la pressione, e un rivolo dapprima leggero, poi più consistente di piscia calda tornò di nuovo a fuoriuscire. Solo che stavolta la potevo assaporare in tutta la sua pienezza! Ma in qualche modo mi ero ormai assuefatta, forse per via di tutto quell’odore che avevo già respirato dall’interno, che mi era risalito dalla gola mentre il liquido scorreva verso la mia pancia.

Per cui adesso che il sapore era veramente terrificante, aspro, amaro e rivoltante, bevevo senza alcun ritegno l’urina di Gretchen, come se fosse acqua fresca per un’assetata, lasciando che si accumulasse un po’ per assaporarla e poi ingoiandola in un colpo solo, senza vergogna, senza rancore, anzi sperando segretamente che ce ne fosse sempre dell’altra…

Madame osservava e studiava le espressioni che passavano sul mio viso da distanza molto ravvicinata, le dita sempre alla base della sorgente del mio godimento a regolare giocosamente il getto, e in un unico – unico – istante in cui osai allacciare il mio sguardo al suo, vi vidi riflessa la mia stessa lussuria.

Contemporanemante dalle profondità del mio stomaco, dove il liquido di Gretchen si stava accumulando sorso dopo sorso come un piccolo, caldo, intimo lago sotterraneo, si face largo risalendo un alito d’aria che portava con se qualche goccia del suo acido contenuto ma che, soprattutto, aveva il tremendo, degradante odore che stavo iniziando ad amare.

domenica 21 agosto 2011

Shibari for beginners



N.b. Se sei un amante dello shibari è meglio che non leggi... o forse sì.

Nel SM (come in tante altre cose del resto) non bisognerebbe mai dire mai. Ci sono alcune "pratiche" che non ho mai provato, in generale si tratta di quelle che trovo inutili, poco stimolanti oppure eccessivamente pericolose. Una di queste era lo shibari, l'antica arte giapponese della legatura.

Devo essere onesta: ho sempre ritenuto lo shibari una cosa insulsa e, per di più, praticata da fanatici sbarellati per filosofie orientaleggianti. Devo ammetterlo, mi sbagliavo in pieno, e agli shibaristi (si dice così?) porgo le mie più profonde scuse. Mai dare giudizi avventati.

Il tutto è nato quando, qualche giorno fa, per caso ho trovato su internet una bellissima vignetta in Japan-style che illustrava come fare da se uno shibari di livello da vera principiante. Un po' per la passione che ho per i fumetti, e un po' per il fatto che la cosa sembrava abbastanza semplice, mi è venuta voglia di provare.

Mi sono armata di una buona lunghezza di corda, e ho cominciato. Devo ammettere che, siccome in fondo in fondo non ci credevo molto, sono stata un po' tirchia nella scelta della corda, ne ho presa una - i puristi a questo punto inorridiranno - in polipropilene rosso, per la modica cifra di 3,20 euro per 60 metri.

Riporto qui di seguito i passaggi (traduzione e commenti miei):










Alcune considerazioni della sottoscritta principante: la corda in polipropilene era troppo rigida, e difficile da annodare (ovviamente, qualcuno dirà). Credo che una corda più morbida e di diametro leggermente inferiore (la mia era di 4 o 5 mm.) sarebbe meglio, ma a questo punto dichiaro la mia ignoranza e lascio campo libero ad un eventuale esperto che volesse proporsi. I sette metri indicati nel fumetto sono stati, per me, molto ma molto insufficienti. Non sottovalutate la quantità di corda "consumata" da nodi e giri vari.

Nota sulle immagini: per quanto io abbia provato a cercare, non sono riuscita a trovare chi ha disegnato questo fumetto (se cercate "shibari" su google immagini lo trovate pubblicato in molti siti, e in alcuni è anche a colori). A questo ignoto disegnatore - o ignota disegnatrice - va tutta la mia stima.

Cosa aggiungere? L'esperienza - per quanto di livello molto basso, lo ammetto - mi è piaciuta molto. La sensazione di costrizione (per niente scomoda) prodotta delle corde era molto sensuale, specialmente gli occasionali "strizzamenti" causati nei vari punti dai normali movimenti del corpo (compreso uno, inaspettato e dolorosissimo, al perineo durante un piegamento del busto). Eccitante!

Purtroppo credo che sarà difficile per me proseguire su questa strada, lo shibari fai-da-te ha dei comprensibili limiti e serve per forza un "maestro di corde". Volonteroso.

Un saluto dalla vostra Syuzee.


