mercoledì 31 luglio 2013

Tagliati le dita




Il primo teorema di Syuzee, detto anche teorema dell'ineluttabilità dei pirla, recita: se hai a che fare con il mondo BDSM prima o poi incontrerai un pirla. Specialmente se appartieni ad una di quelle categorie particolarmente ambite come Mistress e schiave. E' matematico. E più ti ostini a restare in questo mondo, più ne incontri.

Penso non sia necessario definire il prototipo del pirla, bene o male lo abbiamo tutti in mente (io ad esempio ne ho già parlato qui) e credo resteremmo stupite nello scambiarci le definizioni e scoprire quante poche differenze ci siano tra di loro, per cui non voglio sprecare del tempo su questo.

Un'altra cosa che ho imparato è che più ti affanni a disseminare i tuoi profili di avvertimenti, nota bene, minacce, mine antiuomo più attiri gli idioti che invece vorresti tenere alla larga. E' un fenomeno elettromagnetico al quale non c'è rimedio. O meglio, l'unico rimedio è quello di prendere l'inevitabilità della cosa con ironia, e smettere di farsi il sangue amaro. (A dire il vero io ho smesso di mettere avvertimenti, e gli idioti si sono dileguati. Che vi dicevo? E' elettromagnetico.)

Si potrebbe andare avanti ore e ore a parlare di questi soggetti, rischiando la monotonia e la noia, ed è qui che irrompe prepotentemente la mia amica Laura Lib. Per motivi totalmente dipendenti dalla sua volontà (hahaha!) lei è praticamente assediata dai pirla. Se vedete una nube, una nebulosa di pirla che vaga per la città, ecco, lei si trova esattamente al centro. E per ogni pirla che viene scaricato, se ne riformano subito quattro o cinque.

Questo perché la nostra Laura è particolarmente carina (dicesi: figa), e se sei figa sei praticamente condannata a vivere nel girone degli attirapirla per l'eternità (è un corollario al teorema di cui sopra.) Con queste parole, e con la foto all'inizio del post - sì, è proprio lei - penso di averle procurato almeno dieci anni extra di idioti assicurati. Suerte, Laura ;o)

Insomma, la piaga dei pirla non è del calibro di quelle d'Egitto ma è parecchio snervante, vero, ma per fortuna non è nemmeno priva di un certo lato comico, che Laura non ha mancato di cogliere e trasfondere in una sua creatura, un blog che ha chiamato tagliatiledita.

Si tratta di una creatura piccola, fragile e selvaggia, dotata di artigli affilati (indimenticabile la gag della "pioggia d'orata", una storia vera) che - per stessa ammissione della sua creatrice - al momento è stata abbandonata al suo destino non per carenza di materiale (anche perchè i pirla sono come l'energia solare, praticamente inesauribili) ma per mancanza di tempo e voglia.

Se vi va, scrivete a Laura, firmate una petizione perchè continui a scrivere sul suo blog. E proverete l'ebbrezza di essere mandati a... spasso direttamente da lei.

Chiudo lasciandovi una testimonianza tratta da un profilo della medesima sopracitata, che è molto vicino ad essere considerato come il vangelo degli scacciapirla(attirapirla).

 
Tolleranza ZERO
di Laura Lib (2013)
 
