martedì 24 dicembre 2013

Il racconto di Natale



Ai tempi d'oro tutta la famiglia, quella "allargata", si ritrovava per le feste comandate a casa dei nonni. A Natale, il piatto forte era la tacchina ripiena, una specie di mostruoso essere antidiluviano che mia nonna iniziava a preparare il giorno prima, riempiendola con cinque/sei chili di ripieno. Il giorno di Natale, quando arrivavi a casa dei nonni, il profumo della tacchina - che cuoceva in un'enorme pentola fatta apposta per lei e che veniva usata solo una volta l'anno - ti accoglieva come un vecchio amico dimenticato ma poi ritrovato, con la promessa di un pranzo tanto atteso quanto succulento.

Mio nonno, che aveva sulle spalle una guerra mondiale e due anni di campo di prigionia, provava un piacere da patriarca dell'antico testamento nel vedere la sua numerosa discendenza - eravamo più di trenta persone - radunata sotto il suo tetto, e passava la mattinata a mettere sul giradischi i suoi 45 giri - sempre gli stessi - nel salotto buono che, custodito gelosamente chiuso e nella penombra per tutto il resto dell'anno, veniva finalmente aperto per la grande occasione, la tribù radunata.

Poi si pranzava; da quando ho ricordi, a casa dei miei nonni c'è sempre stato ogni ben di dio, e trattato con quel rispetto che i nostri nonni avevano per il cibo, il rispetto di chi aveva visto la fame vera e nera, e le privazioni. C'erano pasta al ragù, ravioli alla panna, risotto nero, e poi l'animale preistorico ripieno, la tacchina, con le sue fette bianche e fumanti, il suo ripieno gustoso e compatto.

Il pomeriggio passava tra le chiacchiere delle donne, i giochi di noi cugini, e le interminabili partite a carte dei grandi, il tutto sgusciando e mangiando noci, mandorle e nocciole. C'era sempre, in un angolo della camera da letto, una pila di riviste - Oggi, Gente, Epoca - che mia nonna leggeva nei ritagli di tempo, e che leggevo anch'io quando avevo un attimo di relax. Le storie erano sempre le stesse, declinate in cento modi diversi: il piccolo Alfredino caduto nel pozzo, l'attentato al papa, i due turisti italiani arrestati e detenuti in Bulgaria, il matrimonio di Lady D e il principe Carlo. Storie di vippettini e vippettoni del tempo che fu, e anche storie di gente comune, oggi dimenticate o quasi.

Fu lì che, un natale, lessi la storia di un santone, un guaritore, un curandero brasiliano che, operando a mani nude e senza lasciare ferite o cicatrici, toglieva dal corpo delle persone tumori e calcoli. C'era un articolo dettagliatissimo, e anche le foto: era tutto così vero, così autentico che la credulità di un adulto non troppo sgamato avrebbe forse potuto essere messa alla prova, mentre un ragazzino di dieci anni non poteva in alcun modo dubitare.

A casa, a Milano, c'era una famiglia che abitava nel mio stesso condominio, una famiglia di gente semplice, lui operaio, lei operaia, due figli con i quali qualche volta avevo giocato ma non troppo perché erano un po' più grandi di me. Io sapevo, tutti sapevano, che la mamma era ammalata di cancro; la vedevamo certe volte, bianca come uno straccio e con un foulard in testa, andare via in macchina col marito a fare la chemio e per me all'epoca era una cosa enorme dover pensare che una mamma potesse ammalarsi così, che due bambini potessero restare senza la loro mamma in quel modo. Strappai quella pagina della rivista che parlava del curandero e la conservai, per portarmela a casa; l'idea era di mostrarla a quella famiglia e fare in modo che si mettessero in contatto con il santone, che quella mamma potesse essere curata.

Non ricordo bene perché poi non ne feci niente. Forse all'improvviso mi era sembrata una cosa stupida, forse dentro di me avevo già subodorato la truffa e poi non avevo una grande intimità con i due figli, e parlare della mamma malata era un tabù. E alla fine un pomeriggio vidi quello che rimaneva di quella famiglia tornare dal funerale, il marito con un'aria stordita e incredula, i figli con le facce di cemento e gli occhi rossi. Non piangevano, nessuno di loro, e mi sembrò una cosa strana. Da allora ho imparato che se la malattia ti porta via qualcuno puoi avere hai molto, troppo tempo in cui diluire la sofferenza e piangere le tue lacrime, ma non è che soffri di meno.

In maniera del tutto assurda e irrazionale, quella piccola storia mi lasciò in corpo per moltissimo tempo il senso di colpa per non aver fatto niente, per non aver impedito quella morte, io che credevo di avere la soluzione in mano - il curandero - e avevo taciuto. Non molto tempo dopo il padre e i due figli traslocarono - probabilmente uno stipendio solo non bastava per quella casa - e di loro non ho saputo più niente. Non vedendoli più venne anche a mancare la prova tangibile - il loro muto dolore - del mio "misfatto", e pian piano dimenticai, anche se non proprio del tutto.

Fino a quando un giorno, in televisione, non mostrarono la truffa smascherata di questi ciarlatani che tengono in mano sassi e visceri di pollo, e fanno solo finta di operare dei poveri cristi disperati che non hanno alcuna speranza. Ricordo che mi è ritornata in mente la storia di quella famiglia, e di come avevo patito per quella mia presunta colpa, e ho provato una rabbia fortissima, quella che continuo a provare quando mi imbatto in persone che si approfittano degli altri, specialmente di chi ha bisogno. Ma adesso sto divagando.

Il fatto è che quella sensazione di colpa, di impotenza di fronte a che soffre e sta male ce l'ho anche oggi, specie se chi viene colpito dal fulmine è una persona a cui tengo, però lontana. Lontana abbastanza da non poterla abbracciare, così lontana da poter solo dire "ti abbraccio", ma poi da non poterlo fare. Ultimamente tra le mie amicizie - e per amicizie intendo le persone a cui voglio veramente bene - un po' per la crisi, un po' per il tempo che continua inesorabilmente a passare, sono pochi coloro i quali non sono stati toccati da un dolore o da una difficoltà grave.

