lunedì 10 aprile 2017

Like a rolling stone




I sassi parlano. So che starete pensando "non ci fate caso, è pazza", ma è vero, ve lo giuro, parlano; però lo fanno a modo loro.

Quando state al mare provate, come faccio io a volte, a camminare sulla riva facendo vagolare lo sguardo qua e là sui sassi accarezzati dalla battigia. Raccoglietene uno, non importa quale; non importa la grandezza, la forma, il colore, ognuno ha una storia da raccontare. Fatevi ispirare.

Diciamo che avete raccolto un piccolo sassetto tondeggiante, striato, come quello che ho preso io un giorno, lo vedete in fotografia.

Proviamo a immaginare. Le sue linee chiare e sottili potrebbero raccontare il depositarsi lungo il tempo, moltissimo tempo, di bianche sabbie coralline, che non sono altro che gusci sbriciolati di piccoli animaletti vissuti milioni di anni fa; bestioline che per secoli e secoli hanno mangiato, respirato, amato ed estratto calcio e silicio dall’acqua marina per costruirsi una casa nella quale fare le suddette cose.

Le striature brune o rossicce narrano di rocce e argille consumate dalla pioggia dei secoli su pianure lontane – in un tempo in cui la cosa più simile ad un essere umano era grande grossomodo come un gatto e saltellava ancora da un ramo all’altro – e trascinate al mare da fiumi millenari che oggi non esistono più e che si sono sempre guardati dal possedere un nome.

Quelle più scure, che a tratti mandano impercettibili bagliori metallici, sono forse il prodotto di titaniche eruzioni di vulcani sottomarini alti chilometri, ancora oggi mai visti da occhio umano; ma se osiamo forzare la mano al caso e alla fantasia, possono diventare persino i resti polverosi di quell'asteroide che 66 milioni di anni fa con una carambola cosmica spazzò via tutti i dinosauri.

Il mare, con le sue grandi braccia, per migliaia d’anni ha poi compresso tutti questi strati, impastandoli, spezzetandoli in tanti frammenti; li ha cullati, sfregandoli gli uni contro gli altri e addosso a qualsiasi altra cosa sotto mano, asportando millimetro dopo millimetro tutte le asperità e trasformandone uno in quel piccolo gioiello levigato e arrotondato che tieni in mano.

Tutto questo in un solo, piccolo sasso di pochi centimetri cubi che esisteva molto prima di te e probabilmente continuerà a farlo anche dopo. Lo tieni in mano solo pochi secondi nei quali il senso di mistero che conserva forse ti sussurrerà qualcosa di indistinto, ma poi incurante lo restituirai alla sua vita.

Se un sasso così piccolo è capace di dire così tanto a chi lo sa ascoltare, prova a pensare quello che può raccontare un essere infinitamente più complesso e incantevole come una persona, se solo tu la sapessi avvicinare ed osservare con occhio sincero e disincantato. E invece anche di persone incantevoli se ne buttano via tante.

Dedicata.

venerdì 17 marzo 2017

Terziario arretrato


Stamattina nell'ufficio di un collega ho visto una cosa, un oggetto che credo si chiami "manifesto motivazionale" o qualcosa del genere. Fa parte di una serie di poster 70x100 scritti in grande e con anche i disegnini, che contengono princìpi guida e massime relative ai vari settori dell'attività aziendale.

Ve lo devo dire, è una specie di americanata. Vonnegut li prendeva in giro già negli anni settanta, ma la mia ditta li distribuisce ancora oggi a chi ha partecipato a dei corsi di formazione, e qualcuno dei dipendenti più giovani e sprovveduti ha anche il coraggio di appenderli in ufficio.

Nella maggior parte dei casi invece il destino di questi supporti cartacei - per produrre i quali sono state sterminate intere foreste - è quello di rimanere in eterno oblio sopra qualche armadio o cassettiera, a raccogliere la polvere dei secoli; nessuno infatti ha il coraggio di buttar via un'emanazione tipografica del diabolico ufficio personale. Non si sa mai.

Secondo qualche direttiva interna segreta di quello stesso ufficio, la sottoscritta - per sua fortuna, bisognerebbe aggiungere - deve aver probabilmente superato l'età massima per essere ammessa ad uno qualsiasi di questi corsi, ed è quindi diventata parte di quella in-formabile combriccola attualmente situata proprio ai margini della gerontoburocrazia. Io la considero una sorta di elite intellettuale dissidente, refrattaria ai biechi e falsamente entusiastici dettami aziendali. Si mormora che qualcuno di noi, oltre all'ironia, forse abbia anche una coscienza ben nascosta da qualche parte.