Aggiunta del 12/09/11:
Non molto tempo dopo la pubblicazione di questo mio post è arrivata la notizia della morte di una ragazza e il ferimento grave di un'altra nel corso di un gioco - finito molto male - in cui erano coinvolte delle pratiche shibari. Non desidero entrare nel merito di questa vicenda, salvo esprimere (per quel che vale) il senso di dolore e smarrimento che essa mi suscita.

L'emozione che questa notizia ha trasmesso al mondo (sia "reale" che SM) è fortissima, tanto che ha suscitato profonda commozione e ampi scambi di vedute - che purtroppo sono sconfinati anche in polemiche, inutili distinguo e sciacallaggi. Non desidero associarmi a questo circo, tuttavia non posso nascondere il fatto che questa vicenda mi ha turbato parecchio.

Come ho detto qui sopra, sono totalmente inesperta di shibari; tuttavia nella mia inesperienza ritengo che la legatura che ho esposto qui abbia un potenziale di rischio molto basso. Un po' la differenza che passa tra un petardo e una bomba H. Tuttavia, come del resto per qualsiasi attività umana, il rischio non è eliminabile al 100%.

La mia amica Manuela invece ha partecipato ad un corso di Shibari tenuto da un professionista, e mi ha raccontato di come il tema della sicurezza sia fondamentale; ad esso va dedicata parecchia attenzione, perché una legatura fatta male può causare danni gravi e permanenti. La storia recente lo dimostra.

Riassumo le raccomandazioni di Manuela nei quattro punti che seguono, che vi prego di leggere attentamente se decidete di accostarvi al mondo dello shibari (ma in generale valgono sempre):

1) Corde e nodi possono essere infidi, ed è possibile che in un momento di emergenza siano impossibili da sciogliere. In questo caso forbici e coltelli possono essere inefficaci o addirittura pericolosi specie se la bondagetta, anziché svenuta, è presa da un attacco di panico: il rischio di tagliare vene o arterie è altissimo. L'unico oggetto utile in caso di taglio rapido è un paio di cesoie da giardinaggio: affilatissime, hanno una punta arrotondata che permette di infilarle a contatto della pelle senza provocare neanche un graffio.

 2) Il breath control, una pratica che a volte è associata allo shibari o al bondage, dev'essere fatto sempre in TOTALE SICUREZZA; molti fan della miscela soffocamento/autoerotismo sanno benissimo che se qualcosa va male (ad es. se lo sgabello dove hanno simulato l'impiccagione scivola, oppure in caso di svenimento) la sega finisce in suicidio. La fine di David Carradine ce lo insegna.

3) Il bondage, lo Shibari, sono cose da non improvvisare. E' consigliabile seguire un corso - se ne tengono di periodici - in modo da sapere esattamente ciò che si sta facendo.

4) MAI FARE SESSIONI DI QUALSIASI GENERE SOTTO L'EFFETTO DI DROGHE O ALCOOL: la vigilanza e l'attenzione devono essere le stesse di un pilota di caccia o di un astronauta (e questo vale per tutti i partecipanti, indipendentemente dal ruolo). Non improvvisiamo degli scenari complicati solo perché li abbiamo visti in TV.

Desidero aggiungere una piccola postilla: in questo blog certe volte tratto argomenti "seri" con quella che apparentemente può sembrare "leggerezza"; vorrei chiarire che il mio non è mai un invito ad essere incoscienti o azzardati. Tenete presente questi consigli, e usate prima di tutto la testa.

venerdì 5 agosto 2011

Sorci


Ho letto un libro in cui viene descritto cosa sucederebbe al mondo se l'uomo scomparisse. Il genere umano, intendo. Di colpo, all'improvviso. Puff! I primi a risentirne sarebbero i sorci. I topi, i ratti. Ci credereste? Sono gli unici che per vivere dipendono completamente da noi, senza gli uomini non potrebbero sopravvivere. Niente più cibo e rifugio. Cani e gatti tornerebbero selvatici, e ce la farebbero comunque; i topi no.

E allora ho pensato: immagina se noi, persone comuni, anonime, scomparissimo all'improvviso. Noi che formiamo il 99% del genere umano, i non eletti. Ecco che tutta una serie di personaggi inutili che campano su di noi inizierebbero a morire di fame. Parlamentari, calciatori, ministri, veline, religiosi, presentatori, prezzemoline, attorucoli, stilisti, vips e star, proprietari di locali alla moda, capitani d'industria... tutta gente che non sa di dovere a noi plebei la propria fortuna, ma che anzi ci snobba solennemente...

Nelle loro ville in Sardegna, nelle loro suite in esclusivi hotel della Florida, sui loro yacht chilometrici, ormai irrimediabilmente vuoti e inutili proprio come loro stessi, si guarderebbero negli occhi l'un l'altro con sgomento, dicendo: "e adesso?" E si renderebbero conto finalmente di essere dei parassiti.