La cosa che mi sgomenta di più è, appunto, quel senso di impotenza che mi prende, la consapevolezza di non poter offrire altro che un contributo veramente minimo, e per di più a distanza. Non sono mai stata brava a parole con il dolore, né il mio né quello altrui, ho sempre preferito "buttarla sul fisico" e stringere, abbracciare. Ma se una persona non la puoi abbracciare di persona, se temi che le parole di consolazione possano solo suonare solo come vuoti suoni, se non credi più nemmeno in dio e non puoi avere né offrire il conforto della fede e della preghiera, cosa ti resta?

Non nascondo il fatto che, il più delle volte, mi ritiro in un mutismo che può sembrare indifferenza (ma non lo è di certo), per paura di infastidire, di toccare un tasto dolente. Ma mi ritrovo, molto spesso, a pensare a loro, e se dico "ti penso tanto" non è una bugia o una frase fatta. Forse vale come preghiera laica, o forse no, non ne ho idea. Bisogna che comincio ad imparare come si fa.

martedì 1 ottobre 2013

♥ Safe and Sound

Safe and Sound
di Syuzee (2013)

   “Syuzee, mani dietro la schiena!” ordinò Miss Alexa alla sua schiava trav, ammanettandole subito dopo i polsi allo schienale della sedia. Un rapido sguardo le assicurò che tutto era al suo posto: la ball gag era perfettamente allacciata, il torso dritto e strizzato dal bustino, gambe leggermente divaricate… si prese alcuni secondi per sistemare le balze delle autoreggenti della sua slave, passandosi involontariamente la lingua sulle labbra.

   La garza sterile appoggiata sul tavolino reggeva quattro strumenti di lucido metallo scintillante, quattro oggetti che sembravano partoriti da una mente aliena.

   Il primo era un piccolo e corto tubicino di metallo, leggermente corrugato, fissato per mezzo di una staffa ad un anello metallico. La sua funzione era facilmente intuibile: penetrare in uno degli orifizi della sua slave, un piccolo orifizio che normalmente non era fatto per essere penetrato… "come tutti gli altri, del resto," pensò sogghignando. Soppesò l’oggetto con la mente per alcuni istanti, poi lo scartò. Troppo piccolo, voleva iniziare con qualcosa di più sostanziale, che la sua slave avrebbe “sentito” di sicuro.

   Il secondo oggetto prometteva di essere più interessante. Era composto da una sorta di puntale arrotondato di circa 1 cm. di lunghezza, seguito da una fila di perle metalliche – una piccola, seguita da una grande, poi di nuovo piccola, e così via – dieci perle in totale, e poi un terminale (collegato dalla solita staffa al solito anello) impreziosito da una pietra bianca sul fondo. “Questo è proprio quel che ci vuole,” pensò Alexa, infilando i guanti sterili. Prese il flacone di lubrificante in una mano e l’oggetto – la sonda – nell’altra e si avvicinò sogghignante alla slave.

   “Ma guarda un po’, ti piace la situazione, eh?” commentò sarcastica, osservando un certo grado di erezione, ben evidente, nel pisello della slave, certamente un effetto dell’immobilizzazione. "Che gran porca," pensò. Tanto meglio: per quel che aveva in mente il pisello le serviva bello duro.

   Si inginocchiò davanti alle gambe semiaperte della slave, e lasciò gocciolare una dose generosa di lubrificante sulla lunghezza della sonda metallica. Subito dopo afferrò con vigore l’organo della sua slave, e con pochi, sapienti movimenti lo portò al giusto grado di durezza. Tenendolo saldo nel pugno, osservò il buchino roseo alla sua sommità aprirsi ed emettere una gocciolina di liquido perlaceo e vischioso, altro segnale di un’eccitazione ormai palese. Accostò la punta arrotondata della sonda sempre più vicino a quel tenero orifizio carnoso, mentre nel contempo il respiro della slave si faceva sempre più profondo.

   La punta del freddo metallo separò le piccole labbra rosee del buchino e iniziò a penetrare nella debole, cedevole carne. Lentamente il puntale lubrificato sparì all'interno dell’asta, mentre uno spasmo involontario percorreva il corpo di Syuzee. Poi fu la volta della prima sferetta, una di quelle piccole, che fece appena un po’ di resistenza prima di svanire anch'essa. Ora toccava ad una sfera di quelle grandi, e qui la cosa fu diversa. Il glande di Syuzee si rifiutò di ingoiare quell'oggetto freddo ed estraneo, opponendo una testarda resistenza.

   Alexa continuò a spingere, applicando una pressione ferma e costante sull'attrezzo, tanto che le labbra carnose che circondavano il buchetto si ripiegarono all'indietro, dilatandosi, per poi infine cedere allo spietato invasore con una specie di morbido contraccolpo e lasciarlo passare. La terza sferetta – di nuovo una di quelle piccole – oltrepassò la soglia in un lampo, la strada ormai aperta dalla sua sorella maggiore, e la quarta – grande – passò stavolta quasi senza opporre resistenza; la verga di carne era ormai vinta, violata, inesorabilmente deflorata.

   Alexa inserì al suo interno, lentamente, tutta la teoria di sfere piccole e grandi rimanenti, finché non fu il turno del terminale con il suo anello. Prima di passare all'ultima spinta si prese del tempo per osservare la sua slave. Il respiro era profondo e rapido e si poteva avvertire un leggero tremito in una gamba – l’inerme creatura era evidentemente ed inequivocabilmente sotto pressione – ma si poteva notare nel suo sguardo, reso muto dalla gag, un chiaro e preciso invito a proseguire.

   Il terminale, dello stesso diametro di una delle sfere grandi, iniziò a premere e premere, spinto alla sua base da un dito deciso e inguantato, e lentamente si fece strada anch'esso attraverso le tenere pareti di carne rosea, finché solo la pietra bianca rimase ad occhieggiare dal foro ormai chiuso.

   Aiutandosi con le dita Alexa fece scivolare l’anello di fermo a circondare la base del glande, bloccando la sonda al suo posto e imprigionando il membro della slave in una trappola inesorabile. Poi passò un dito su e giù lungo la base dell’asta, indovinando col tatto la serie di sfere e sferette che si celavano sotto la sua pelle liscia e tesa, indovinando il punto alla base dell'asta dove la sonda terminava, e strappando un gemito di piacere all'oggetto delle sue torture.