Il poster specifico che stavo leggendo stamattina, attraverso le regolamentari due dita di polvere, riguardava la contrattazione, la nobile arte alla base di qualsiasi impresa commerciale. Una delle massime riportate recitava, più o meno testualmente: mai dare qualcosa senza una contropartita. Se cediamo qualcosa gratis, la controparte potrebbe essere indotta a credere che sia di poco valore, e la nostra credibilità ne soffrirebbe. Occorre invece dare il giusto valore ad ogni cosa, e pretendere che sia corrisposto.

Ora, in linea generale posso ammettere che un briciolo di verità ci sia, in fondo in fondo, in queste parole, se le applichiamo ad un ambito aziendale/commerciale. Ma per un istante ho provato a commettere l'errore che fanno in tanti, e cioè applicare regole di lavoro alla vita vera, e m'è venuto il vomito.

Perché, effettivamente, alcune persone del genere le ho incontrate; gente che non fa mai niente per niente, che guarda sempre e comunque al proprio tornaconto, che considera le altre persone come delle pure e semplici opportunità. Orribile, secondo il mio modo di vedere. Orribile, ma molto diffuso.

Sarà magari un po' holliwoodiano, da sempliciotti, lo ammetto, ma mi sento di difendere la gratuità di certi gesti e certi modi d'essere. La bellezza di fare qualcosa per una persona che ti sta a cuore, senza aspettarsi nulla in cambio (ma sul serio, non come certe carità pelose che ho visto fare); la sorpresa di quando scopri indirettamente la profondità dell'affetto che ti portano le tue amicizie.

Tutte cose che nel marketing non valgono una cicca, sappiatelo.

mercoledì 8 marzo 2017

8 marzo 2017

Si sa che le ricorrenze sono delle brutte bestie: aiutano a riportare l'attenzione sui grandi problemi della vita, è vero, ma il rovescio della medaglia è la mercificazione e un fin troppo rapido oblio, come a dire: anche questa ce la siamo tolta di torno e per un altr'anno siamo a posto.

La festa della donna purtroppo non sfugge a questo fenomeno, anche se devo dire che il livello di attenzione sulle questioni collegate al femminile (disuguaglianze, maltrattamenti, femminicidio...) nel corso dell'ultimo anno è rimasto abbastanza alto. Forse non alto come dovrebbe; ma è già un primo passo. L'altroieri ho sentito in tv della popolazione africana dei Masai che, finalmente, ha deciso di abolire la mutilazione genitale femminile, un antico e sanguinario "rituale" tribale che sembrava impossibile da eradicare. Le notizie buone ci sono, per fortuna.

Non ho mai parlato della festa della donna, sebbene la stragrande maggioranza delle mie amicizie sia femminile, fondamentalmente perché è diventata troppo commerciale, svilita, e non volevo essere associata al partito fasullo del "bisogna festeggiare la donna tutto l'anno", che rimette regolarmente tutto nel dimenticatoio il 9 marzo.

Ma stamattina proprio una delle mie amiche più care mi ha mandato un testo, di suo pugno, che sono felice di poter pubblicare qui. Lo considero un grande gesto e un regalo prezioso. Sono parole di pietra, ma sono certa che tutte voi, amiche mie, sicuramente vi riconoscerete in molte di queste, e - seppure indirettamente - ve le dedico.




Sono nata donna con tutto ciò che ne consegue... fatta di paure da affrontare, di demoni da combattere, di amori da vivere...

Fatta di speranze, di batticuore, di lacrime di sale, di rospi da ingoiare...

Fatta di buio e di luce immensa, fatta di ferro e di pasta frolla...

Sono nata donna con la consapevolezza di ciò che sono... fatta di grigio e di colore e porto dentro inferno e santità...

Sono nata donna... fatta per ricevere e per donare, fatta per dividere il suo essere con altri esseri... fatta per mandare pezzi del suo corpo in giro per il mondo nell'unico amore incontaminato che possa esistere... un figlio...

Sono nata donna consapevole di essere guerriera dal primo battito del mio cuore, dal primo urlo del mio corpo...

Sono nata donna...  porto con orgoglio le cicatrici che la vita mi ha lasciato, ma non dimentico com'è fatto un sorriso... madre pagliaccio se serve, furente quando tolgo le briglie, capace di trasformazione...

Questo sono, questo voglio essere...

Sono nata DONNA e ne vado fiera!
Mary C.

domenica 29 gennaio 2017

¬2



La nostra cultura e la nostra società sono permeate, ossessionate da dualismi e dicotomie. Luce/ombra, buono/cattivo, bello/brutto, nero/bianco, noi/loro, maschio/femmina; due occhi, due mani, due gambe, due tette. Due è bello, due è rassicurante perché semplifica al massimo pur garantendo un’illusione di libertà. Due permette di vendere, di indottrinare, di plasmare secondo volontà, perché costringe ad una scelta netta, chiara, inequivocabile e assolutamente vincolante. E sicuramente errata perché taglia fuori tutte le differenze, la ricchezza delle gradazioni.