"Tolleranza ZERO. Da questo momento elimino:
1- i cosadareisti. Frasi come "non sai cosa darei/farei per" verranno considerate offensive. Non so cosa faresti perché non faresti niente, vuoi solo blaterare.
2- i "cosamifaresti."
3- i "vorrei ma non posso." Se chiedo aiuto e vedo una risposta penso che qualcuno mi abbia risolto il problema, leggere le parole di chi non lo può risolvere e se ne dispiace fa solo cadere le palle. Tanto quando potete non ci siete mai, chissà perché.
4- i guardoni. Cosa indosso, se ho solleticato qualcuno la settimana scorsa, cosa ho fatto nell'ultima sessione. Non ve ne frega niente.
5- i "la mia padrona mi fa questo e questo e questo." Giuro, non me ne frega un cazzo di cosa fate con altre persone.
6- chiunque commenti "mmmm" a qualcosa. Non si può sentire, fa schifo, vi si immagina proprio a ravanarvi nelle mutande.
7- chi mi mette al corrente del fatto che si sta ravanando nelle mutande. Lo so che lo fate, ma non mi interessa sapere quando.
8- i "ci sei? oh? c6? mi leggi?" F***b**k adesso vi fa vedere quando visualizzo il messaggio. Nonostante io a volte - per evitarvi accuratamente - cerchi di non cliccare sulla finestra di chat e quindi lo SO che vi risulta non visualizzato, vedo lo stesso la finestrella che si riempie di "c6? miss mi legge?" O non ti sto leggendo perchè non sto guardando la chat o ti sto deliberatamente ignorando o non posso parlare. Se invece vi risulta visualizzato è perchè ho fallito nell'evitarvi e ho cliccato per distrazione oppure ho letto e preso atto di quanto avevate da dirmi. Quindi o era una cosa a cui avrei dovuto rispondere "bravo, ok", o non ho tempo, o non era per nulla interessante.
9- chiunque venga a dare suggerimenti non richiesti.
10- chi, nel corso di conversazioni sulla mia vita privata, in particolare se nomino il fidanzato, si permetta di dire che starei meglio con un sub. Vi state permettendo di giudicare le mie scelte non sapendo nulla, e state sottintendendo che nella vita di coppia conta solo la sessualità. Per tanto così mi metto con un cetriolo.
11- frecciate tipo "se resta single ci sono io." Premettendo che gli avvoltoi li trovo ripugnanti, si passa al punto 12. Se resto single torno al punto 10, mi metto con un cetriolo. O ci provo con qualcuno di mia spontanea volontà.
12- chi si propone come speciale o chiede privilegi di qualunque genere in quanto bello, prestante, docile, famoso, perfetto. Lo decido io se puoi valere qualcosa per me, non tu.
13- chi non presta attenzione alle nostre conversazioni. Facebook salva la cronologia dei messaggi, se la settimana scorsa vi ho risposto a una domanda e oggi me la rifate di nuovo, ad esempio "Fai cam? Ti piace fare questo?" significa che blateravate, quindi ciao. Io parlo con 80 persone al giorno e ricordo tutto, a meno che non cambiate nick. Quando non ricordo un dettaglio leggo la cronologia, ci sto attenta a quel che dite, gradirei lo stesso riguardo.
14- non faccio sesso virtuale, dominazione virtuale, dominazione telefonica, cam. Ficcatevelo in testa.
15- gli insistenti. Se non mi piace una cosa, non mi piace e basta, non la faccio. Prima di tutto insistendo mi fate passare ancora di più la voglia di farla, seconda cosa se io dovessi fare una cosa controvoglia a voi dovrebbe dar fastidio anche solo l'idea di farmela fare. Peggio ancora, gli insistenti che alzano la posta. Se fosse una questione di soldi e mi proponeste una cosa che non mi piace ci penserei io a chiedervi una cifra adeguata, no?
16- quelli che hanno paura di consumare la tastiera e quelli che "la scuola? boh, cos'è?" Capisco che ormai l'insegnamento è morto, quindi certi errori - per quanto mi facciano male - li tollero ("ho" senza h, ad esempio). Tollero anche le "k" invece di "che" e certe abbreviazioni tipo cmq, xkè. Ma a volte leggo cose che desidererei cavarmi entrambi gli occhi."

lunedì 27 maggio 2013

Canzone per Sergio


Poche cose nella vita sono sicure... poche, poche... anche se forse oggi una è un po' più sicura. Però certamente non riesco a vivere illuminata dalla verità, e non ho quasi più tempo per scrivere, caro Sergio...

domenica 12 maggio 2013

In fondo a volte basta poco per essere felici




Un cielo perfettamente primaverile, che ti sfreccia sulla testa a 150 chilometri l'ora.

Il rombo del vento nelle orecchie, che si mischia a quello del basso degli ZZ Top in Chartreuse.

Il ricordo di una serata trascorsa in allegra compagnia.

La nostalgia per una persona che non c'è più.

La felicità per una persona che forse da oggi ci sarà.

Non è la ricetta per la felicità assoluta ma per un piccolo, benvenuto momento di gioia.

lunedì 18 marzo 2013

Titania

Voi, serpi maculate
dalle lingue forcute,
voi, irti porcospini,
voi, salamandre, voi, ciechi orbettini,
nelle tenebre mute
nascosti rimanete,
a Titania regina delle fate
offesa non recate.