   Si rialzò, osservando soddisfatta un lavoro certamente ben fatto. Non riusciva a resistere a dare, ogni tanto, dei colpetti, delle spinte o delle giratine alla sonda, tanto era eccitante la vista del freddo e duro metallo annegato nella calda e morbida carne della sua slave. Particolarmente eccitante era spingere la pietra ben dentro il forellino, per vederla riemergere da sola poco dopo...

   Dopo un tempo che giudicò opportuno liberò il fermo ad anello lo agganciò con un dito, iniziando a tirare e ad estrarre la sonda, sfera dopo sfera, con un movimento fluido e lento, interrompendosi, invertendo la direzione e facendo entrare ed uscire la sonda più e più volte in un gioco perverso che faceva sobbalzare le sfere (e, di conseguenza, la slave) al ritmo del loro passaggio attraverso l'orifizio oramai non più stretto. I deboli mugugni che udiva provenire, semisoffocati, dalla gag le confermarono che dolore e piacere si stavano contendevano il possesso della della slave, e lei stessa ne poteva assaporare l'andamento sfiorando con le dita la base del palo di carne e sentendolo riempirsi e svuotarsi del duro metallo.

   Dopo l'ultima, finale estrazione osservò curiosa, meravigliata e trionfante il buchetto violato, rimasto ancora semiaperto dopo l’anormale intrusione, e si disse che “il ferro va battuto finché è caldo.”

   Prese il terzo oggetto dalla garza, una piccola, solida barra d’acciaio cromato del diametro di sei o sette millimetri, percorsa da piccoli intagli circolari ad intervalli regolari, e terminante con il consueto fermo ad anello.

   Un’altra dose di lubrificante e in un istante la barra iniziava a percorrere la via che era stata aperta dalla sua compagna, facendo sobbalzare Syuzee al passaggio di ogni intaglio. Stavolta l’inserzione fu regolare, fluida, quasi senza storia fino all'anello finale, il cui diametro leggermente inferiore rese l’operazione di bloccaggio un po’ più laboriosa.

   Con le nocche delle dita Alexa batté sull'uretra completamente riempita e tesa dal metallo, resa rigida da quell'insolito spiedo con cui aveva infilzato la parte più sensibile e intima della sua slave, e sorrise di compiacimento.

   Osservò di sfuggita la quarta sonda sulla garza, costituita da un puntale metallico cavo al termine di un piccolo tubo di gomma trasparente, e disse: “quella lì la mettiamo la prossima volta.” Già pregustando il momento in cui avrebbe potuto dolorosamente arrestare, con la semplice e leggera pressione di un dito, l’eiaculazione della sua slave…


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♥ Gozzilla e gozzillino

Gozzilla e gozzillino
di Syuzee (2013)

   Alexa amava variare il ritmo della sua cavalcata, renderlo imprevedibile, sinuoso, sussultante; e sapeva che la sua slave Syuzee amava essere cavalcata a quel modo. Il dildo agganciato al suo harness non era particolarmente grosso, giusto il necessario per “aprire” per bene la slave e prepararla per qualcosa di più consistente; però era lungo abbastanza per permetterle degli improvvisi affondi, veloci e prolungati, che strappavano invariabilmente un roco “ooooooh!” di meraviglia e godimento alla sua slave, sistemata convenientemente a quattro zampe davanti al suo pube che si muoveva avanti e indietro ormai da dieci minuti buoni.

   Quando non si produceva nei suoi eroici affondi, Alexa variava spinte lente e costanti, punteggiate dai sospiri profondi di Syuzee, a momenti di frenetiche e veloci pompate che producevano nella schiava un lamento spezzettato e singhiozzante.

   “Time has come” pensò Alexa, chissà perché, in inglese. Dopo un’ultima potente spinta si apprestò a svellere lo strumento dal corpo voglioso della slave. Syuzee ormai aveva acquisito uno speciale senso per lo strap-on della sua domina e indovinò subito le sue intenzioni, così che l’ultimo rantolo di godimento si spense in un piccolo lamento di delusione e sconforto. “Piccola viziosa, non ne ha mai abbastanza,” pensò Alexa con una smorfia ironica.

   “Che ne dici Syuzee, proviamo con gozzillino?” domandò retoricamente la Mistress, accennando ad un mostruoso fallo rosa che svettava maestoso sul tavolino lì accanto. Come il soprannome lasciava intuire, si trattava di un arnese gommoso di dimensioni preistoriche, della lunghezza di una bottiglia d’acqua e grosso come un mattarello. “Oh sì, Ale, ti prego!” fu la risposta spudorata della slave.

   Un’Alexa sogghignante smontò il dildo dall'harness, apprestandosi a sostituirlo con il suo fratello maggiore; l’operazione si rivelò un po’ difficoltosa a per via delle notevoli dimensioni dell’oggetto. E non si trattava nemmeno del pezzo più grosso in arsenale, esisteva infatti un attrezzo ancora più impressionante, scherzosamente  soprannominato gozzilla: un obelisco di gomma di un color rosa cupo, quasi beige, lungo come il precedente ma della grossezza di un piccolo pugno.

   Reggendo il pesante arnese di gomma con una mano, con l’altra la Mistress lo ricoprì meticolosamente con uno spesso e indispensabile strato  di lubrificante; lo puntò poi con decisione in direzione del sedere inerme della slave, il cui roseo sfintere rimasto ben dilatato pulsava ancora, quasi come un richiamo, per via del precedente assalto.

   Poggiò la punta del rettile sul morbido buco della slave, e con una leggera spinta delle reni affondò in un solo, plastico movimento l’intera cappella all'interno; poi iniziò a spingere con un movimento molto lento ma estremamente determinato.

   La resistenza del corpo della sua ansimante slave al pur lento inserimento di quel calibro fuori misura rendeva la pressione della base del dildo contro il suo pube estremamente piacevole.