Mi troverai nelle sfumature, nei semitoni,
Nella coda dell’occhio, sulla punta del naso,
Proprio in mezzo tra una casella e l’altra,
Tra due petali di margherita,
Dove c’è un dubbio, nei “forse”, nei “non lo so”,
Nel luogo dove vanno a finire tutte le questioni irrisolte.
Cercami nelle canzoni canticchiate a bocca chiusa,
Quando è ormai sera ma c’è ancora luce,
In un posto che non è terra, mare o aria.

sabato 7 gennaio 2017

Under the pale sun



Fuori c’erano un sole tiepido e pallido, che annunciava una primavera che non sarebbe arrivata mai, e i rumori della campagna. Dentro faceva caldo ma avevo il gelo nel cuore e nelle ossa, e il silenzio era intervallato dall’ansimare angoscioso del materasso antidecubito.

Lei era distesa nel letto, pesava una frazione di quello che era stato il suo peso normale, in compenso dimostrava vent’anni in più di quelli che effettivamente aveva. Si addormentava di frequente, stordita dagli oppiacei e dalla malattia; ed io ero lì accanto a lei, quel pomeriggio, cercando di ingoiare le lacrime e di comportarmi “normalmente” perché avevano deciso di non dirle niente. Una pia illusione, dato che lei aveva capito tutto e faceva la finta tonta, io credo per prenderci in giro ancora un'ultima volta.

Fino ad allora avevo sempre avuto paura di dire “ti voglio bene”. Perché nella mia famiglia mostrare un’emozione è sempre stato considerato come un segno di debolezza, e ogni sentimento che scappava fuori era come un topolino gettato in mezzo ad un branco di gatti; e proprio come quello, prima di essere finalmente ucciso e sbranato doveva essere sottoposto a giochi e tormenti crudeli. Ancora oggi, in occasioni e feste comandate, non riesco a baciare o abbracciare mio padre, a malapena ce la faccio con mia madre e i miei fratelli, e sempre sentendomi un po’ goffa e maldestra.

Anche quel pomeriggio il maledetto blocco mi prese; sapevo che sarebbe stata l’ultima volta che avrei visto viva la mia amica più cara, eppure quelle parole - che pure sentivo mordermi a sangue la lingua - non riuscivano ad uscire. Ad un tratto lei si svegliò, sentendo la mia mano sopra la sua, ossuta, che stava sotto al lenzuolo. Mi guardò e mi disse: “guarda che lo so che mi vuoi bene.”

Da quel giorno non ho più avuto paura di dirlo, anche se un piccolo timore, un leggero frisson, ogni volta mi rimane. Mi si strozza la voce, ma il più delle volte ci riesco lo stesso. Dire “ti voglio bene” non significa necessariamente “vorrei portarti a letto”, “vorrei che fossi mia moglie”, vorrei passare ogni minuto della mia vita con te”, o desiderare che tu mi prenda come amica per la pelle.

Non vuoi bene ad una persona perché è stata male o ha visto l’inferno in terra (e magari nell’inferno ci abita ancora); non è un premio di consolazione o un cerotto, anche se molto spesso ne ha l’effetto (e per fortuna). So cosa non è, ma non chiedetemi di dirvi cosa è. Viene da dentro, lo senti e sai di avercelo; può accadere immediatamente, oppure costruirsi un giorno alla volta, pezzettino dopo pezzettino.

Spesso, troppo spesso lo tieni dentro, imprigionato, per paura di cosa potrebbe pensare chi sta dall’altra parte. E non dovrebbe essere così. Io non ho più questo timore, stavo per scrivere "per fortuna" ma la realtà è che sono stata vaccinata, e nella maniera peggiore.

Francamente, non mi importa se non siete d’accordo, se credete che io sia strana, o naif, o incauta in questo mio modo d’essere; se pensate o peggio, mi dite o mi fate capire, che dovrei evitare, smettere. Il problema l’avete voi, non io.

venerdì 6 gennaio 2017

La donna nell'armadio (Dani, rimembri ancora quel tempo della tua vita?)


C'è una particolare specie di crossdresser che si chiama, utilizzando un termine inglese, closet transvestite, ossia "travestito da armadio" o "nell'armadio".

Si riferisce a quelle persone che, per motivi diversi, non se la sentono di uscire all'aperto quando sono en femme e restano chiuse tra le quattro mura di un appartamento. Quelle persone la cui personalità femminile (che a volte è persino più vera di quella maschile) rimane purtroppo confinata in un guardaroba.