Filomela, tu, carina
culla il sonno alla regina
con la melodiosa canna,
ninna nanna, ninna nanna.
Dal suo sonno lunge sia
ogni male, ogni malia,
dolce sia del sonno l’ora
all’amabile signora.


Voi, ragnetti tessitori,
zampalunga, andate via!
Via, lumache, scarafaggi,
via da questi suoi paraggi.
Vermi, via, non disturbate
la regina delle fate.


Filomela, tu, carina
culla il sonno alla regina
con la melodiosa canna,
ninna nanna, ninna nanna.
Dal suo sonno lunge sia
ogni male, ogni malia,
dolce sia del sonno l’ora
all’amabile signora.

(W. Shakespeare, Sogno di una notte di mezza estate, atto secondo, scena seconda)

martedì 25 dicembre 2012

Non è un altro stupido racconto di natale




Si dice che a natale bisognerebbe essere buoni. E, più in generale, che non si dovrebbe parlare male dei morti. Lo so, ma non ce l’ho fatta. Ah, qua e la ci sono delle citazioni tratte da canzoni di De André e Guccini. So anche questo.




E così, alla fine, te ne sei andato. Quando ormai era del tutto inutile, quando ormai tutto il male che potevi fare era stato compiuto. Te ne sei andato esattamente come credevo che avresti fatto: da egoista, cercando un rimedio alle tue paure in quel dio che, quando eri sano, hai sempre disprezzato.


Negli ultimi tempi le poche persone che ti stavano attorno e che ancora ti volevano bene (non contare me tra queste) sembravano darti fastidio; perché eri troppo preso a costruirti un dio personale, a tua immagine, che potesse assolverti e confortarti, e non avevi tempo per farti distrarre da loro. Per questo la tua tensione mistica, il tuo odore di santità non mi hanno ingannata.

Sei stato una delle persone peggiori che ho mai conosciuto. Il più saccente, egoista, cavilloso, presuntuoso, predica-bene-razzola-male spocchioso pedante rancoroso stronzo che ho mai conosciuto. Sempre pronto alla malignità, alla superbia, alla derisione.

Bastian contrario per principio, per spirito di contraddizione, per desiderio costante di voler primeggiare, prevalere su tutto e su tutti e ad ogni costo. Anche quando l’evidenza ti mostrava che eri palesemente in torto, persino in torto marcio, tu ti arroccavi ostinato e caparbio sulla tua posizione insostenibile, con effetti che spesso sconfinavano nel grottesco e nel ridicolo.

Come la volta che al ristorante cinese ti rifiutasti di credere ai nostri avvertimenti ed esagerasti con la salsa piccante, come a sfidarci, raccogliendo sprezzante persino le gocce rimaste sull’orlo della bottiglia e portandotele alla bocca. E poi rimanesti zitto, paonazzo e sudante per il resto della serata.

E di episodi così ne sono capitati a decine, e noi – tuoi nipoti e tuoi figli – ce li raccontavamo l’un l’altro alle tue spalle godendone. Perché tutti noi – chi più chi meno – in momenti diversi della nostra vita abbiamo avuto la disgrazia di passare sotto i tuoi artigli, di provare la sferza della tua lingua, di finire schiacciati dalla tua presunzione, tu pecora coi leoni e leone con le pecore.

Razzista, antisemita. Hai rimpianto per cinquant'anni la caduta di un regime che tu hai plaudito, sostenuto, e contribuito a creare con convinzione ed impegno. Un regime che si reso complice e responsabile di colpe orrende oltre ogni dire (ne ho già parlato altrove in questo blog), di crimini assurdi anche solo da concepire e che però sono purtroppo accaduti, anche se tu hai sempre, testardamente, cercato di negarne l'evidenza. E quando, messo alle strette, hai dovuto ammetterli, hai persino avuto il coraggio di giustificarli, tu che ne sei stato indirettamente complice.

Hai continuato a ripetere “guerra sola igiene del mondo”, ma ti sei guardato bene dal prendervi parte. La guerra, e le altre cosucce similmente sgradevoli, non erano per te. Tu eri troppo intelligente e importante per prendere in mano un fucile e rischiare di crepare come un cane, quello lo lasciavi agli altri. E comunque la tua famiglia aveva già dato, tuo fratello aveva fatto la Spagna, ovviamente dalla parte dei franchisti, e quindi l'onore era salvo.