   A tempo debito un aumento di quella stessa pressione le indicò chiaramente che il dildo era giunto a "fine corsa", alla fine del retto, e che la testa si era fermata contro la prima ansa dell’intestino. Si soffermò un istante, assaporando il momento e lasciandolo assaporare alla sua impalata compagna; poi retrocesse lentamente per pochi centimetri, per avanzare nuovamente con cautela subito dopo, come a prendere le misure.

   Era il momento più importante: la punta del dildo premeva in un punto delicatissimo del ventre della slave, una spinta leggermente (e pericolosamente) più forte le avrebbe procurato un dolore lancinante e forse qualche danno, ma lei sapeva bene come superare l’impasse. Afferrò con la mano la metà di gozzillino che fuoriusciva dal corpo di Syuzee e iniziò a farlo ruotare lentamente sul suo asse un po’ a destra e un po’ a sinistra.

   Il movimento ebbe l’effetto sperato, facendo insinuare lentamente la morbida testa del dildo sempre più in profondità, adattando e allargando la piega dell’intestino e raddrizzandola, finché il tubo delicato e carnoso si trasformò da una “L” che era in origine in una perfetta e accogliente “I”; l’evento fu sottolineato da un cedimento morbido e improvviso, che permise a gozzillino di procedere nuovamente per un lungo tratto.

   Sempre muovendosi lentamente, fermandosi a momenti, lasciandosi guidare dai respiri della sissy e dai movimenti del suo corpo, Alexa riuscì infine ad inserire completamente l’oggetto nella sua slave, facendo combaciare i grossi testicoli riprodotti nella gomma rosa con quelli ben più piccoli e pallidi di Syuzee; un inesprimibile senso di trionfo si impadronì delle due creature, allacciate in quel modo così profondo e perverso.

   Alexa allungò una mano sul basso ventre di Syuzee, infilandola sotto il corsetto e cercando tastoni un punto ben preciso; lo trovò e, premendolo delicatamente, riuscì ad avvertire la testa del grosso dildo che spingeva dall'interno sulla parete addominale! Quello stesso dildo che aveva raddrizzato i visceri della sua slave e la cui opposta estremità era saldamente connessa al suo osso pubico... con le dita poggiate sul ventre della slave poteva avvertire ogni minuscolo movimento, ogni minimo fremito che il suo pube impartiva al palo di gomma, e tutto questo dall'interno del corpo di Syuzee! La sensazione era strana, incredibilmente intima ed eccitante…

   Lentamente, sapientemente, iniziò un movimento alternato, aumentando gradatamente l’ampiezza delle oscillazioni fino a che la sua slave e il suo intestino ormai perfettamente diritto non furono in grado di ricevere l’intero gozzillino con un unico, armonioso, fluido movimento dalla punta della cappella alla base dei testicoli e ritorno, più e più volte, ogni volta facendo emettere alla slave un lungo, rauco lamento e un segreto, inconfessabile desiderio: "ancora! ancora!"

   L’ultima estrazione (salutata dalla solita manifestazione di disappunto della sua insolente slave – ah, se l’avrebbe pagata!) rivelò la presenza sul dildo di un sottilissimo, impercettibile filo rosso – una minuscola "perdita", del tutto normale data la sollecitazione decisamente insolita a cui i visceri della troietta erano stati sottoposti.

   Pur avendo lavorato la sissy ben in profondità gozzillino era anche abbastanza pulito, fatto spiegabile dalla minuziosa pulizia preparatoria a cui la zoccoletta si era sottoposta. Le piacevano le sissy perfettamente pulite, dentro e fuori.

   E poi la sua mano si allungò finalmente ad afferrare gozzilla.


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Aesopus celebres nuptias furis prope incolentis vidit


   Esopo assistette alle nozze solenni di un ladro che gli abitava vicino. Parenti e amici accorsero da ogni parte e facevano festa. Tutta la casa risuonava di canti. Esopo invece, preso da grande preoccupazione, subito cominciò a narrare:
   "Una volta il Sole desiderava sposarsi, e perciò le rane sollevarono un grande schiamazzo fino alle stelle. Giove, fortemente turbato dal tumulto delle rane, chiese il motivo della lagnanza. Allora un'abitatrice dello stagno rispose:
   'Ora un solo Sole', disse, 'prosciuga tutti i laghi e costringe le misere rane a trasferirsi o a soccombere alla morte nell'aridità. Che cosa avverrà dunque se metterà al mondo il di anche dei figli?'"

Meditate gente, meditate.

giovedì 8 agosto 2013

La mia notte en femme, part II



In un altro post ho pubblicato il racconto a fumetti della prima notte en femme di un'altra persona. Stavolta vi racconto della mia.


La mia notte fuori
di Syuzee, 2013

Ho letto spesso in passato i racconti, le esperienze di altre sorelline uscite per la prima volta en femme in pubblico. Le ho sempre lette con un mix di sensazioni così composto: tanta gioia (per il loro successo), una piccola dose di invidia (per non averlo io ancora fatto) e molta rassegnazione (per la consapevolezza che molto probabilmente non lo avrei fatto mai). E così sarebbe andata se non avessi conosciuto due Amiche, due Mistress che mi hanno letteralmente presa per mano, rassicurata e accompagnata nel mio debutto in società. Ma andiamo con ordine.

A fine 2012 ricevo l’invito di una amica, una Mistress Femdom, ad una serata fetish/bdsm in un club privé in un'altra città. Sento già dentro di me che anche stavolta finirà come al solito, e che non riuscirò a trovare il coraggio per andarci. La tristezza inizia a montare quando all'improvviso scatta qualcosa, come se una voce dentro di me mi ordinasse categorica: “Vai!! Cos'hai da perdere?”

Prendo il coraggio a quattro mani e do la conferma. Parteciperai? Parteciperò. Mi spingono soprattutto le rassicurazioni che mi danno la mia amica e un’altra cara amica toscana - anch’essa Mistress Femdom - le quali giurano solennemente di vegliare su di me (e saranno di parola: due amiche vere, di cui è giusto e pio in questa sede tacere il nome).

Inizia la corsa frenetica per approntare guardaroba, trucco e parrucco in previsione dell’evento. Con un leggero brivido vedo passare i giorni sempre più veloci, finché non arriva il fatidico venerdì. Partenza!