Capiamoci, ci siamo passate tutte - chi più chi meno - attraverso questa fase: finché non si trova abbastanza coraggio e fiducia in sé stesse è praticamente una scelta obbligata. Perché in tutte noi prima o poi nasce il desiderio forte di uscire all'aperto, nel mondo reale, anche solo per un istante. Ma non riusciamo a farlo.

Il fatto è che possiamo raccontarcela come vogliamo, alla fine siamo semplicemente prigioniere delle nostre paure. Pensiamo solo al peggio di quello che potrebbe succedere, mai al meglio, e restiamo eternamente paralizzate all'interno di quelle solite, maledette quattro pareti. Un vicino di casa potrebbe vederci; potremmo incrociare un collega o un parente; qualcuno potrebbe insultarci per quella certa aria mascolina che purtroppo ci è impossibile nascondere.

C'è chi si traveste in una camera d'albergo, perché magari a casa non può, ma poi da quella camera non esce mai, ed è come scambiare una prigione come un'altra.

Ragazze mie, se ve ne parlo è perché ci sono passata. Quando c'ero dentro e mi capitava di leggere il racconto di una sorellina che invece ce l'aveva fatta, reagivo proprio come probabilmente state facendo voi adesso, e cioè provavo un pizzico di invidia, un brivido di eccitazione, una punta di voglia di mettermi in gioco...

Ma poi le paure e le insicurezze, quelle amiche false e traditrici, accorrevano subito per calmarmi, spegnermi, assopirmi, rimettermi nel posto che pensavo fosse quello più giusto per me. "Tu non sei come lei, non ce la puoi fare... lei è più bella e femminile, tu sembri un rospo... ma dove vuoi andare?" E di nuovo le quattro pareti, e buchi per nascondersi.

Lo so io e lo sapete anche voi, è dura uscire all'aperto, e chi non è trav/CD può solo immaginare. Non è facile trovare il coraggio. Occorre qualcosa di "forte", qualcosa che vi dia una spinta più potente di tutte le paure che avete. E, ve lo dico, potrebbe non bastare, perché il cuore di coniglio è sempre in agguato, anche all'ultimo momento.

Sapete cosa serve? Una grande amica. O, meglio ancora, due grandi amiche; più sono e meglio è. Che vi sostengano anche solo con la loro presenza, con il loro entusiasmo, che vi facciano sentire perfettamente normali. Lo so, voi pensate che già trovare una persona così sia impossibile, figuriamoci due. Io vi dico che invece è possibile, basta iniziare a mettere la testa fuori dal guscio. Basta cominciare a smettere di avere paura del mondo, a smettere di avere paura degli altri: in realtà abbiamo paura di noi stesse.

"Se riteniamo che non sia mai il tempo giusto, maturo, non è sempre per come vediamo gli altri... a volte è perché non lo siamo noi stessi, dentro, e ci rifugiamo dietro alle parole. Gli occhi e le emozioni sono le uniche certezze."

Queste parole le ha scritte una mia amica (donna bio), ed esprimono perfettamente quello che voglio dirvi. Dimenticatevi per una volta di voi stesse, e osate. Chi era con voi, dopo qualche anno, vi racconterà dello sguardo sorpreso, emozionato e colmo di meraviglia che avevate quel giorno. E voi che pensavate che non si notasse...


P.S.
Qui inizia un messaggio ad personam. Dani, è anche a te che sto scrivendo queste righe. Eri "sparita", così come avevo fatto anch'io, ma ti ho "ritrovata". Adesso sei sparita un'altra volta, ma quello che non sai è che nel frattempo io sono "rinata". Sembra una cosa difficile, ma non lo è, davvero. Mi hai raccontato delle tue paure, che erano e sono anche le mie; tanto altro l'ho capito da quello che non mi hai detto. Però rispetto la tua decisione e non ti verrò a cercare finché non sentirai che il tempo è quello giusto.

Ti abbraccio

Sy

martedì 3 gennaio 2017

A.C.A.B.


Da qualche altra parte in questo blog devo aver accennato al poliziotto che ognuno di noi "si porta" dentro, ma oggi sono pigra e non ho voglia di andare a cercare.

Comunque, è quella vocina fastidiosa e insistente che, ogni volta che stiamo per fare o per dire qualcosa di sostanziale, inizia a cicalare: "Ma è il caso? Ma non ti starai rendendo ridicola? Cosa penserà la gente di te? Ma soprattutto cosa penserà lei? E se poi lei ti trova stupida/naif/ingenua/stupida un'altra volta? E se poi sparisce e non si fa più vedere? Non è meglio se stai zitta/ferma/buona? Non è meglio se conservi un po' d'amor proprio?"

Ecco, so che succede a tanti, e che tanti ubbidiscono al poliziotto inside. Per mia parte, sto cercando di prenderlo a calci in culo.