Hai cercato, quand'ero giovane, di inculcarmi costantemente la tua religione d’odio, pomeriggio dopo pomeriggio, tu che il fascismo, il razzismo, l’antisemitismo li avevi abbracciati con coscienza ed entusiasmo, non ti erano stati inculcati. Per fortuna ti ho resistito e ancora adesso non so come. Nessuno mi ha mai aiutato, mi ha mai avvertito che quelle che mi propinavi erano mostruosità, eppure ce l’ho fatta lo stesso. A ripensarci me ne meraviglio, è stato davvero essere come Davide contro Golia.

Ti sei mai accorto che il cognome di tua moglie, il suo naso, erano tipicamente ebrei? O come al solito hai preferito, di fronte alle verità scomode, nascondere la testa sotto la sabbia? Avresti potuto morire anni fa, decenni fa, e forse per tante persone sarebbe stato meglio. In primo luogo per tua moglie, mia nonna. Morta quando io avevo solo cinque anni. La ricordo come un’ombra, un’ombra benevola e triste.

Di lei gli altri mi hanno raccontato che era buona, fine, elegante. La immagino come una signora d’altri tempi, così me l’hanno descritta quelli che la conoscevano. Lei stravedeva per me, io ero il suo primo nipote, ero forse la prima occasione, la prima speranza dopo anni di poter amare – ed essere riamata – in maniera incondizionata e assoluta, come puoi fare solo con un bimbo.

Era fragile mia nonna, troppo fragile e sottile per poter resistere al tuo orgoglio smisurato e prepotente, e all'indifferente egoismo in cui tu avevi cresciuto i suoi figli. Hai triturato la sua anima tra i tuoi ingranaggi freddi, logici, spietati; ti immagino mentre la sminuivi, la insultavi, la logoravi giorno dopo giorno, come hai sempre fatto con tutti noi. E l’assurdo è che nella tua stolidità non ti sei (quasi) mai accorto di niente.

Ma lei era troppo debole per reggere la solitudine di quel matrimonio, e iniziò a bere. Non sapevi che l’avevo scoperto? Che mia nonna beveva l’ho dovuto sapere da altri, estranei; in famiglia nessuno ha mai avuto il coraggio di dirlo. E in effetti era un’enormità, una cosa inconcepibile, indicibile come se, non so, un’Audrey Hepburn fosse capace di ubriacarsi.

Non la giudico per questo, povera anima. Evidentemente l’alcool la anestetizzava, le permetteva di sopportare quella vita d’inferno alla quale l'avevate condannata. E tu, qualche anno fa, a mio fratello hai persino confessato che la nonna “faceva la stupida” con la bottiglia. Glielo hai detto con un rammarico che a lui sarà persino sembrato sincero (ma non a me, che gli occhi li avevo aperti da tempo).

E così la nonna è morta, era il 1975 e io avevo cinque anni, e non l’ho mai conosciuta veramente. Anni dopo ho pianto per questo, sulla sua tomba. E quella volta ancora non lo sapevo che era morta di cirrosi epatica, che è quella cosa che viene a chi beve anche se solo per disperazione. Ho pensato che si fosse trattato solo del destino.

Fossi morto tu, nel 1975. Lo so, è un gioco puerile e stupido, ma se fossi morto tu forse io sarei oggi una persona migliore. Forse la nonna sarebbe diventata una gentile, vecchia signora, che mi avrebbe abbracciato con le sue mani esili, ossute quando la fossi andata a trovare.

E sul suo letto di morte io avrei pianto, a differenza di quel che ho fatto sul tuo. Quando ti si è fermato il cuore non ho provato dolore. Solo tanta rabbia. Ma questo è un gioco puerile e stupido, acqua passata non macina più eccetera eccetera.

Il prete, durante quell'orribile farsa che è stato il tuo funerale, ha detto che negli ultimi tempi ti eri avvicinato alla fede. Ricordo bene che da giovane eri mangiapreti e – a modo tuo – buddista. Io allora invece credevo, e per questo mi attiravo la tua derisione. Ed è strano pensare che quando io avevo la fede tu ne eri senza, e che quando l’hai trovata tu l’ho persa io. Forse nella nostra famiglia la fede è presente in una quantità finita, limitata, non possiamo averla tutti e ce la dobbiamo dividere, a turno.