Se devo dare retta al proverbio “chi ben comincia è a metà dell’opera”, allora i segnali per una tragedia shakespeariana ci sono tutti. Arrivo nella città dell'evento nel primo pomeriggio, e inizio "bucando" clamorosamente l’appuntamento con la receptionist del residence che mi servirà da base logistica, con il risultato che passo due ore all'addiaccio (è inverno) in un parcheggio, quando invece dovrei essere in camera a sistemare il guardaroba e a prepararmi.

Alla cinque e mezza riesco finalmente a prendere possesso della stanza, mi fiondo in bagno e inizio frenetica i preparativi. Per colpa della fretta e dell’agitazione sbaglio tragicamente la lametta per la depilazione, con il risultato che al termine sembro Freddy Krueger: talloni, ginocchia e interno gomiti totalmente scorticati (e maledettamente brucianti).

Mi ficco dentro l’idromassaggio, ma devo aver messo troppo sapone e quella macchina infernale comincia ad eruttare una montagna di schiuma che straborda da tutte le parti. Sono lì che la combatto con la doccetta quando all'improvviso suona il campanello alla porta: sono le mie due Mistress-chaperon che mi devono aiutare a scegliere abiti e scarpe per la serata, in anticipo di mezz'ora!

Mi presento in uno stato pietoso: scorticata, bagnata fradicia, ricoperta di schiuma e avvolta da un asciugamano minuscolo, ma le mie amiche per fortuna non battono ciglio (devono aver visto di peggio). In quattro e quattr'otto la scelta è fatta, un bell'abitino nero, semplice e con lo scollo carré; camiciolina leggera trasparente sopra, scarpe di vernice nera Pleaser tacco 12 con tre cinturini.

Inizia la fase del make-up, sotto l’occhio vigile delle Mistress. Altra grana: il trucco della colla per nascondere le sopracciglia è un clamoroso fiasco. La colla (tipo Pritt) dovrebbe tenere giù quei maledetti peli e coprirli, ma quelli si ribellano e non ne vogliono sapere. Sembrano i cespuglioni di Madonna a inizio carriera. Evabbe'.

Una piacevole sorpresa invece il correttore per i pori del naso della Kiko: lo metto su e in un secondo ho il naso perfettamente liscio come non lo avevo più dalle elementari, e prende il fondotinta che è una bellezza. Il correttore occhiaie della Maybelline invece non ne vuole sapere di uscire dal flacone, faccio a meno anche di quello (ho scoperto in seguito che non ero stata capace di aprirlo bene).

Molto bello il nuovo fondotinta (Rimmel Match Perfection), copre molto bene il copribarba della Kryolan ed è veramente no-transfer (ho passato tutta la sera a toccarmi la faccia civettando e nemmeno una traccia). Cipria, blush, matita e rossetto, e sono pronta per le ciglia finte. Per gli occhi vorrei provare un trucco smokey eyes che ho visto fare su youtube, ma non c’è tempo; strappo la promessa alla Mistress toscana di farmi truccarmi da lei una volta giunte al privé, e inizio a vestirmi. Mi faccio l’appunto mentale di infilare in borsetta  le unghie finte presmaltate e preincollate, le appiccicherò dopo.

Sono praticamente pronta; indosso parrucca, scarpe (che fatica allacciare i sei laccetti con su il corsetto, proprio non ti riesci a piegare), piumino, borsetta a tracolla, e via. Noto che l’autoreggente destra è scesa un po’, per cui do un energico strattone alla balza e… mi resta in mano. Sento freddo alla fronte: in una frazione di secondo ho assunto un perfetto look da bagascia di infimo bordo, con una calza che penosamente inizia a penzolare libera sul ginocchio.

Non c’è più tempo! Recupero un paio di autoreggenti di ricambio, le indosserò nel locale… e dimentico sul comò le unghie finte. Mi toccherà affrontare il resto della serata con orribili mani da uomo...

Scendiamo in strada. La sensazione del vento freddo sulle gambe è insolita, eccitante: di solito porto i pantaloni, ecco cosa provano le donne vere quando escono a gambe scoperte, d'inverno... Dopo un veloce giro in macchina per la città buia arriviamo al parcheggio del locale e scendiamo: con i tacchi sfioro i due metri, e sono l’unica crossdresser della serata (che accoppiata vincente per passare inosservata).

Lo slave della mia amica toscana è un vero cavaliere, insiste per cedermi il passo all'ingresso, ma sono troppo nervosa per apprezzare sul momento la gentilezza… cerco di sfoggiare la camminata più femminile che posso, sperando di non sembrare troppo grottesca, mi arrampico su per una salita assassina per una coi tacchi ed eccomi nel locale. E qui arriva il clamoroso colpo di fortuna: il posto è semibuio, e nella penombra le magagne del make-up si noteranno appena.

Su quel che è successo dopo devo calare un doveroso velo di discrezione. Vi basti sapere che le mie due amiche mi hanno coccolata e protetta per tutta la sera anche se in fondo - proprio come mi avevano detto - non c'è mai stato nulla da temere, tutti gli estranei si sono fatti allegramente gli affari loro (a parte qualche occhiata scoccata di nascosto alla sottoscritta), e che ho conosciuto un sacco di altre persone tutte assolutamente ben disposte nei miei confronti e per niente prevenute, che mi hanno trattata in maniera del tutto normale. Compresa una persona che mi ha fatto sentire... desiderata, e che si sarebbe rivelata molto, molto speciale in seguito...

Ho alcuni flash ben impressi nella memoria: gli innumerevoli momenti in cui ho dovuto raccogliere il coraggio per attraversare la sala piena di persone sconosciute, la balza delle autoreggenti che faceva troiescamente capolino ogni volta che, nel sedermi, il vestito si alzava, il perverso piacere di cercare le cose nella borsetta e non trovarle proprio come una “vera bio”…

Il momento senza prezzo: quando, per cambiarmi la maledetta autoreggente rotta, sono entrata istintivamente nel bagno delle donne senza pensarci due volte… e quando, uscendo dalla suddetta toilette, ho incrociato lo sguardo attonito e stupefatto di una Mistress sconosciuta in attesa di entrare, che io sopravanzavo di tutta la testa e buona parte delle spalle.