Ricordo con quanto veemente disprezzo mi parlavi dei “preti marxisti” tu che sei finito, dopo una vita passata tuonando a sproposito e facendoti beffe della morte di tutti gli altri, tu che sei finito per baciare vigliaccamente quelle tonache nere quando lo spettro della morte ti si è palesato davanti. Come dice la mia amica Cinzia, anche Satana da vecchio diventa credente.

Io spero invece di trovare il coraggio, quando sarà, di morire ancora forte delle mie convinzioni, e spero circondata dall'amore dei miei cari, tenendo per mano le persone a cui ho voluto più bene. E non come te, con il falso conforto di un dio vuoto costruito per paura.

Il prete ha detto che certamente adesso sei in paradiso. Io non credo. Io non credo nel paradiso, non credo nel tuo paradiso; ma anche ammettendo che esista, la mia piccola testa di mortale mi dice che non si può imporre di nuovo la tua presenza a delle povere anime che stanno là e per causa tua (diretta o indiretta) hanno già sofferto abbastanza.

Sei stato un uomo grande nell'orgoglio e nell'intelletto, ma piccolo e miserabile nell'amore. Uno con tanto tempo, e anche il gusto di sprecarlo. Avresti potuto sforzarti, cercare di avvicinarti a chi avresti dovuto amare, ma hai preferito – consapevole della tua miseria d’affetto – scegliere la via più facile, quella della ragione, e tentare di distruggere, di estirpare i sentimenti degli altri. Di renderli come te.

Mi piacerebbe poter dire che non hai avuto alcun effetto su di me. Una dose di quel veleno che tentavi di versarmi attraverso gli occhi e le orecchie è rimasta, ti rivedo con disgusto in tanti miei atteggiamenti che cerco di combattere quasi quotidianamente. Ma ti devo ringraziare.

Ti devo ringraziare perché è proprio per come sei stato tu che io ho imparato a non considerare "famiglia" quell'elenco fortuito di persone che si trova in un arido certificato anagrafico. La mia "famiglia" è fatta di persone con le quali ho raggiunto comunione di cuori e a volte anche di menti. Grazie al tuo esempio ho conosciuto e frequento, amata e riamando a mia volta, gente che tu da buon borghese condanneresti a diecimila anni più le spese. Persone come me.

Sei stato un piccolo uomo che avrebbe potuto proiettare una grande luce, e invece ha steso solo una piccola ombra.

mercoledì 1 agosto 2012

Bologna, o il dito della Storia


C'è un vizio, che come tanti altri, è tipicamente italiano. E' il vizio della commemorazione, della ricorrenza. Succede qualcosa, generalmente di grave, e l'anno dopo scatta la commemorazione. Si vede un servizio in tv, ci si ricorda, si pensa: "caspita, è già passato un anno!", due commenti al caffè, uno al telefono, e dopo cinque minuti tutto ritorna nel dimenticatoio.

Con anniversari particolari come decennali e multipli funziona ancora meglio, la celebrazione è più corposa, magari ci scappa anche la corona di fiori del presidente; finché un giorno di moltissimi anni dopo, la tv passa un servizio a metà tra la curiosità e l'amarcord dove si dice che l'ultimo sopravvissuto è morto di vecchiaia, musichetta di sottofondo sdolcinata e malinconica, e stop. Tutto finito. Se ne riparlerà se e quando la cosa arriverà sui libri di storia.

Non posso in tutta sincerità ammettere di essere immune da questo vizio. Ma oggi no, rivendico la mia originalità. Il post che state per leggere è stato scritto mesi e mesi fa, lontano da qualsiasi anniversario. Poi è rimasto, incompiuto, nel cassetto in attesa di una giusta conclusione che stentava ad arrivare. Poi, la svolta, la conclusione. E per una di quelle circostanze curiose ed imperscrutabili della vita, il post è stato terminato proprio nel momento esatto in cui si celebra la ricorrenza dell'evento di cui parla.


A Bologna, e ai bolognesi
di Syuzee, 2012
Qualche tempo fa, durante uno dei miei ormai rari viaggi in treno,  sono scesa alla stazione di Bologna. A Bologna c'ero già stata altre volte ma sempre in macchina, mai in treno. Scendendo dal vagone sapevo di avere un appuntamento. Non era segnato in nessuna agenda, però sapevo di averlo.