Il momento senza prezzo numero 2: quando una persona che in precedenza mi aveva visto nei panni di maschietto non mi ha riconosciuta una volta en femme: "irriconoscibile." Sono tornata al residence alle tre di notte, i piedi intrappolati nella morsa infernale delle Pleaser, confusa e felice. Molto felice, per una settimana da quella sera ho camminato ad un metro da terra.

In conclusione: so che questo è stato un piccolo passo per le crossdresser di tutto il mondo, ma è stato un grande passo per me.

lunedì 5 agosto 2013

Il Grande Wazer


E' da una settimana circa che uso un nuovo navigatore, per intenderci uno di quelli integrati nel telefonino. Si chiama Waze, e forse qualcuno di voi lo conosce già.

In precedenza usavo quello che veniva via gratis con l'android, che dopotutto non era malaccio, a patto di perdonargli un'idea un po' originale di accenti e pronunce, come vi può testimoniare il povero Ghiacòmo Matteotti. A dire il vero era un po' timido ma tanto premuroso, e quando gli chiedevi di portarti in una via che proprio non conosceva piuttosto che darti una delusione ti menava nel centro della città, il più delle volte depositandoti sul sagrato di una chiesa un po' come a volerti affidare al grande navigatore celeste.

Ma se lasciamo correre queste piccole mancanze il suo porco lavoro lo sapeva fare, e soprattutto era gratis, una caratteristica molto apprezzata che gli faceva perdonare tutto. Ad un certo punto però deve averne combinata una grossa, perché circa una settimana fa il consiglio di amministrazione di Google ha deciso di farlo fuori. Forse la sua colpa è stata quella di far arenare, come una nera balenottera, la limousine dell'amministratore delegato sugli scalini di San Pietro. Oppure dev'essere incappato in quella ineludibile regola aziendale che affligge le grandi multinazionali, la quale stabilisce che se un prodotto funziona bene allora va continuamente migliorato fino a renderlo inservibile.

Fatto sta che in un impeto di folle sinergia il navigatore è stato integrato con Google Maps, quel software tanto bellino che ti permette di vedere tutte le vie del mondo con un livello di dettaglio pazzesco - riesci a notare persino la gente ubriaca sdraiata sui marciapiedi e le prostitute di strada che copulano coi loro clienti - rendendo di fatto astrusi e inutilizzabili entrambi i programmi.

Contrariamente a quel che faccio di solito stavolta ho deciso di lamentarmi pesantemente con Google; purtroppo ho scoperto che non esiste una casella di posta elettronica per le lamentele. Una mossa molto astuta, un'azienda di posta elettronica che non ha una posta elettronica. Come se l'avvocato Agnelli fosse andato sempre in giro in bici anziché con la Panda.

Ma la mia mossa lo è stata ancora di più: ho aperto la pagina del loro famoso motore di ricerca e ho ricercato ripetutamente tutti gli insulti più volgari e scurrili che mi venivano in mente - quelli che iniziano con la "c", con la "f" e con la "v" per intenderci. Lo so, una lady non dovrebbe fare di queste cose, ma come dice la Ferilli «quanno ce vo' ce vo'». Certamente da qualche parte devono avere un contatore per questo genere di evenienze e non possono non aver notato l'improvvisa impennata che ha causato la mia attività vendicatoria. Confido che il messaggio sia arrivato forte e chiaro.

Dopo di ché sono passata alla concorrenza, cioè a Waze. Passate un po' di difficoltà iniziali per capire come funzionava - abbiate pazienza, non sono una digital native - sono partita alla grande. Spieghiamo due cose di Waze. Innanzitutto è una community - cioè una comunità di utenti che interagisce con la mappa in tempo reale (e se non capite perché allora non si poteva utilizzare la parola "comunità" siete dei matusa, proprio come me).

Un wazer (è il nome di noi utenti, matusa che non sei altro!) rimane bloccato nel traffico e zac! schiaccia un pulsantino che manda un avviso agli altri wazers; oppure vede un cantiere, un veicolo fermo in mezzo alla strada, ecc ecc., tutte fonti di pericolo o rallentamenti, e te lo segnala. Inoltre il Grande Wazer che sta lassù nei cieli tiene d'occhio la tua velocità media e la utilizza per colorare le strade a seconda del traffico, da un rassicurante verde pallidino del "vai libero dottò" al temutissimo "rosso amaranto" - no, non è l'E123¹, e se sai di cosa sto parlando allora sei più matusa di quel che credevo - che denota una percorrenza del tipo Salerno-Reggio Calabria.

Ti dice dove trovare il gasolio al prezzo più basso, dove sono gli autovelox, anche quelli "volanti" segnalati dagli altri wazers, e anche i posti di blocco. Quest'ultima cosa non la trovo proprio giusta (credo che in passato siano stati sollevati dei dubbi sulla sua legalità) perché ad esempio un latitante in fuga potrebbe venire avvertito di quali strade evitare. Quindi per il momento io posti di blocco non ne segnalo.

Certo, non è tutto perfetto: sabato scorso per esempio ad un certo punto mi sono trovata nel mezzo del Lago di Garda, quando ero invece ben sicura di stare sulla terraferma. Com'è che si dice? Ci sono ampi margini di miglioramento, ma il prodotto è comunque già abbastanza buono di suo. Finché il consiglio di amministrazione di Waze non se ne accorge.

Ed è assolutamente gratuito, si finanzia con qualche pop-up pubblicitario che appare ogni tanto, ma in maniera assolutamente non fastidiosa o invasiva. Ad un certo punto mi sono accorta che tutte le volte che facevo una *ehm* sporca il Waze mi faceva apparire la pubblicità dell'applicazione iPatente, proprio come una specie di grillo parlante, di cattiva coscienza che mi dicesse: "senti, ti ho visto e chiudo un occhio, però tu cerca almeno di ripassare i fondamentali." Poi mi sono accorta che era assolutamente un caso, i pop-up appaiono solo quando sei fermo.

Al momento vedo solo un paio di svantaggi: con il gps attivato la batteria va giù che è una meraviglia, e se non stai attento ti prende la "scimmia da segnalazione," fenomeno compulsivo per il quale inizi a segnalare le cose più assurde e improbabili  ignorando volutamente domande tipo "ma quel riccio schiacciato sarà veramente un ostacolo in mezzo alla carreggiata?" con le quali il tuo subconscio cerca invano di avvertirti. Ah, se tieni troppo d'occhio il display finisce che l'incidente lo fai tu, e mentre sei tramortito qualche altro wazer ti soffia la segnalazione. Però Waze non mi ha ancora portato in chiesa, ed è già qualcosa.

A questo punto vorrei chiedere una cortesia ai programmatori, laggiù in California. Ho notato l'assenza molto grave di un pulsante tra le segnalazioni possibili, quello della "testa di cazzo." OK, i cantieri, gli oggetti, le vetture ferme sono dei pericoli, ma avete presente quali rischi si corrono con una testa di cazzo? Io ne vedo di tutti i tipi, idioti che sfrecciano a 130 con il sorriso ebete e il telefonino all'orecchio, stronzi con la Golf che sorpassano sulla corsia d'emergenza, donne che mettono l'eye liner (!), e persino qualche animale da pollaio che legge la gazzetta mentre guida.

Per non parlare degli svizzeri, che viaggiano a 200 all'ora in autostrada fottendosene allegramente di tutor e autovelox, tanto a loro la multa non arriva (ma prova tu a farti beccare in Svizzera per eccesso di veolcità, un mio amico ha dovuto raccogliere tre carte di credito per pagare la multa immediatamente o gli sequestravano l'auto).

Ecco, io vorrei un tastino "testa di cazzo" con tre gradazioni: media, pesante e pesantissima, credo che sarebbe un buon servizio. Per quelle pesanti e pesantissime mi piacerebbe che fosse possibile segnalare anche la targa; a quel punto, grazie alle sue magie informatiche, il Grande Wazer risalirebbe all'indirizzo (anche in Svizzera) della testa di cazzo, e gli manderebbe qualcuno - me lo immagino come il Marcellus Wallace di Pulp Fiction - che lo sodomizzi in maniera robusta e prolungata. Per un'app del genere sarei anche disposta a pagare. Oh, l'idea la cedo gratis.


¹ Si tratta di un colorante sospettato di essere mutageno e cancerogeno, che fu oggetto di uno scandalo negli anni '70 (era contenuto in un famoso liquore) e venne parzialmente vietato nel 1978.




Aggiornamento di fine agosto
Ho scoperto mio malgrado che anche Waze nell'incertezza ti manda davanti ad una chiesa, mi è successo a Trento pochi giorni fa. Ovviamente la via che cercavo (e che poi ho trovato in altro modo) era da tutt'altra parte. A questo punto sembra proprio che sia confermata l'inquietante connessione tra i navigatori satellitari e la chiesa cattolica, una sorta di complotto catto-satellitare... mah!

mercoledì 31 luglio 2013

Tagliati le dita




Il primo teorema di Syuzee, detto anche teorema dell'ineluttabilità dei pirla, recita: se hai a che fare con il mondo BDSM prima o poi incontrerai un pirla. Specialmente se appartieni ad una di quelle categorie particolarmente ambite come Mistress e schiave. E' matematico. E più ti ostini a restare in questo mondo, più ne incontri.

Penso non sia necessario definire il prototipo del pirla, bene o male lo abbiamo tutti in mente (io ad esempio ne ho già parlato qui) e credo resteremmo stupite nello scambiarci le definizioni e scoprire quante poche differenze ci siano tra di loro, per cui non voglio sprecare del tempo su questo.

Un'altra cosa che ho imparato è che più ti affanni a disseminare i tuoi profili di avvertimenti, nota bene, minacce, mine antiuomo più attiri gli idioti che invece vorresti tenere alla larga. E' un fenomeno elettromagnetico al quale non c'è rimedio. O meglio, l'unico rimedio è quello di prendere l'inevitabilità della cosa con ironia, e smettere di farsi il sangue amaro. (A dire il vero io ho smesso di mettere avvertimenti, e gli idioti si sono dileguati. Che vi dicevo? E' elettromagnetico.)

Si potrebbe andare avanti ore e ore a parlare di questi soggetti, rischiando la monotonia e la noia, ed è qui che irrompe prepotentemente la mia amica Laura Lib. Per motivi totalmente dipendenti dalla sua volontà (hahaha!) lei è praticamente assediata dai pirla. Se vedete una nube, una nebulosa di pirla che vaga per la città, ecco, lei si trova esattamente al centro. E per ogni pirla che viene scaricato, se ne riformano subito quattro o cinque.

Questo perché la nostra Laura è particolarmente carina (dicesi: figa), e se sei figa sei praticamente condannata a vivere nel girone degli attirapirla per l'eternità (è un corollario al teorema di cui sopra.) Con queste parole, e con la foto all'inizio del post - sì, è proprio lei - penso di averle procurato almeno dieci anni extra di idioti assicurati. Suerte, Laura ;o)

Insomma, la piaga dei pirla non è del calibro di quelle d'Egitto ma è parecchio snervante, vero, ma per fortuna non è nemmeno priva di un certo lato comico, che Laura non ha mancato di cogliere e trasfondere in una sua creatura, un blog che ha chiamato tagliatiledita.

Si tratta di una creatura piccola, fragile e selvaggia, dotata di artigli affilati (indimenticabile la gag della "pioggia d'orata", una storia vera) che - per stessa ammissione della sua creatrice - al momento è stata abbandonata al suo destino non per carenza di materiale (anche perchè i pirla sono come l'energia solare, praticamente inesauribili) ma per mancanza di tempo e voglia.

Se vi va, scrivete a Laura, firmate una petizione perchè continui a scrivere sul suo blog. E proverete l'ebbrezza di essere mandati a... spasso direttamente da lei.

Chiudo lasciandovi una testimonianza tratta da un profilo della medesima sopracitata, che è molto vicino ad essere considerato come il vangelo degli scacciapirla(attirapirla).