Ci sono episodi che lasciano un segno particolare nella cosiddetta "coscienza collettiva." Ad esempio, tutti si ricordano dov'erano e cosa stavano facendo l'11 settembre, quando ci fu l'attacco alle torri gemelle. Anche la strage di Bologna ha lasciato uno di questi segni, simile ma diverso.

Se lo chiedi, quasi nessuno si ricorda la data esatta. Quasi nessuno a parte quelli che abitano a Bologna e nei paesi dove a quella strage hanno dedicato una via o una piazza. Alcuni ci pensano un po' su, e poi si ricordano che era d'estate, perché molte delle vittime stavano andando in vacanza.

Quello che però è particolare di questo evento è che quasi tutti ne sono stati toccati, più o meno da vicino, più o meno direttamente. Tutti hanno avuto un amico, un parente, un vicino di casa che è passato per quella stazione il giorno prima, o un'ora prima, o addirittura ha perso "quel" treno e perciò si è salvato. Questa cosa è talmente diffusa e comune da essere emblematica, da seganre questo particolare episodio più di altri, simili, accaduti prima e dopo in Italia.

Mio cugino per esempio. Passò di lì in treno il giorno prima, e si salvò. Solo ventiquattr'ore di differenza per continuare a vivere o per finire in un elenco. Era agosto, sabato 2 agosto 1980. A quei tempi d'agosto le città si spopolavano, mica come oggi. Si lavorava l'ultima settimana di luglio con l'occhio che bruciava famelico i giorni sul calendario, il venerdì sera si preparavano i bagagli e il sabato mattina finalmente si partiva per il mare, per la montagna. Pochi fortunati in aereo, i più in macchina, e in treno. Doveva essere una cosa normale. Avrebbe dovuto essere una cosa normale.

Io all'epoca avevo dieci anni appena compiuti, e abitavo al nord, lontano da Bologna. Per questo motivo avvertii la tragicità della cosa in maniera indistinta, sfumata, senza riuscire a cogliere dei dettagli precisi, così confusi nel bianco e nero del telegiornale.

Sedici anni dopo, per caso, sfogliai un libro fotografico dedicato alla strage. Vidi, con occhi nuovi e come se fosse per la prima volta, le foto della stazione che l'esplosione aveva reso anormale, asimmetrica, il piazzale ingombro di macerie, camion, gru, ambulanze, soldati e comuni cittadini, i visi impolverati solcati da lacrime di sudore e lacrime vere, che frugavano tra i cumuli di travi e mattoni.

Il treno fermo al primo binario, coi finestrini rotti e quel che si immaginava all'interno, e ciò che invece si vedeva fin troppo chiaramente sui binari; il prete che, dentro un autobus davanti alla stazione, benediceva qualcosa coperto da un lenzuolo bianco.

E poi la manifestazione cittadina spontanea, quella sera stessa, un fiume di persone "che non ci stavano", con il cuore gonfio di dolore e rabbia, figli e figlie di quella che Guccini l'anno dopo avrebbe definito, cantandola,  Bologna la grassa e l'umana.

Non so perché, ma i bolognesi mi sono stati sempre istintivamente simpatici. Li ho sempre pensati spensierati, allegri, gente che non si fa troppi problemi o menate, ma che all'occorrenza sa distinguere il serio dal faceto e, soprattutto, ha una coscienza e senso di giustizia. Tutti i bolognesi che ho conosciuto finora sono così, forse ho ragione oppure sono stata fortunata.

Eccomi qua, davanti all'epicentro o, come lo chiamerebbero oggi, ground zero. La lapide coi nomi, la colonna sbrecciata, la crepa nel muro, simbolica ma mica tanto. E poi il pavimento dove era appoggiata la valigia con dentro l'esplosivo.

Ti guardi intorno, e ti sembra incredibile pensare che trentuno anni fa in quel posto è entrata violentemente la storia, che lì volavano travi e mattoni, schegge di vetro, effetti personali, corpi umani. Ventitre chili di esplosivo, ottantacinque persone.

Il punto esatto dell'esplosione, sul pavimento, è marcato da un avvallamento profondo qualche centimetro prodotto dall'onda d'urto. Le tesserine di ceramica tutt'intorno sono state smosse e stampate nel suolo da una pressione inconcepibile. Come se un gigantesco pollice, di dimensioni e forza sovrumane, fosse piombato dal cielo per imprimere lì la sua impronta.