 
Tolleranza ZERO
di Laura Lib (2013)
 
"Tolleranza ZERO. Da questo momento elimino:
1- i cosadareisti. Frasi come "non sai cosa darei/farei per" verranno considerate offensive. Non so cosa faresti perché non faresti niente, vuoi solo blaterare.
2- i "cosamifaresti."
3- i "vorrei ma non posso." Se chiedo aiuto e vedo una risposta penso che qualcuno mi abbia risolto il problema, leggere le parole di chi non lo può risolvere e se ne dispiace fa solo cadere le palle. Tanto quando potete non ci siete mai, chissà perché.
4- i guardoni. Cosa indosso, se ho solleticato qualcuno la settimana scorsa, cosa ho fatto nell'ultima sessione. Non ve ne frega niente.
5- i "la mia padrona mi fa questo e questo e questo." Giuro, non me ne frega un cazzo di cosa fate con altre persone.
6- chiunque commenti "mmmm" a qualcosa. Non si può sentire, fa schifo, vi si immagina proprio a ravanarvi nelle mutande.
7- chi mi mette al corrente del fatto che si sta ravanando nelle mutande. Lo so che lo fate, ma non mi interessa sapere quando.
8- i "ci sei? oh? c6? mi leggi?" F***b**k adesso vi fa vedere quando visualizzo il messaggio. Nonostante io a volte - per evitarvi accuratamente - cerchi di non cliccare sulla finestra di chat e quindi lo SO che vi risulta non visualizzato, vedo lo stesso la finestrella che si riempie di "c6? miss mi legge?" O non ti sto leggendo perchè non sto guardando la chat o ti sto deliberatamente ignorando o non posso parlare. Se invece vi risulta visualizzato è perchè ho fallito nell'evitarvi e ho cliccato per distrazione oppure ho letto e preso atto di quanto avevate da dirmi. Quindi o era una cosa a cui avrei dovuto rispondere "bravo, ok", o non ho tempo, o non era per nulla interessante.
9- chiunque venga a dare suggerimenti non richiesti.
10- chi, nel corso di conversazioni sulla mia vita privata, in particolare se nomino il fidanzato, si permetta di dire che starei meglio con un sub. Vi state permettendo di giudicare le mie scelte non sapendo nulla, e state sottintendendo che nella vita di coppia conta solo la sessualità. Per tanto così mi metto con un cetriolo.
11- frecciate tipo "se resta single ci sono io." Premettendo che gli avvoltoi li trovo ripugnanti, si passa al punto 12. Se resto single torno al punto 10, mi metto con un cetriolo. O ci provo con qualcuno di mia spontanea volontà.
12- chi si propone come speciale o chiede privilegi di qualunque genere in quanto bello, prestante, docile, famoso, perfetto. Lo decido io se puoi valere qualcosa per me, non tu.
13- chi non presta attenzione alle nostre conversazioni. Facebook salva la cronologia dei messaggi, se la settimana scorsa vi ho risposto a una domanda e oggi me la rifate di nuovo, ad esempio "Fai cam? Ti piace fare questo?" significa che blateravate, quindi ciao. Io parlo con 80 persone al giorno e ricordo tutto, a meno che non cambiate nick. Quando non ricordo un dettaglio leggo la cronologia, ci sto attenta a quel che dite, gradirei lo stesso riguardo.
14- non faccio sesso virtuale, dominazione virtuale, dominazione telefonica, cam. Ficcatevelo in testa.
15- gli insistenti. Se non mi piace una cosa, non mi piace e basta, non la faccio. Prima di tutto insistendo mi fate passare ancora di più la voglia di farla, seconda cosa se io dovessi fare una cosa controvoglia a voi dovrebbe dar fastidio anche solo l'idea di farmela fare. Peggio ancora, gli insistenti che alzano la posta. Se fosse una questione di soldi e mi proponeste una cosa che non mi piace ci penserei io a chiedervi una cifra adeguata, no?
16- quelli che hanno paura di consumare la tastiera e quelli che "la scuola? boh, cos'è?" Capisco che ormai l'insegnamento è morto, quindi certi errori - per quanto mi facciano male - li tollero ("ho" senza h, ad esempio). Tollero anche le "k" invece di "che" e certe abbreviazioni tipo cmq, xkè. Ma a volte leggo cose che desidererei cavarmi entrambi gli occhi."

lunedì 27 maggio 2013

Canzone per Sergio


Poche cose nella vita sono sicure... poche, poche... anche se forse oggi una è un po' più sicura. Però certamente non riesco a vivere illuminata dalla verità, e non ho quasi più tempo per scrivere, caro Sergio...

domenica 12 maggio 2013

In fondo a volte basta poco per essere felici




Un cielo perfettamente primaverile, che ti sfreccia sulla testa a 150 chilometri l'ora.

Il rombo del vento nelle orecchie, che si mischia a quello del basso degli ZZ Top in Chartreuse.

Il ricordo di una serata trascorsa in allegra compagnia.

La nostalgia per una persona che non c'è più.

La felicità per una persona che forse da oggi ci sarà.

Non è la ricetta per la felicità assoluta ma per un piccolo, benvenuto momento di gioia.

lunedì 18 marzo 2013

Titania

Voi, serpi maculate
dalle lingue forcute,
voi, irti porcospini,
voi, salamandre, voi, ciechi orbettini,
nelle tenebre mute
nascosti rimanete,
a Titania regina delle fate
offesa non recate.


Filomela, tu, carina
culla il sonno alla regina
con la melodiosa canna,
ninna nanna, ninna nanna.
Dal suo sonno lunge sia
ogni male, ogni malia,
dolce sia del sonno l’ora
all’amabile signora.


Voi, ragnetti tessitori,
zampalunga, andate via!
Via, lumache, scarafaggi,
via da questi suoi paraggi.
Vermi, via, non disturbate
la regina delle fate.


Filomela, tu, carina
culla il sonno alla regina
con la melodiosa canna,
ninna nanna, ninna nanna.
Dal suo sonno lunge sia
ogni male, ogni malia,
dolce sia del sonno l’ora
all’amabile signora.

(W. Shakespeare, Sogno di una notte di mezza estate, atto secondo, scena seconda)