E, contemporaneamente, strappare tutta quella gente alla sua vita normale, ai suoi affetti, al suo destino. Il dito della Storia, forse. Il dito degli uomini.

Chiudo con un commento del mio amico Lawen, bolognese:
"Io vorrei solo non essere italiano, vorrei poter guardare tutto questo, e altro, col distacco a volte un po' cinico dello spettatore che si emoziona ma può sempre pensare «in fondo tutto questo non mi riguarda, è un Paese di pazzi».

Ma italiano mio malgrado lo sono, l'odio verso chi ha fatto queste cose, verso chi ha permesso che fossero fatte, verso chi le ha coperte, lo provo. E il dolore mi lacera, ancora oggi."

giovedì 12 aprile 2012

Not in MY name



TG1 di stasera, servizio sulle nostre forze speciali in Afghanistan. Le immagini sono di bassa qualità, molto pixelate, come se fossero state riprese con un telefonino, lo stile ricorda molto quello di "nella valle di Elah". Da un elicottero scendono al volo alcuni soldati, si dirigono correndo verso un edificio basso, fatto di fango secco. Non sembrano nemmeno italiani, tanto sono massicci & incazzati.

Voce fuori campo: "sono gli uomini delle forze speciali, italiani e afgani, in un'operazione congiunta antiterrorismo. Bisogna stanare un gruppo di talebani, viene lanciata un'offensiva, loro rispondono e nasce un conflitto a fuoco." Come per sottolineare quest'ultima frase i soldati si mettono a correre lungo i muri, con quella particolare andatura che si vede nei film, quasi accucciati, saltellando veloci, con la lunga e nera automatica protesa minacciosamente in avanti. Si sentono molto bene le raffiche di mitra.

Immagini concitate, ritmo molto serrato, avvincente; dall'alto un elicottero a due pale, un Chinhook, sorveglia tutto, un militare sospinge un "talebano", l'andatura è quella impacciata di chi è ammanettato. "Gli insorti vengono trasferiti in carcere per essere interrogati."

Nel dopo-partita la telecamera inquadra i militari in scene di repertorio, nel corso di un addestramento, durante un briefing, tutti con il volto rigorosamente coperto dal passamontagna nero. "La task force 45 è l'elite delle nostre forze speciali, ufficialmente non esiste. Sono soldati invisibili, che rischiano la vita ogni giorno." Segue intervista al comandante, si capisce subito che è uno che conta perché porta il passamontagna marrone anzichè nero - cinc ghej pusè ma russ - ha il tricolore cucito sul braccio sinistro e subito sotto un distintivo triangolare, nero, con una spada e forse delle ali, e delle saette.

"Quello che riesce a darti questo tipo di mestiere è qualcosa di impagabile," dice. La giornalista: "rischiate la vita per la patria?" "Certo," risponde, "rischiamo la vita per la bandiera che portiamo sul braccio."

Per la cronaca, l'Afghanistan è quel paese dove le persone tra le più povere del mondo vengono ammazzate con le armi più sofisticate e costose in circolazione: aerei invisibili, bombe intelligenti, robot assassini telecomandati.

Come tanti altri prima di me, io non ci sto. Not in my name, non fate queste porcate nel mio nome. Dice Noam Chomsky: quando lo stato si fa chiamare patria, si prepara ad uccidere qualcuno.

La foto è dell'ossario di Custoza; molti anni fa mio nonno mi ci portò a vederlo, quasi a tradimento. Lui dell'ultima guerra aveva visto parecchio, ma non mi ha mai raccontato niente; era un uomo di poche parole, e preferiva mostrarmi le cose coi fatti. Fu proprio allora, alla presenza di quei teschi ormai vuoti, muti gusci di persone che come me avevano vissuto, amato, sofferto finchè l'eroica morte del patriota non li aveva colti, che ho iniziato a capire.


Nota:
Cinc ghej pusè ma russ è un modo di dire in dialetto milanese, che grossomodo significa: spendiamo un po' di più ma facciamoci dare qualcosa di meglio. Attenzione: se non sei milanese o per lo meno lombardo qualsiasi tentativo di pronuncia può produrre un risultato comico.